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Restare o tornare per “ripensare” la Sicilia. Al TEDxGiarre gli echi di un futuro possibile

Restare o tornare per “ripensare” la Sicilia. Al TEDxGiarre gli echi di un futuro possibile
Il professore Rosario Faraci ordinario di Economia e gestione delle imprese all’Unict

Lo scorso sabato, negli spazi di Radicepura, un intenso dialogo tra ricercatori, giornalisti, imprenditori e studenti. Va cambiata la domanda da porre ai giovani: “Non cosa vuoi fare da grande, ma cosa vuoi fare di grande nella vita”

Al Radicepura la prima edizione di TEDxGiarre: scuola, territorio, spazio e identità al centro di una giornata che ha messo in dialogo ricercatori, architetti, giornalisti, studenti e non solo. Oltre cento persone in un parco botanico alle pendici dell’Etna, tra alberi secolari e profumi d’agrumi, per ripensare la Sicilia dall’interno. Non un convegno istituzionale, non una fiera, ma un TEDx: formato internazionale, ospiti locali, idee che meritano di essere diffuse. È stata questa la scommessa di (Re)Think Sicily, prima edizione di TEDxGiarre, svoltasi sabato scorso al Radicepura Horticultural Park. “Il lamento non è una strategia – spiega al Quotidiano di Sicilia Aldo Finocchiaro, licenziatario e organizzatore dell’evento -. Se non conosci ciò che c’è, non puoi migliorarlo”.

Per questo ha deciso di portare sul palco chi è rimasto o tornato in Sicilia: per fare ricerca, costruire razzi, progettare città, formare studenti. Tra i motivi della scelta di Giarre, la “fertilità” del territorio: “Qui non crescono bene soltanto le piante, ma anche le competenze. Del 2% dei migliori ricercatori sei sono del team UniCt, di cui due di Giarre e Riposto”, fa sapere. La giornata si è articolata in due momenti: una sessione mattutina di workshop, in occasione del Pi greco day, con ricercatori di Inf-Lns, Cnr-Imm, Ingv e Inaf; un pomeriggio di 18 talk in tre sessioni, (Re)Think Education, (Re)Think Science & AI Future e (Re)Think Human Nature. Nell’area espositiva, prototipi di razzi, robot e auto da corsa realizzati dai team universitari del territorio, tecnologie del comparto industriale come quelle di STm.

Scuola e tecnologia

Le migliori idee partono innanzitutto da una buona formazione. Non quella capace di trasmettere nozioni, ma di motivare gli studenti e stimolare le loro capacità intellettive. “La domanda che non bisogna più fare ai giovani è ‘dove ti vedi tra cinque, dieci anni?’ È inutile, perché il World Economic Forum aggiorna ogni anno le professioni emergenti e avverte che già al 2030 potrebbero essere superate. Ed è anche pericolosa, perché alimenta l’ansia in una generazione che già ne ha troppa. I dati sono impietosi: secondo Jonathan Haidt, la generazione Z registra tassi crescenti di ansia e depressione; un recente World happiness report segnala che otto ragazzi su dieci hanno provato solitudine nell’ultimo anno”, ha detto Rosario Faraci, professore ordinario di Economia e Gestione delle imprese di UniCT.

La sua proposta è quella di sostituire quella domanda con “Cosa vuoi fare di grande nella vita?”. Ispirandosi alla poesia di Costantino Kavafis su Itaca – “devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure” – suggerisce di utilizzare tecniche pratiche concrete: il diario della gratitudine, il job crafting, il portfolio di competenze del Pcto. Rotte interiori ed esteriori per navigare mari incerti, perché le vecchie bussole non indicano più nulla. Lui stesso ne ha disegnata una nuova: a forma di cuore, puntata verso la speranza.

Didattica innovativa

Ospite al TEDxGiarre anche Greta Galli, giovane studentessa di UniCT originaria di Varese, nonché content creator e divulgatrice di innovazioni tecnologiche. Da plusdotata, ha raccontato le difficoltà incontrate durante il suo percorso di studi con docenti e compagni, perché non erano preparati sulla gestione degli studenti con plusdotazione. Fare innovazione, dunque, significa anche personalizzare i percorsi didattici e far sì che ogni ragazzo possa trovare piena soddisfazione dei suoi bisogni. A tal proposito, la dirigente scolastica Rossana Maletta del III Istituto comprensivo di Giarre si è prefissa l’obiettivo di fare innovazione nella scuola pubblica senza stravolgere il sistema, partendo dalla motivazione dei docenti.

