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La “remigrazione” che non torna: i numeri smentiscono l’emergenza

La “remigrazione” che non torna: i numeri smentiscono l’emergenza

Dall’Unione europea nuove regole che puntano ad accelerare le procedure di rimpatrio

Tra un paio di settimane papa Leone XIV sarà a Lampedusa e dall’isola, nota per essere il più vicino punto di approdo per le carrette del mare gremite di migranti irregolari, lancerà il suo messaggio pastorale. Lo farà tredici anni dopo papa Francesco, che scelse Lampedusa per il primo viaggio pastorale del suo pontificato definendola “periferia del mondo”. Jorge Bergoglio celebrò messa a Lampedusa l’8 luglio 2013, Robert Francis Prevost ha scelto il 4 luglio dando così il via ad una settimana di celebrazioni e riflessioni sull’isola pelagica da cui papa Francesco aveva puntato il dito verso “i potenti del mondo”… e tuonato il fatidico “non si ripeta, per favore” con cui alludeva alle politiche migratorie di chiusura delle rotte migratorie con conseguenti naufragi.

Ne seguirono però a breve giro, appena più di un paio di mesi, il naufragio di Lampedusa e pochi giorni dopo anche quello a sud di Malta. Nel complesso, le vittime furono oltre seicento. Al monito lanciato da Lampedusa dal pontefice, che fu tanto amato dai fedeli ma anche rispettato dalle cancellerie del mondo, unito ai disastrosi naufragi, ne seguì una ineludibile sensibilizzazione istituzionale che produsse missioni italiane prima (Mare Nostrum) ed europee dopo, con le navi di Frontex che operavano soccorsi in mare. Il resto è storia: le navi degli stati membri europei arretrarono, i naufragi aumentarono di conseguenza e nacquero le Ong con le navi umanitarie.

Remigrazione e nuove politiche dell’Unione europea

Quello che storia non è, ma che rischia di diventarlo a breve, è il moto di estrema destra che proprio mentre tutto è pronto per papa Leone XIV a Lampedusa alza il tono contro i migranti con lo slogan “remigration”. Quella “re-migrazione”, già diffusamente tradotta con “deportazione”, sembra dare spinta anche alle decisioni dell’Unione europea. Forse per disinnescare la forza di un’onda nera che si fa vedere e sentire in tutto il territorio dell’Unione, la scorsa settimana l’Europarlamento ha votato in seduta plenaria una lunga serie di modifiche al regolamento europeo sui rimpatri. Approvato con 418 voti a favore, 218 contrari e 30 astensioni, il testo del regolamento così modificato mira a costituire un sistema europeo comune, accelerando le procedure di rimpatrio dei cittadini di paesi terzi “il cui soggiorno negli Stati membri è irregolare” e autorizzando anche le espulsioni di quei cittadini di paesi terzi che “non soddisfano più le condizioni d’ingresso”.

La riforma consente agli Stati membri di trasferire i migranti destinatari di un provvedimento di espulsione, sulla base di un accordo bilaterale, in centri di detenzione – ribattezzati elegantemente “Return hub” – fuori dai confini dell’Unione. Qui potranno restare in attesa del rimpatrio definitivo per un periodo fino a 24 mesi, prorogabile di ulteriori sei.

Rimpatri, Albania e principio di non-refoulement

Si tratta di un sistema sperimentato già dall’Italia con l’Albania, ma che non risolve però il nodo del rimpatrio finale: in assenza di accordi con i paesi di provenienza dei migranti, anche al termine del periodo massimo consentito all’interno del Cpr di un paese terzo extra Ue, sarà di fatto difficile, per non dire impraticabile, procedere con il rimpatrio. Va aggiunto che la possibilità di rimpatriare verso il paese d’origine quando questo è considerato non sicuro, sebbene il regolamento non la escluda del tutto (prevedendo il rimpatrio in Paesi dove le carenze si hanno solo “in parti specifiche del territorio”), si scontra con un limite sovraordinato: il principio di non-refoulement, sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951 (che lo stesso regolamento non può fare a meno di richiamare) e ratificato da 144 paesi, che vieta categoricamente il trasferimento verso uno Stato in cui il migrante rischi persecuzione, torture o trattamenti inumani. E qui esistono zone d’ombra: si pensi, per esempio, a chi arriva in un Paese comunitario e presenta domanda di asilo, ma la cui richiesta viene poi respinta.

