Home » Inchiesta » Rischi naturali per metà dei comuni siciliani. Ma la spesa dei fondi Pnrr si ferma al 46%

Rischi naturali per metà dei comuni siciliani. Ma la spesa dei fondi Pnrr si ferma al 46%

Rischi naturali per metà dei comuni siciliani. Ma la spesa dei fondi Pnrr si ferma al 46%
Dissesto idrogeologico

Il referto della Corte dei Conti sul contrasto del dissesto idrogeologico: “L’urgenza si sostuisce alla pianificazione”

ROMA – “Il susseguirsi di emergenze tende a interrompere continuamente il ciclo della programmazione, alimentando un meccanismo nel quale l’urgenza sostituisce la pianificazione e l’emergenza diviene il principale fattore di riallocazione delle risorse”. Se fosse necessario trovare una frase per condensare il principale tallone d’Achille della pubblica amministrazione ma anche della politica, con la sua ricerca costante di un consenso a uso e consumo delle campagne elettorali, le parole utilizzate dai magistrati della sezione Autonomie della Corte dei Conti, presieduta da Guido Carlino, non potrebbero essere le migliori. L’occasione è stata fornita dal referto sulla gestione territoriale della prevenzione, mitigazione e contrasto del dissesto idrogeologico in Italia.

Sicilia: oltre il 50% dei comuni a rischio idraulico e frane, solo il 2,6% esente da entrambi

Il documento, che conta oltre duecento pagine, passa in rassegna la situazione che caratterizza un Paese in cui alla fragilità del territorio, originata in parte dal destino e in parte dalle scelte compiute dall’uomo nei decenni, si associa quella delle istituzioni, incapaci di dare corso in maniera tempestiva agli interventi necessari. E questo accade anche quando le risorse finanziarie ci sono e vengono messe sul piatto. In Italia si parla spesso di come un rilancio dell’economia potrebbe passare dal decidere seriamente di prendersi cura del territorio. A beneficiarne ovviamente non sarebbero soltanto le imprese, ma chiunque nel Paese ci viva e rischia, periodicamente, di rimanere vittima di calamità. Tra alluvioni e frane, passando per gli effetti della desertificazione, i rischi sono ormai noti a ogni latitudine. Compresa la Sicilia, dove oltre un Comune su due tra i 391 presenti nell’isola si trova ad avere zone in cui convivono i rischi idraulici con quelli relativi alle frane.

Eppure tutto ciò non avviene. “L’analisi del quadro normativo evidenzia come il legislatore abbia progressivamente ampliato sia gli strumenti di intervento sia le risorse destinate alla mitigazione del dissesto idrogeologico. Tale evoluzione non si è tuttavia tradotta in un corrispondente incremento della capacità realizzativa del sistema pubblico, permanendo un evidente divario tra risorse mobilitate, spesa effettivamente sostenuta e opere realizzate”, si legge nella relazione.

Sette amministrazioni, nessun coordinamento: la governance del rischio idrogeologico è un labirinto

Per la Corte dei Conti, la principale criticità che inficia l’efficienza della macchina pubblica sta nella frastagliata governance che si occupa di mitigazione del rischio idrogeologico. Una pluralità di amministrazioni che a vario titolo sono chiamate a pronunciarsi sui progetti, gestire i fondi, ripartirsi le competenze.

Sulla carta il dipartimento Casa Italia, incardinato nella Presidenza del Consiglio dei ministri, dovrebbe servire a fare da punto comune di convergenza. Tuttavia la realtà racconta una storia diversa. “Il ruolo che dovrebbe svolgere è quantomeno difficoltato dalla compresenza di ben sette differenti amministrazioni coinvolte nel processo decisionale, dotate di un’autonomia operativa e di spesa che di fatto ne rende inattuabile il coordinamento”, scrive la Corte dei conti. Il riferimento va al ministero dell’Ambiente, il ministero dell’Interno, ministero dell’Agricoltura, Regioni e Presidenti di Regione nel ruolo di Commissari straordinari per la ricostruzione, Autorità di bacino e Comuni. A questo ventaglio di voci si aggiungono poi i luoghi di concertazione istituzionale come le Conferenze Stato-Città e Stato-Regioni.

Il risultato tendenzialmente è quello di ritrovarsi con trafile burocratiche molto lunghe e risposte che arrivano sui territori con tempistiche incompatibili con le esigenze dei luoghi già colpiti o potenzialmente soggette a calamità, ma soprattutto con le aspettative dei cittadini. Che si ritrovano da un lato a vivere con pericoli per la propria incolumità e dall’altro a nutrire sempre meno fiducia nella capacità di risoluzione dei problemi da parte della cosa pubblica.

Banche dati incomplete e monitoraggio inefficace

La lunga catena di ciò che non va passa per la limitatezza delle competenze che ancora oggi caratterizzano parte del personale in servizio negli uffici, nonostante l’attivazione di progetti ad hoc come i Mille esperti finanziati dal Pnrr, ma anche da un sistema che risulta farraginoso anche nella modalità con cui è concepito da un punto di vista delle organizzazioni delle informazioni che si incamerano.