“Il metodo adottato nel nostro istituto punta prima a formare tutti gli insegnanti sugli strumenti acquistati con i fondi Pnrr, dopo farli sperimentare tra loro e poi portarli in classe. Una piccola e costante trasformazione”, racconta al QdS. Il risultato è una scuola dove i ragazzi trovano aule-atelier e aule-laboratorio: tavoli ergonomici regolabili, stampanti 3D, kit di robotica educativa fin dall’infanzia, tavolette grafiche, telai il tessuto. “Con gli avanzi di stoffa dei tappezzieri si cuciono borse tote che vengono rivendute per autofinanziare i laboratori. I ragazzi sono felici e questo migliora la loro attenzione, il clima relazionale e riduce i conflitti”, aggiunge.

Il tema dei bisogni educativi speciali ha trovato spazio anch’esso. Per Maletta, il bisogno speciale non è solo disabilità: “Spesso la plusdotazione non è riconosciuta nella scuola pubblica – precisa -. Dietro a un ragazzino che mostra disagio, spesso, non c’è una sua maldisposizione, ma una difficoltà a entrare in empatia con il docente. Un alunno che finisce i compiti prima degli altri, che si agita perché sa già quello che il docente sta spiegando e sperimenta troppo spesso noia, non va interpretato come un caso difficile, ma va ascoltato”.

Homeschooling diritto da tutelare

Sul palco di TEDxGiarre pure il tema dell’educazione parentale. Thomas Curto ha ventidue anni, studia Ingegneria matematica al Politecnico di Milano e ha frequentato l’Accademia di Teatro alla Scala, praticando danza classica a livello agonistico. Non ha seguito il percorso scolastico classico, ma l’homescooling. Oggi è cofondatore – insieme alla madre, Erika Di Martino – della Fondazione Libera Schola. “Una delle più grandi misconceptions del momento è che chi non frequenta un percorso scolastico tradizionale non possa accedere all’università né raggiungere traguardi elevati”, spiega al Quotidiano di Sicilia, chiarendo i contorni normativi di una scelta che in Italia è tutelata dalla Costituzione ma spesso fraintesa. “L’istruzione in Italia è obbligatoria, ma come si istruisce non lo è. È sempre responsabilità dei genitori”, aggiunge. La Fondazione ha aperto un dialogo con il ministro Valditara per sensibilizzare le scuole sulle normative vigenti, non sempre applicate correttamente.

“Sono oltre 16.000 i ragazzi attualmente in istruzione parentale. Per avviarla basta una dichiarazione all’istituto scolastico competente per età, inviabile in qualsiasi momento dell’anno. È previsto un esame di idoneità di fine anno. Il rinnovo va comunicato entro febbraio e non è obbligatorio avvalersi di insegnanti specializzati: i genitori si assumono in prima persona la responsabilità del percorso formativo”, continua. Lo sfondo è inevitabilmente il caso mediatico della cosiddetta “famiglia del Bosco”. Curto non lo evita, ma lo contestualizza: “Non siamo in alcun modo contro la scuola. Crediamo nell’istruzione. Esistono errori possibili, da parte dei genitori come delle istituzioni. Ma esiste anche un homeschooling fatto bene, che offre percorsi personalizzati impossibili in classi da venti o trenta alunni e che non dovrebbe pagare il prezzo di quello fatto male”, precisa. La Fondazione è in dialogo anche con la famiglia coinvolta, per cercare di trovare una soluzione a una situazione che Curto definisce “molto spiacevole”.

Rigenerare senza cementificare

Rapporti umani, competenze e didattica possono dare i migliori frutti in spazi adeguati. E gli spazi stessi, a loro volta, concorrono a formare le persone. Ne è convinto l’architetto Giulio Battiato, specializzato in Sustainability and energy management in costruction works al Politecnico di Milano. “Il lavoro da fare in Sicilia è enorme – asserisce con fermezza -. Abbiamo edifici degli anni Settanta e Ottanta, inefficienti dal punto di vista energetico e ormai inadeguati”. Catania, ricorda, è uno dei territori più cementificati d’Italia: “Smettere di aggiungere cemento dovrebbe essere la priorità assoluta”, continua.