Un altro nodo potrebbe emergere da una rigida applicazione dell’aggiunto articolo 15 ter: “La responsabilità primaria di lasciare il territorio degli Stati membri dovrebbe ricadere sul cittadino di paese terzo che ha l’obbligo di lasciare il territorio”. Il flusso migratorio che interessa l’Italia da sud, quindi principalmente la Sicilia, non è costituito da soggetti migranti che possono disporre di risorse economiche per affrontare un rimpatrio a seguito di cosiddetto “foglio di via”, cioè l’ordine firmato dal questore con cui si impone al migrante di abbandonare il territorio italiano. Il nuovo regolamento però è chiaro nel definire gli obblighi degli stati membri per impedire la circolazione interna – in area Schengen – dei migranti senza permesso di soggiorno valido. Responsabilità al rispetto della quale l’Italia è stata più volte richiamata.

Le critiche delle Ong e il nuovo regolamento europeo

Alla vigilia della Giornata mondiale del rifugiato del 20 giugno, SOS Humanity aveva messo in guardia da una crescente crisi dello Stato di diritto nelle politiche migratorie europee. Con una dichiarazione congiunta firmata da 275 organizzazioni tedesche, la ong ha chiesto che l’umanità, la dignità e i diritti umani dei migranti e dei rifugiati siano rispettati in un momento in cui l’Europa sta chiudendo le frontiere a chi cerca protezione.

Dopo l’approvazione del Parlamento europeo, il testo del così modificato regolamento sui rimpatri dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale prima di entrare in vigore. Alcune disposizioni però, sulla valutazione dell’età dei minori e sulla dimensione esterna dei rimpatri, si applicheranno immediatamente. Le altre entreranno in applicazione 12 mesi dopo l’entrata in vigore della normativa. In sintesi, oltre ai respingimenti-deportazioni in paesi terzi disposti a fare da carcerieri per migranti indesiderati, le autorità nazionali potranno svolgere specifiche misure investigative per preparare o garantire l’effettivo rimpatrio, tra cui perquisizioni delle persone, delle abitazioni o di altri locali pertinenti, soggette ad autorizzazione giudiziaria o amministrativa, nonché il sequestro di effetti personali e dispositivi elettronici.

“La Commissione europea è pronta a valutare qualsiasi proposta matura relativa all’istituzione dei centri di rimpatrio in Paesi terzi”, ha detto ieri il portavoce della Commissione europea Markus Lammert nel corso del briefing giornaliero con la stampa. “I prossimi passi sono nelle mani degli Stati membri”, ha aggiunto, sottolineando che la cooperazione con Paesi terzi lungo le rotte migratorie “deve sempre basarsi su una collaborazione stretta e reciprocamente vantaggiosa” e “deve essere sempre in linea con il nostro quadro giuridico”.

Nei primi sei mesi dell’anno crollati gli sbarchi: -54% rispetto al 2025

Mentre a Strasburgo si votava l’adozione del giro di vite al regolamento sui rimpatri dell’Unione europea, al Viminale il ministro Matteo Piantedosi riceveva il ministro della Migrazione e della Protezione Internazionale cipriota Nicholas Ioannides, il ministro della Migrazione e dell’Asilo greco Athanasios Plevris ed il ministro dell’Interno maltese Glenn Bedingfield. Oggetto della riunione il rafforzamento del contrasto alle reti dei trafficanti di esseri umani e la promozione dei rimpatri volontari assistiti. Conferma del gran fermento che muove i governi di tutta l’Europa sul fronte delle migrazioni e verso obiettivi di rimpatrio dei migranti irregolari presenti sul territorio.

Al fianco dell’agenda che vede al centro l’accompagnamento alla frontiera però non c’è una grave emergenza attestabile con dati record sugli sbarchi. Nel 2026, pur tenendo conto delle condizioni meteo marine avverse che hanno rallentato le partenze e – purtroppo – aumentato i naufragi, alla mattina del 19 giugno risultano sbarcate sulle coste italiane 13.179 persone. Nello stesso periodo dello scorso anno erano 28.549 e nel 2024 tra il primo gennaio ed il 19 giugno ne erano arrivate 24.250.

Rimpatri e contrasto all’immigrazione irregolare

Resta che al Viminale i ministri ricevuti da Piantedosi hanno “condiviso la necessità di rafforzare le attività investigative – ha fatto sapere il Ministero dell’Interno – per individuare tempestivamente le rotte sospette del traffico dei migranti, hanno inoltre sottolineato l’importanza che l’attività di soccorso e salvataggio in mare resti una prerogativa degli Stati, per evitare che la presenza delle Ong in mare si trasformi in un pull factor per i flussi migratori irregolari”. Il fattore di attrazione costituito dalle organizzazioni non governative è stato più volte smentito dai fatti e dai dati, ma il contrasto alla loro presenza resta un obiettivo all’ordine del giorno per il Viminale ed in generale per il governo italiano.

