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Repubblica Dominicana al FITUR: il turismo diventa infrastruttura

Repubblica Dominicana al FITUR: il turismo diventa infrastruttura

Record di 11,7 milioni di turisti e Miches come nuova frontiera

Madrid, 22 gen. (askanews) – La Repubblica Dominicana arriva a FITUR 2026, con un’idea precisa: mostrarsi come destinazione che non solo “partecipa” con grandi risorse alla fiera internazionale del turismo, ma la usa. E infatti l’impressione – a Madrid, nei padiglioni di IFEMA, la – è quella di un Paese che ha deciso di trattare il turismo come un’infrastruttura nazionale, al pari di un porto o di un’autostrada.

Il ministro del Turismo David Collado lo racconta con la sua retorica da motivatore, ma intorno ci sono dati e meccanismi che danno solidità alla sua spettacolare presentazione davanti al pubblico specializzato di agenti di viaggio di diversi paesi europei. Nel 2025 la Repubblica Dominicana ha chiuso con un record di circa 11,7 milioni di visitatori, cifra ufficializzata dal governo.

A FITUR 2026 la delegazione dominicana mette in campo un’agenda di 1.200 incontri e un sistema di sponsorizzazione e “spinta” dove compaiono in prima fila tre grandi banche del Paese (Popular, Banreservas, BHD). È un aspetto che dice molto: la fiera, per Santo Domingo, è soprattutto un luogo dove si impacchetta fiducia e si prova a trasformarla in cantieri. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: in questa edizione si punta a negoziare investimenti per oltre 4 miliardi di dollari. È una cifra “politica” prima ancora che contabile, ma spiega la postura: FITUR come mercato del capitale, non solo vetrina per brochure.

Anche l’allestimento è parte del messaggio. Il padiglione dominicano di oltre mille metri quadrati, costruito per funzionare da calamita visiva e sensoriale (tecnologia, grandi schermi, ambientazioni marine). Qui il confine tra marketing e scenografia è sottile, ma lo scopo è chiaro: far capire che il Paese gioca una partita “da big”.

Nel racconto ufficiale, Miches è il punto dove la crescita vuole cambiare pelle: meno ripetizione del solito schema “mare-resort”, più costruzione di una nuova costa turistica con infrastrutture, accessi, servizi.

Qui arriva la notizia più spendibile in fiera: l’alleanza tra Meliá e Grupo Puntacana/Rainieri per il Paradisus Miches, un nuovo resort di 600 camere di fronte a oltre 500 metri di spiaggia vergine. L’enfasi è su sostenibilità e turismo responsabile, i permessi sono già ottenuti e sarà l’ottavo hotel di Meliá nella Repubblica Dominicana. Miches beneficia anche di una spinta “estetica” esterna: l’inserimento nella lista “52 Places to Go in 2026” del New York Times, al numero 29. Uno di quei timbri che, in fiera, diventano un fiore all’occhiello.

Collado ha insisito sul coraggio della scelta pandemica di restare aperti. È una storia che funziona sul palco, ma la trasformazione vera passa da due fattori misurabili: camere e voli. Ed è il tipo di cambio di scala che, nel turismo, difficilmente reggi se dietro manca una macchina organizzativa. I numeri lo dimostrano: l’aeroporto di Punta Cana da solo ha concentrato il 51% degli arrivi, seguito da Las Américas con il 28%. Ma il dato più interessante arriva dal Sud America: crescita del 24% e una quota del 16% sul totale visitatori. È un mercato nuovo che sposta gli equilibri.

A fianco, cresce un altro pilastro: le crociere. Alcune testate specializzate riportano per il 2025 circa 2,8 milioni di passeggeri: è il dato che il Paese usa per presentarsi come hub caraibico anche fuori dall’hotel classico.

Nel suo discorso Collado è tornato più volte sul concetto che la la differenza con altre destinazioni che possono vantare spiagge e natura altrettanto belle, sta nella proverbiale ospitalità dominicana. È una formula che può sembrare da spot, ma è anche un terreno scivoloso: quando “il popolo” diventa brand, basta poco per farlo diventare cartolina. In fiera, però, questa idea ha una funzione pratica: sposta la conversazione dalla concorrenza sulle spiagge alla concorrenza sull’esperienza. E infatti la Repubblica Dominicana prova a mettere in fila anche altro: gastronomia, ecoturismo, cultura. A FITUR il Paese ha portato anche i Giochi Centroamericani e del Caribe Santo Domingo 2026, un altro tassello di una strategia più ampia che vuole andare oltre il resort. Il punto non è che improvvisamente “si scopra” l’entroterra ma rendere credibile l’idea che il turismo non sia solo una riga del PIL legata ai resort, ma un sistema che redistribuisce (o almeno ci prova).

La Repubblica Dominicana si è presentata come un Paese che porta a casa due cose: visibilità e contratti. Uno stand grande, una regia finanziaria esplicita, una pipeline di progetti (Miches sopra tutti) e una narrazione che lega record e futuro in un’unica frase.

E proprio durante il Fitur Collado ha assunto anche la presidenza del Consiglio Centroamericano del Turismo: un dettaglio che dice molto del peso che Santo Domingo sta cercando di esercitare oltre i confini del proprio mercato.

Poi, come sempre, resta la domanda che le fiere tendono a nascondere sotto le luci: quanto di questa crescita entra davvero nella vita quotidiana fuori dalle aree turistiche. Ma a Madrid, per ora, la sensazione è che Santo Domingo voglia guidare la discussione, non inseguirla.