Avere a disposizione dati ordinati e chiari, migliora la qualità del monitoraggio, nell’ottica di poter stabilire cosa funziona e cosa invece va rivisto. Quest’ultima criticità emerge anche dal lavoro che la Corte dei Conti ha dovuto compiere per cercare di mappare la situazione nel Paese: i magistrati contabili hanno dovuto incrociare le informazioni archiviate sul Rendis – il repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo, curato da Ispra, così come il sistema IdroGeo –, la banca dati Bdap-Mop, la banca dati Regis usata per seguire i progetti finanziati con il Pnrr. “Occorre sottolineare come la banca dati Rendis non sia alimentata in modo completo e uniforme da tutti i soggetti attuatori. Un segnale evidente di ciò è rappresentato dal fatto che per 9.161 interventi (27% del totale) il dissesto è classificato come non definito“, è soltanto una delle critiche in cui ci si imbatte leggendo la relazione.

“L’effetto complessivo è quello di un sistema che fatica a consolidare una programmazione ordinaria. A ciò va aggiunta l’estrema disorganicità del corpus normativo, attraversato da un reticolo di decisioni di spesa, cui corrispondono altrettanti fondi e gestioni contabili, e basato su una costellazione di documenti programmatori obbligatori, che, di fatto, non consentono di tradurre la decisione in opere infrastrutturali“, proseguono i magistrati.

Pnrr Sicilia al 46%: meglio della Campania ma lontana dal Veneto (90,7%) e dal Friuli (86,4%)

Guardando alle informazioni che rimandano alla Sicilia, una delle poche Regioni che investe risorse proprie per arginare il dissesto idrogeologico, si può dire che l’isola è anche tra quelle che beneficiano maggiormente dei fondi europei. “Se si considerano più specificamente gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, le Regioni che storicamente ricevono i maggiori finanziamenti sono Sicilia, Campania, Calabria, Puglia e Sardegna“, si legge. Nell’isola il 50,9 per cento dei Comuni convive con il rischio idraulico e il pericolo di frana, il 42,5 soltanto con quest’ultimo, il 4,1 con solo quello idraulico e appena il 2,6 per cento si trova nella fortunata posizione di essere esente da entrambi.

La Sicilia inoltre è una delle regioni in cui i fondi vengono concentrati su un numero più esiguo di interventi: per esempio, parlando di progetti contro il dissesto, i finanziamenti riservati alla Sicilia coprono il 9,46 per cento delle risorse complessive ma a fronte di un numero di progetti pari al 5,41 per cento del totale. In Lombardia i progetti contro il dissesto assorbono il 10,23 per cento dei fondi ma sono ripartiti tra 3.425 interventi (in Sicilia sono 1.531).

Per quanto riguarda la capacità di spesa, se si tiene in considerazione il dato aggregato sulla misura del Pnrr indicata come “Missione 2 Componente 4“, la Corte dei Conti afferma che – a febbraio 2026 – alla voce “pagato su costo progetto” il dato è del 46 per cento. Meglio di altre Regioni come la Campania, che non va oltre il 20 per cento, ma ben lontana da altre come Friuli Venezia Giulia e Veneto che registrano rispettivamente l’86,4 per cento e il 90,7%.

Invasi siciliani senza collaudo, dighe incompiute e perdite idriche oltre il 50%

Nella relazione si fa anche riferimento al referto che la sezione regionale di controllo della Corte dei conti per la Regione Siciliana ha approvato a fine 2025. All’interno del quale, parlando delle criticità connesse alla siccità, è stato messo nero su bianco che “la persistente situazione di deficit idrico non possa essere ricondotta esclusivamente agli effetti dei cambiamenti climatici o alla diminuzione delle precipitazioni”.

“Le maggiori fragilità – scrive oggi la sezione Autonomie della Corte dei Conti – emergono tuttavia sul piano infrastrutturale. Una parte significativa dei 45 invasi regionali opera con limitazioni dovute all’assenza dei necessari collaudi, a carenze manutentive, a verifiche sismiche incomplete e a problematiche connesse alla sicurezza delle opere. Nel contempo, infrastrutture strategiche quali le dighe di Blufi e Pietrarossa risultano ancora incompiute, nonostante siano considerate prioritarie da oltre vent’anni. A ciò si aggiunge il fenomeno dell’interrimento degli invasi che, a causa dell’accumulo di sedimenti e della carenza degli interventi di sfangamento, ha ridotto la capacità di accumulo e compromesso il funzionamento delle opere di presa e degli scarichi di fondo. Ulteriori elementi di debolezza – concludono i magistrati – riguardano le reti di distribuzione, caratterizzate da perdite superiori al 50% dell’acqua immessa“.