Al centro del suo talk il tema delle opere pubbliche incompiute: “Troppo spesso i fondi disponibili – dal Pnrr ai bandi europei e regionali – vengono usati per ‘rispolverare progetti vecchi di cinquant’anni’, anziché costruire strutture contemporanee e flessibili, capaci di coprire le esigenze di un’intera comunità. Edifici con doppia funzionalità: un uso durante il giorno, apertura alla cittadinanza la sera”, suggerisce. La contraddizione più evidente è quella di Librino. “Quando gli spazi vengono progettati con le persone, con le associazioni, con la cittadinanza, con chi conosce le priorità reali del quartiere, non vengono vandalizzati, vengono vissuti – precisa, facendo riferimento allo skate park –. Quando sono calati dall’alto, finiscono nell’abbandono: erba alta, vetri rotti, piste ciclabili dimenticate. Nel momento in cui si spendono i soldi senza ascolto, si creano condizioni di marginalità e degrado”.
Sul lungomare di Catania, Battiato si dice favorevole al percorso intrapreso, con l’obiettivo di restituire il mare alla città, decementificare le coste, creare un lungomare pedonale e alberato. Ma esprime preoccupazione per il progetto del “nuovo” porto: “Continuare ad aggiungere volumi edificati è esattamente quello che bisognerebbe evitare. Nel 2026 la priorità deve essere la sostenibilità dei progetti e lasciare spazio alla natura che ne sente il bisogno”.

Dai razzi ai giornali: chi resta nonostante

Costruire razzi senza dover migrare altrove è il progetto concreto di Space Eagle, associazione nata sette anni fa su un gruppo WhatsApp tra studenti universitari. “L’idea è nata per caso, ci siamo chiesti perché non farlo – racconta al Quotidiano il cofondatore e presidente di Space Eagle, Giuseppe Mondilla, studente di Ingegneria aerospaziale al Politecnico di Torino – e non abbiamo trovato risposta”. Oggi l’associazione punta a diventare start-up nel settore dei micro lanciatori suborbitali. “Partecipare a simili esperienza significa poter capire, innanzitutto, cosa ti piace fare, il prima possibile, così da non sbagliare nel mondo del lavoro – fa sapere –. La nostra forza più grande? Le relazioni tra giovani, dalle quali nascono nuove opportunità”. L’associazione, distribuita su tutto il territorio nazionale, partecipa a eventi di divulgazione e fiere, per raccontare il settore aerospaziale e non solo.

Sul piano del giornalismo e dell’identità territoriale, è intervenuto Giorgio Romeo, direttore del Sicilian Post. Il suo talk ha affrontato il momento in cui la mappa che abbiamo costruito – carriera lineare, successo predefinito, traguardi da raggiungere – smette improvvisamente di funzionare. La sua risposta non è fuggire verso centri più grandi, ma ribaltare il concetto stesso di periferia: un luogo diventa centrale o marginale in base alle connessioni che riesce a costruire. Con Aria, software finanziato da Google che usa l’intelligenza artificiale per generare infografiche e visualizzare dati complessi, ha trasformato una testata regionale in un caso di studio nazionale. Con il workshop internazionale ‘Il giornalismo che verrà’ ha portato a Catania alcuni tra i nomi più influenti del giornalismo mondiale. Restare non come resistenza passiva, ma come costruzione proattiva: questa è la sua proposta.

La narrazione autentica è il primo passo, poi, per l’innovazione della Sicilia (e non solo). Per questo Ermelinda Gulisano, life e business e trainer NLP di Richard, nel suo talk ha sottolineato l’importanza di fare ciò che l’AI non potrà mai fare: generare senso, dare significato all’esperienza, scegliendo le parole giuste che formino le persone e che addestrino le macchine. Anche per questo Selena Meli, vicepresidente di Italia che Cambia, ha parlato della responsabilità dei giornalisti nella scelta di ciò a cui dare visibilità: “Il giornalismo costruttivo non significa dare buone notizie, ma rendere nota la bellezza e l’innovazione che c’è, superando stereotipi”, ha detto.