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Riaprire le cave abusive, il ddl di Fdi fa discutere: “Solo così è possibile il risanamento ambientale”

Riaprire le cave abusive, il ddl di Fdi fa discutere: “Solo così è possibile il risanamento ambientale”
Cava – Imagoeconomica

Fa discutere il disegno di legge presentato da Fratelli d’Italia sulla riapertura delle cave abbandonate in Sicilia

Chiedere una mano ai privati per riparare i danni fatti da altri privati. C’è anche questo, ed è probabilmente anche il passaggio che più farà discutere, nel nuovo disegno di legge sul mondo delle cave in Sicilia. A presentarlo sono stati quattro deputati di Fratelli d’Italia: Giuseppe Bica, Giorgio Assenza, Totò Scuvera e Giuseppe Zitelli. Bica, che compare come primo firmatario, è stato sindaco di Custonaci, centro del Trapanese la cui economia è legata anche alle estrazioni di marmo, e figura anche come consigliere del Consorzio marmifero trapanese. Zitelli, invece, è originario di Belpasso, centro alle pendici dell’Etna dove sono presenti numerose cave, specialmente di basalto lavico. Il ddl arriva a meno di due anni dall’ultimo aggiornamento della legge regionale che risale al 1980. Nel 2024, infatti, a essere approvato dall’Ars era stato un testo presentato da Forza Italia con il sostegno dello stesso Zitelli. “Il presente disegno di legge mira a superare alcuni vulnus derivanti dall’applicazione della legge regionale 9 dicembre 1980, n. 127 e successive modifiche ed integrazioni”, si legge nella relazione che accompagna il testo, assegnato al momento all’esame della commissione Attività produttive. Leggendo nel dettaglio il contenuto della dozzina di articoli che compongono il ddl, è possibile però affermare che la proposta di Fratelli d’Italia va oltre i semplici correttivi.

Riaprire le cave abbandonate

Il punto più controverso del disegno di legge è rappresentato dall’articolo 11. I deputati meloniani chiedono di approvare una norma affinché le cave dismesse – comprese quelle mai autorizzate e dunque coltivate negli anni in maniera abusiva – possano finire al centro di nuove attività estrattive. Ciò, secondo i proponenti, rappresenterebbe l’unica strada per ottenere il risanamento di zone del territorio altrimenti destinate all’abbandono. “In Sicilia sono innumerevoli i siti estrattivi abbandonati, anche al di fuori del Piano cave, per i quali la pubblica amministrazione non riuscirà mai a procedere al recupero ambientale. Con questa proposta si vuole concedere agli imprenditori interessati la possibilità di riapertura di un’attività di coltivazione in cave dismesse, al fine di consentire la fattibilità economica dell’intervento di recupero”, si legge nella relazione. Il disegno di legge prevede che questo tipo di autorizzazione straordinaria venga concessa al massimo una volta per ogni sito abbandonato e la coltivazione avvenga “prevalentemente in profondità con occupazioni di nuove aree funzionali al recupero ambientale e di messa in sicurezza”.

L’allarme di Legambiente

I casi di territori sventrati e abbandonati senza prima eseguire le opere di ripristino ambientale sono tantissimi. Anni fa era stata Legambiente ad accendere un faro sul fenomeno.

La Sicilia – dichiarò l’associazione nel 2021 – fa parte di quelle regioni dove non è previsto nessun piano di recupero per le aree di cave abbandonate, ossia di quei siti che hanno chiuso le attività prima dell’intervento normativo da parte delle Regioni, per le quali sarebbero necessari un censimento e una conseguente riqualificazione ambientale, nonostante la probabile rinaturalizzazione spontanea di molti di questi luoghi”. La stessa associazione segnalò come in Sicilia sia diffuso l’abusivismo: tra il 2016 e il 2019 le autorità avevano sequestrato ben 22 siti soltanto nella parte orientale dell’isola. “Il comparto della pietra lavica risulta uno dei più colpiti. Una stima del Consorzio della pietra lavica dell’Etna denuncia come il 20 per cento circa del materiale lavico commercializzato negli scorsi anni non provenga da cave autorizzate”, sottolineava Legambiente. Per Fratelli d’Italia, tuttavia, coinvolgere i privati, consentendo loro innanzitutto di estrarre nuovo materiale, è la soluzione al problema risanamento. “Si fa osservare che i piani paesaggistici provinciali hanno cartografato e classificato come aree di recupero numerosi siti degradati, in cui è avvenuta una profonda trasformazione morfologica, paesaggistica e ambientale a causa dell’attività di scavo-estrazione pregressa, talvolta non autorizzata, che ha compromesso l’ecosistema locale”, scrivono i quattro deputati ricordando che “non essendo mai stati definiti criteri, modalità e procedure autorizzative per il recupero ambientale, né tantomeno individuati i soggetti attuatori cui spetta l’obbligo della riqualificazione, le suddette aree continuano a rimanere nello stato di abbandono, in quanto manca l’iniziativa privata volontaria che investa con propri capitali nell’attuazione di un piano di recupero”.

Le altre proposte

Mentre la legge del 1980 prevede che, conclusa l’attività estrattiva, bisogna effettuare le operazioni necessarie ad “accogliere gli usi e le destinazioni preesistenti” delle aree, il disegno di legge esplicita che le tipologie di intervento possono essere funzionali a un recupero naturalistico, ma anche al recupero produttivo a uso agricolo-forestale, all’utilizzo in chiave ricreativa attraverso la realizzazione di parchi attrezzati o musei di archeologia industriale, nonché utilizzati per l’installazione di pannelli solari o pale eoliche. Il ddl include modifiche all’articolo 22 bis della legge del 1980. Quest’ultimo attualmente prevede che “nelle procedure di rinnovo dell’autorizzazione per l’esercizio dell’attività estrattiva, al fine di scongiurare l’interruzione dell’attività produttiva, qualora il procedimento amministrativo finalizzato all’ottenimento della Via o del Paur, per cause non imputabili al richiedente, si protragga oltre il termine di scadenza dell’autorizzazione di cui è chiesto il rinnovo”, è possibile ottenere una proroga dell’autorizzazione esistente. La proposta di Fratelli d’Italia è di applicare tale possibilità alle “procedure di rinnovo con ampliamento”. Un’ulteriore novità riguarda la possibilità per le aziende di vendere il materiale estratto – non solo i blocchi lapidei di pregio, come attualmente previsto, ma anche i “ravaneti di materiale inerte”, ossia materia prima secondaria – anche durante la sospensione dell’attività estrattiva e dopo la sua chiusura.

Critiche da La Vardera

Tra coloro che storcono il naso davanti al disegno di legge c’è il leader di Controcorrente Ismaele La Vardera. Il deputato d’opposizione, che ha già annunciato la volontà di candidarsi alla presidenza della Regione in occasione del ritorno alle urne previsto per l’anno prossimo, dichiara al Quotidiano di Sicilia: “Fratelli d’Italia continua a dimostrarsi un partito che tiene molto a cuore le esigenze delle lobby, mentre si dimentica dei cittadini comuni. Con questa proposta di legge non si fa altro che offrire l’ennesima possibilità ai privati di sfruttare la Sicilia, nonostante proprio in materia di cave la storia recente e non ci parla di abusi e deturpazioni. Far passare – continua La Vardera – l’autorizzazione per operare nei siti abbandonati, e addirittura mai autorizzati, come la soluzione per i danni ambientali causati da chi ha operato fuori dalle regole è una colossale presa in giro”.

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