C’è chi parte e chi, invece, decide di restare. O addirittura di tornare. Nei Nebrodi e nelle aree interne della Sicilia, territori segnati da anni di spopolamento e carenza di servizi, si stanno affermando nuove esperienze imprenditoriali legate all’agricoltura, al turismo sostenibile e alla valorizzazione delle risorse locali.
Un fenomeno ancora contenuto nei numeri ma significativo per il segnale che rappresenta: una nuova generazione che prova a costruire sviluppo partendo dal territorio.
“Più che una scommessa, restare nei Nebrodi è una necessità”, spiega Giuseppe Li Rosi, componente dell’associazione Simenza e Presidente da dieci anni, fino a marzo 2026. “Se abbandoniamo questi luoghi, perdiamo anche una parte della nostra identità culturale”. Una visione legata profondamente all’ambiente e all’economia. “In Sicilia si concentra circa il 25% della biodiversità europea”, aggiunge. “Territori come i Nebrodi rappresentano un’opportunità non solo per chi ci vive ma per l’intero sistema”.
Restare sui Nebrodi, il contrasto allo spopolamento tra nuove attività e limiti di mercato
Accanto alle attività tradizionali, stanno emergendo nuove iniziative: agriturismi, aziende agricole innovative, laboratori di trasformazione e forme di turismo esperienziale. Un percorso sostenuto anche dagli strumenti di sviluppo locale.
“Abbiamo finanziato interventi legati ad agriturismi, agricampeggi, laboratori di trasformazione e servizi per il territorio”, spiega l’onorevole Francesco Calanna, presidente del Gal Nebrodi Plus. “Turismo sostenibile e agricoltura sostenibile sono i due pilastri su cui stiamo lavorando”. Accanto ai progetti per le imprese, si sviluppano anche interventi di sistema: “Abbiamo realizzato infrastrutture su scala territoriale, come le pensiline in 34 comuni nel comprensorio dei Nebrodi, contribuendo a un modello di mobilità sostenibile”.
Nonostante le nuove opportunità, restano forti criticità legate al mercato. “Chi produce un cibo di qualità difficilmente riesce a entrare nella grande distribuzione senza perdere valore”, osserva Li Rosi. “Il sistema impone standard che spesso portano a ridurre la qualità del prodotto”. Da qui la necessità di modelli alternativi: filiere corte, gruppi di acquisto, rapporto diretto tra produttori e consumatori. “Bisogna cambiare anche le abitudini”, aggiunge. “Riscoprire il rapporto diretto con chi produce e ridurre la dipendenza dai centri commerciali”.
Accesso alle risorse e spopolamento: le sfide strutturali delle aree interne
Le difficoltà emergono anche sul fronte dell’accesso ai finanziamenti pubblici. “Le politiche attuali tendono a favorire le aziende più grandi”, sottolinea Li Rosi. Una posizione rafforzata anche da una recente presa di posizione di Simenza, che denuncia come il bando regionale SRD01 preveda una soglia minima di investimento di 250.000 euro, escludendo di fatto oltre il 90% delle aziende agricole siciliane.
Secondo i dati ISTAT e RICA, il fatturato medio delle aziende agricole dell’isola si colloca tra i 30.000 e i 60.000 euro annui, con una netta prevalenza sotto i 50.000 euro. Una sproporzione che, secondo l’associazione, rischia di concentrare le risorse su pochi operatori, penalizzando il tessuto produttivo diffuso.
Anche in questo quadro, il problema demografico resta centrale. “La diminuzione della popolazione è una delle questioni più critiche per le aree interne”, evidenzia l’onorevole Calanna. “La mancanza di opportunità economiche spinge i giovani ad andare via, alimentando un circolo vizioso fatto di invecchiamento e calo delle nascite”. Le politiche locali, da sole, non bastano. “Possono accompagnare i processi ma non risolverli completamente – precisa -. Servono interventi più ampi, soprattutto sui servizi essenziali: sanità, istruzione, mobilità”.
Una risorsa concreta sembra essere la digitalizzazione. “La rivoluzione digitale può avvicinare i servizi ai territori”, spiega Calanna. “Dalla telemedicina all’istruzione online, si possono ridurre le distanze e migliorare la qualità della vita”. Un percorso già avviato anche attraverso iniziative di facilitazione digitale, pensate per colmare il divario tecnologico tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione.
Un futuro ancora aperto
Negli anni, il racconto dei Nebrodi si è spesso concentrato sulla qualità dei prodotti e sulla ricchezza del territorio. Ma questo, da solo, non è sufficiente. “Abbiamo raccontato molto le nostre risorse, ma non sempre sono state valorizzate pienamente”, osserva Calanna. Una riflessione condivisa anche da Li Rosi: “La diversità è la nostra forza. È ciò che permette il cambiamento. Senza diversità non c’è evoluzione”.
Le esperienze di chi resta o torna nei Nebrodi dimostrano che un’alternativa è possibile. Il percorso però è ancora complesso: tra limiti strutturali, accesso alle risorse e carenza di servizi, il rischio di abbandono resta concreto. La sfida, oggi, è trasformare queste esperienze in un modello stabile di sviluppo. Un modello capace di tenere insieme territorio, economia e comunità.
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