ROMA – Nel 2010 un noto ministro dell’allora maggioranza di Governo avrebbe pronunciato la famosa frase: “Con la cultura non si mangia”. Nel corso degli anni quell’affermazione è stata più volte smentita dall’interessato, ma è rimasta nell’immaginario collettivo, diventando una sorta di slogan dell’antipolitica.
Cultura e valore economico: il falso mito da sfatare
I dati del rapporto “Io sono Cultura 2025. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere, Deloitte e Centro studi Tagliacarne, a distanza di 15 anni, smentiscono a tutto campo il falso mito per cui la cultura non è in grado di generare un apprezzabile valore economico. Anzi, tratteggiano la cultura come un’infrastruttura essenziale per comprendere e immaginare il futuro, perché in grado di influenzare e stimolare l’innovazione in tutte le filiere del Made in Italy. In altre parole, un motore di sviluppo economico e occupazionale sempre in crescita.
Il peso economico del settore culturale in Italia
Nel 2024, infatti, in Italia, la ricchezza prodotta dal settore culturale ha garantito al Paese 112,6 miliardi di euro, il 2,1% in più rispetto all’anno precedente e quasi il 20% in più rispetto al 2021. Tutto questo si traduce in un milione e mezzo di occupati, ossia il 5,8% del totale dei lavoratori in Italia, oltre 289 mila imprese e circa il 7,6% delle organizzazioni non-profit italiane.
L’indotto della cultura: turismo e settori connessi
Se già queste paiono cifre importanti per un settore troppo spesso sottovalutato, non si può non tenere conto dell’indotto che produce. È stato calcolato che ogni euro prodotto dalle attività culturali e creative ne attiva altri 1,7 in settori connessi, come il turismo e i trasporti. Provando a tirare le somme, il valore generato direttamente o indirettamente dalla cultura sfiora i 303 miliardi di euro, pari al 15,5% dell’intera economia nazionale.
Cultura e Mezzogiorno: crescita e ritardi strutturali
Sebbene il Meridione abbia mostrato una crescita superiore alla media nazionale, sia rispetto al valore aggiunto sia in termini di occupazione, raddoppiandone le percentuali, il gap con il resto del Paese, specie con riferimento alle grandi aree metropolitane del Centro e del Nord, rimane ancora troppo ampio. Il che vuol dire che le regioni del Sud stentano ancora a risvegliare e capitalizzare l’enorme potenziale culturale che possiedono e che, quindi, rimane ampiamente ancora sottoutilizzato.
Sicilia e sistema culturale: dati e confronto nazionale
La Sicilia, in particolare, nella classifica sul valore aggiunto del sistema produttivo culturale e creativo si ferma all’ottavo posto con i suoi 3.501 milioni di euro, che corrispondono al 3.5% del totale economia della regione. L’Isola, pur potendo vantare un incremento di 70 milioni rispetto al 2023, rimane troppo distante dalla triade che domina la graduatoria. La Lombardia, infatti, domina incontrastata la vetta, con i suoi 33.137 milioni di euro di valore aggiunto, seguita dal Lazio (16.542 milioni) e dal Veneto (9.717 milioni).
La distanza abissale dalle regioni più virtuose, invece, si accorcia in modo preoccupante se si guarda al fondo della lista. Rispetto, infatti, a Molise e Valle d’Aosta, la differenza è di poco più di 3.000 milioni di euro.
Occupazione culturale: numeri e criticità
Tutto questo non può che riflettersi anche sul piano dell’occupazione, dove le proporzioni restano drammaticamente analoghe. I lavoratori siciliani impiegati nel sistema produttivo culturale e creativo sono stati nel 2024 68.023, 2.218 in più rispetto all’anno precedente, ma sempre ben distante dai 378.286 lavoratori lombardi.
Non è tutto, perché anche a voler rifugiare dal paragone con le altre regioni, circoscrivendo l’attenzione ai soli confini regionali, l’incidenza dei lavoratori nel settore culturale sull’economia dell’isola è scesa di 0.1 punti percentuali, segno, quindi, che si tratta di un campo lavorativo sì in crescita, ma non così tanto al passo con quello di altri settori produttivi.
Segnali positivi nel medio periodo
Può consolare, però, sapere che nel medio periodo (2021-2024) la Sicilia è riuscita a tracciare una traiettoria di sviluppo culturale, seppur da basi ancora fragili, che si sta pian piano rafforzando, essendosi collocata, con un +14,9%, tra le regioni alla guida della crescita dell’occupazione culturale, preceduta solo dal Molise.
Non-profit e cultura: il ruolo delle organizzazioni
Analoghe considerazioni possono farsi, poi, sul fronte delle non-profit che operano nel settore produttivo culturale e creativo. Nel territorio isolano si concentrano infatti 1.705 organizzazioni senza scopo di lucro che si dedicano al comparto culturale, consegnando alla Sicilia il settimo posto nella graduatoria italiana. Compare, inoltre, in questo ambito, una provincia siciliana, Messina, nella classifica delle 10 province più virtuose, mentre rispetto a valore aggiunto e occupazione dei 9 capoluoghi siculi non c’è traccia.
Turismo culturale e impatto economico
Occorre, infine, tenere conto dell’impatto concreto che il settore culturale ha nell’economia italiana e per fare questo può essere utile guardare all’incidenza del turismo nel Paese. Nel 2024 il sistema turistico italiano ha prodotto 880 milioni di presenze, che si stima abbiano speso circa 108,8 miliardi di euro. Il turismo culturale da solo ha mosso 379 milioni di presenze turistiche, con un impatto economico stimato in 56,6 miliardi di euro, il 52% dell’indotto legato complessivamente al turismo.
Cultura e libertà: una questione aperta
Questi dati sembrano riecheggiare l’espressione che molti si sono sentiti dire dagli insegnanti a scuola. A oggi, il fatto più incontrovertibile resta quello per cui la Sicilia “ha le capacità, ma non si applica”. Allora, forse, dovremmo interrogarci sul perché non si sia costruita una strategia efficace e se questo abbia a che fare con la volontà di tenere la popolazione prigioniera dell’ignoranza e della povertà, temendo e, di conseguenza, rigettando l’equazione “cultura è libertà”.

