ROMA – Un quadro economico, occupazionale e salariale del tutto ingessato. Per di più spaccato da profonde diseguaglianze. È la situazione poco incoraggiante che emerge dal recente rapporto Oxfam. Un lungo studio che punta il dito contro i primi anni dell’attuale Governo Meloni, fin qui incapace di dare una svolta alle condizioni economiche in cui versano le famiglie italiane.
Rapporto Oxfam: ricchezza concentrata e diseguaglianze in aumento
Di variazioni rispetto al passato, in realtà, se ne vedrebbero pure, ma solo a vantaggio dei super ricchi: nell’ultimo anno i miliardari italiani hanno incrementato i loro capitali di ulteriori 54,6 miliardi (l’equivalente di 150 milioni di euro in più al giorno), raggiungendo così un patrimonio di 307,5 miliardi. Somma che oggi è in mano a soli 79 individui. In termini nominali, ossia esclusi gli effetti dell’inflazione, i due terzi dell’incremento annuale della ricchezza del Paese (di preciso il 64,2%) è finito nelle tasche del top-5% delle famiglie italiane.
Povertà assoluta in Italia: numeri stabili ma allarmanti
Alla ricchezza estrema di pochi, fa da contraltare la povertà assoluta di molti. Nel 2024, secondo i dati Istat, le famiglie italiane che non potevano permettersi di acquistare il minimo indispensabile per un’esistenza dignitosa erano circa 2,2 milioni. Vale a dire 5,7 milioni di persone, più o meno il 10% della popolazione. Nel 2014 erano 4,1 milioni. Individui “impantanati” in uno status di indigenza. Dalle stime del 2024, infatti, deriva un quadro sostanzialmente immutato rispetto all’anno precedente.
Insomma, mentre i ricchi si arricchiscono, sul fronte della povertà cosiddetta assoluta la situazione in Italia non peggiora, ma neppure migliora. Una stagnazione che vale per tutti tranne che per i miliardari, e che la ricostruzione Oxfam imputa all’Esecutivo attualmente in carica, il quale fin qui non ha invertito il trend nel Paese e, anzi, prevede “che la stasi permanga, a quadro programmatico vigente, fino ad almeno il 2028”.
Nel mezzo, un’ampia platea di persone esposte al cosiddetto rischio povertà, in quanto con un reddito inferiore al 60% della media nazionale: 11 milioni di soggetti nel 2024, vale a dire il 19% circa della popolazione italiana.
Redditi delle famiglie italiane e crisi strutturale
La staticità di questo quadro economico, secondo il rapporto Oxfam, si lega ad alcuni fenomeni. In primo piano, le dinamiche dei redditi delle famiglie. Tra il 2007 (anno emblematico, poiché vigilia della crisi dei subprime) e il 2023, le entrate familiari hanno subito una riduzione media dell’8,7%. E siccome se in Italia qualcosa può andar male, spesso andrà peggio nel Mezzogiorno, il report mette in evidenza che “le famiglie residenti al Centro Italia e nel Sud del Paese continuano a scontare perdite superiori alla media nazionale e significativamente più marcate rispetto ai nuclei familiari residenti nelle aree del Nord-Ovest e Nord-Est”.
Che i redditi pro capite del Mezzogiorno, malgrado pallidi miglioramenti, continuino a restare indietro rispetto a quelli del Nord Italia, è una questione che in queste pagine è già stata messa in evidenza. I numeri raccontano una spaccatura profonda tra le due aree del Paese, riflesso di ben noti divari territoriali, che difficilmente si riesce a intravedere la possibilità di una svolta per la questione reddituale.
Divari territoriali: Nord e Sud a confronto
Secondo Istat, nel 2024, il reddito pro capite del Mezzogiorno ammonta a 17,8 mila euro, contro i 24 mila euro del Centro e i 26,6 mila euro del Nord. Ultima regione in assoluto la Calabria (16,8 mila euro). La Sicilia si piazza al terzultimo posto (17,4 mila euro). Cifre che attestano come in queste regioni, di fatto, i redditi corrispondano a circa la metà di quelli dei territori economicamente più avanzati: nella Provincia autonoma di Bolzano, prima in Italia per reddito pro capite, le entrate per abitante ammontano a 32,7 mila euro.