Inoltre, ha reso noto il Viminale con una nota ufficiale, dalla riunione è emersa “ampia convergenza anche sugli altri temi trattati quali la volontà di contrastare la strumentalizzazione del diritto d’asilo, la promozione delle politiche di rimpatrio volontario assistito dai Paesi di transito verso i Paesi d’origine e una maggiore protezione delle frontiere esterne della Ue”.

Aumentano i rimpatri, ma restano limitati quelli volontari

Stando ai dati ufficiali del Viminale, nel periodo che va da inizio anno fino allo scorso venerdì si registra un lieve incremento dei rimpatri, che arriva a 4.059 unità contro le 3.053 dello stesso periodo del 2025 e le 2.412 dell’anno precedente. Di questi rappresentano quota poco rilevante i rimpatri volontari assistiti. Nel periodo in oggetto, a fronte dei 3.502 rimpatri forzati dichiarati dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) dichiarano 557 rimpatri volontari assistiti.

Le nazionalità dei migranti sbarcati in Italia

Più rilevante è invece il dato sulle nazionalità dei migranti irregolari sbarcati in Italia anche quest’anno sulle coste italiane, tanto più alla luce del nuovo testo del regolamento europeo sui rimpatri appena adottato a Strasburgo. Sui 13.179 migranti approdati, poco meno di un terzo, cioè 3.937, sono cittadini del Bangladesh. Seguono poi Somalia, Sudan e Pakistan che sommati costituiscono altri 3.772 migranti provenienti da paesi verso i quali il rimpatrio forzato non è cosa semplice. Dalla Tunisia, vicino paese con cui è vigente un accordo bilaterale per il rimpatrio forzato con accompagnamento, nel corso di questi quasi sei mesi sono approdati soltanto 537 migranti irregolari rintracciati e censiti dal Viminale.

Dall’Iran, paese discriminato dal Ministero degli Esteri per quanto riguarda la prenotazione dei visti da parte degli studenti universitari iscritti in Italia, attraverso il Mediterraneo centrale sono arrivati in maniera irregolare soltanto 183 migranti.

Si ridisegnano i confini Ue

Mercoledì, il Parlamento ha adottato cinque relazioni dove si esaminato i progressi verso l’adesione all’Ue di Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord e Montenegro. L’eventuale annessione dell’Albania sotto la bandiera azzurra stellata dell’Ue vanificherebbe l’investimento italiano per il Centri per il rimpatrio costruito a Gjader. L’Unione sta comunque valutando, e positivamente, l’allargamento verso i Balcani. In una relazione adottata con 483 voti a favore, 103 contrari e 70 astensioni, gli eurodeputati hanno infatti accolto con favore i “rapidi progressi compiuti dall’Albania negli ultimi anni” e hanno invitato le autorità a garantire la piena attuazione della legislazione adottata.

Nonostante tali progressi, il Parlamento europeo ha però affermato che l’Albania deve ancora affrontare diverse sfide, tra cui il superamento della polarizzazione politica interna ed il miglioramento della cultura politica, il rafforzamento dello Stato di diritto e il consolidamento delle riforme anticorruzione.

Richiamando l’ambizione dell’Albania di chiudere i negoziati di adesione entro la fine del 2027, l’Europarlamento ha avvertito il governo albanese che sarà la qualità delle riforme del paese a determinare il calendario dell’adesione. Pressoché analoghe sono state le valutazioni e le votazioni per le relazioni su Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro e Macedonia del Nord. Oltre 35 anni dopo la cosiddetta “balcanizzazione” della ex Jugoslavia, l’Ue sta valutando una sorta di riunificazione sotto un’unica confederazione di Stati. Di segno nettamente opposto è invece la decisione degli eurodeputati che rilevano un continuo arretramento democratico in Georgia ed in Turchia. Per i due paesi gli eurodeputati hanno chiesto riforme ma anche una risposta più forte dell’Ue.

Tra la classificazione da realpolitik, concreta ma non ufficiale, e quella di pubblico dominio ci sono diversi sentimenti e ragioni. Secondo i deputati del Parlamento europeo, nonostante le ripetute dichiarazioni del governo turco che ribadiscono il proprio impegno verso l’adesione all’Ue, le principali carenze che incidono sul processo di adesione restano irrisolte. Il Parlamento deplora il fatto che la Turchia continui a violare i diritti sovrani degli Stati membri dell’Unione europea, come Grecia e Cipro. Critica inoltre la risposta limitata di altre istituzioni dell’Unione e di molti Stati membri a tali sviluppi, invitandoli ad assumere una posizione più decisa in difesa degli standard democratici e dello Stato di diritto in Turchia.