Disuguaglianze sociali e distribuzione dei redditi
I divari di reddito, però, non sono soltanto di natura territoriale. L’ampia forbice che in Italia separa i ricchi dal resto della popolazione si lega anche alle abissali disparità tra l’ammontare dei redditi migliori e di quelli peggiori. Secondo Oxfam, le diseguaglianze nella distribuzione delle entrate familiari tra il 2022 al 2023 si sono aggravate, con i percettori di redditi più elevati che “incassano” 5,5 volte di più di quanto guadagnato dai percettori di redditi più bassi (l’anno precedente il rapporto era di 5,3). I valori del 2023, per di più, collocano l’Italia tra le posizioni di coda nell’Unione europea per il profilo meno egalitario della distribuzione dei redditi (il ventesimo posto insieme alla Spagna).
Oltre al rapporto sbilanciato tra le entrate più generose e quelle più modeste, sono state riscontrate differenze anche in base alla fonte principale del reddito familiare. Con riferimento al periodo intercorrente tra il 2007 e il 2023, il report sottolinea una contrazione del 23,8% per i redditi da lavoro autonomo e dell’11,4% per quelli da lavoro dipendente, mentre si registra un incremento medio del 2,1% (nei sedici anni presi in considerazione) dei redditi di quelle famiglie le cui entrate sono legate soprattutto a pensioni e trasferimenti pubblici.
Occupazione in crescita ma lavoro povero
Il secondo aspetto che incide sull’irriducibilità della forbice che separa ricchi e non ricchi, è legato alla questione occupazionale. Il tasso di occupazione in crescita nel Paese è stato più volte rivendicato dal Governo come indice di una rinnovata crescita economica. In realtà, l’aumento del numero di occupati in rapporto alla popolazione in età lavorativa (appunto, il tasso di occupazione), ha in sé più ombre che luci.
In primo luogo, aumentano i numeri delle statistiche occupazionali ma non la qualità del lavoro. Alla crescente occupazione nella Penisola non corrisponde una proporzionale dinamica delle retribuzioni, cioè manca un adeguamento del potere d’acquisto dei salari alla luce dell’inflazione. Al contrario, rileva Oxfam, “quasi tutti i settori e i comparti dell’economia hanno registrato una perdita del potere d’acquisto nel periodo in esame, sebbene con un grado di sofferenza differenziato. L’unica eccezione – si legge – era rappresentata dal comparto della Presidenza del Consiglio del ministri, che ha osservato una dinamica delle retribuzioni superiore di 4,9 punti percentuali a quella dei prezzi”.
Calo demografico e lavoratori senior
L’aumento del tasso di occupazione, inoltre, trae in inganno, raccontando di un paese che invecchia e si spopola, anziché di uno dove le persone troverebbero lavoro con maggiore facilità. L’incremento degli occupati in rapporto al numero di abitanti è infatti legato anche al calo demografico: più si riduce la popolazione, più rapida sarà la crescita percentuale di chi lavora. E in Italia, si sa, demograficamente parlando, le cose non vanno per il meglio, vista tra l’altro una crescente tendenza migratoria dei giovani.
Il tranello che si cela dietro l’aumento del tasso di occupazione, risiede anche nella quota di lavoratori over 50. Come evidenziato da diversi report (incluso quello di Oxfam), un contributo determinante all’impennata degli indici sull’occupazione è stato dato dai lavoratori senior. Su questo effetto, c’è lo zampino delle politiche sociali: spostandosi in avanti l’età pensionabile, è stata ritardata l’uscita dal mercato del lavoro delle coorti più anziane, il cui livello di partecipazione alle rilevazioni statistiche è dunque aumentato.
In altre parole, in Italia l’occupazione sale non tanto per via dell’assunzione di forze fresche, quanto per il fatto che chi già lavora ed è avanti con l’età, non può più permettersi di andare in pensione come prima. Tutta una serie di fattori che fanno in particolare del Mezzogiorno italiano il fanalino di coda dell’Europa per tasso di occupazione, con Sicilia, Calabria e Campania descritte da Eurostat come le peggiori regioni dell’Ue.
Famiglie e lavoro a bassa intensità
Anche nei contesti familiari la qualità del lavoro non migliora. La rilevazione attesta che tra il 2023 e il 2024 è aumentata (passando dall’8,9% al 9,2%) la quota di individui che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa. Si tratta di componenti della famiglia, in età compresa tra i 18 e i 64 anni, che hanno lavorato meno del 20% del loro tempo di lavoro potenziale.
Ulteriore tassello di un quadro spaccato da profonde diseguaglianze, il cui protagonista è un Paese nel quale la ricchezza pare alimentarsi da sé, mentre in molte famiglie, a volte, anche lavorare non basta.

