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Ritorno in classe all’Ics Sperone Pertini di Palermo, parla la dirigente

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Ritorno in classe all’Ics Sperone Pertini di Palermo, parla la dirigente

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giovedì 16 Settembre 2021 - 12:07

Oggi, anche grazie all’imponente campagna vaccinale la riapertura del nuovo anno scolastico sembra avvenire sotto auspici più sereni. Ne abbiamo parlato con la dirigente Antonella Di Bartolo

In Sicilia, il 16 settembre è la giornata di riapertura delle scuole. Una riapertura che arriva dopo l’interruzione delle lezioni regolari avvenuta nel marzo del 2020 e un anno scolastico, quello 2020/2021 che ha conclamato l’utilizzo della DAD, la cosiddetta didattica a distanza, con tutti i suoi pro e contro relativi alla sua improvvisa e inaspettata introduzione.

Oggi, anche grazie all’imponente campagna vaccinale la riapertura del nuovo anno scolastico sembra avvenire sotto auspici più sereni. A tal proposito, il Quotidiano di Sicilia ha deciso di parlarne con la professoressa Antonella Di Bartolo, dirigente dell’Istituto Comprensivo Statale “Sperone-Pertini di Palermo.

Professoressa, facciamo un passo indietro e torniamo a quel mese di marzo del 2020 quando la scuola ha dovuto fare i conti con la pandemia.

«Siamo stati sorpresi dalla pandemia perché, al rientro dalle giornate di Carnevale, abbiamo dovuto fare i conti con il lockdown. Improvviso, inatteso, perché la gravità della situazione non si è palesata subito. E’ vero che c’erano state informazioni a livello di stampa ma, di fatto, non c’erano state comunicazioni formali. Di fatto ci siamo ritrovati davanti ad una pandemia e abbiamo dovuto reinventarci un modo diverso di “fare scuola” senza nessuna indicazione ma interpretando nella scuola quello che stava succedendo nella società.

Abbiamo reinventato un nuovo modo di vivere, sia dal punto di vista psicologico sia da quello pragmatico, ossia di atti da mettere in campo. In quel momento nessuno di noi possedeva un know-how adeguato a quanto stava succedendo e il primo obiettivo è stato quello di non farsi prendere dal panico.

Ci siamo presi due giorni per riflettere e per capire quali fossero le azioni da mettere in campo, per avere un modello di reazione razionale. Abbiamo, peraltro, dovuto necessariamente tenere conto del contesto sociale in cui si muove il nostro istituto, un contesto in cui, spesso, gli stessi genitori sono “alunni” della scuola e che è necessario prenderli per mano e accompagnarli in questo nuovo percorso.

Abbiamo deciso come implementare la DAD, non cercando la soluzione più a portata di mano e più semplice ma cercando quella più adatta a noi, che ci permettesse di interrogarci e cominciare a darci le prime risposte. Teniamo inoltre conto che, una volta scelte le modalità e le piattaforme di lavoro, è stata necessaria una forte interazione con i genitori arrivando anche a essere noi quelli che li registravano per l’apertura dell’account necessario per accedere alla piattaforma scelta.

Alcune famiglie sono state accompagnate singolarmente in questo percorso, aiutandole anche nella registrazione ai portali di solidarietà digitale per l’ottenimento della connessione, svuotando i nostri laboratori per fornire loro i dispositivi necessari.

Il nostro istituto è nel quartiere di Brancaccio, a Palermo, una zona definita fragile con grosse problematiche sociali e economiche. Si tenga conto che molte della famiglie dei nostri allievi vivevano, e vivono, di espedienti spesso con lavori non contrattualizzati e quindi per loro il lockdown ha voluto dire reddito zero anche perché non potevano esibire nessuna giustificazione per i loro spostamenti e le attività erano, praticamente, tutte sospese.

In quel momento la DAD si è trasformata in una sorta di abbraccio a distanza, un legame ancora più forte con i nostri alunni e le loro famiglie, una parola di conforto a distanza. In quel momento ci siamo resi conto che “eravamo tutti sullo stesso mare” ma di fatto “non eravamo sulla stessa barca”.

Chi vive in condizioni agiate ha potuto vivere la pandemia in condizioni diverse da chi ha invece pressioni negative di tipo socio-economico. Basti pensare che la maggior parte dei nostri allievi non aveva i dispositivi, tablet o personal computer, non disponeva di una connessione stabile e spesso viveva in una situazione abitativa complicata, quindi non era in grado di affrontare la DAD.

Il rapporto con la scuola, il dialogo sono diventate per noi le nuove parole d’ordine. Con la DAD siamo, comunque, riusciti a mantenere vivo il rapporto tra i nostri allievi, le loro famiglie e noi, la loro scuola. Di fatto, la DAD è stata anche una scoperta, un arricchimento che non è assolutamente “da buttare” anzi, ha rappresentato la conoscenza di competenze digitali, non solo per gli alunni ma anche per noi insegnanti, e di un modello replicabile che si può ben affiancare alla didattica per così dire tradizionale. Inoltre, in quel momento, siamo usciti dagli schemi più tradizionale della scuola e ci siamo ritrovati a essere anche dei veri e propri erogatori di servizio sociale, in un quartiere in cui sono assenti. Abbiamo anche realizzato un tutorial per l’accesso alle centrali di distribuzione alimentari perché anche questa era un’esigenza delle famiglie dei nostri alunni. Il nostro compito è stato non solo quello di risolvere l’emergenza educativa ma anche quella sociale”.

Dopo di che c’è stata la riapertura dell’anno scolastico 2020/2021.

“Quando è arrivato il momento dell’apertura del nuovo anno scolastico abbiamo dovuto gestire la paura delle famiglie che non volevano più la scuola in presenza, per timore del contagio. In quel momento abbiamo dovuto mettere in campo tutte quelle procedure che oggi ben conosciamo, come gli ingressi scaglionati, il distanziamento, i dispositivi di protezione, i percorsi di accesso ma che in quel momento rappresentavano una novità e, diciamolo, una vera e propria sperimentazione.

L’interazione con le famiglie ha quindi voluto dire comunicargli sicurezza, nonostante la situazione incognita che ci trovavamo davanti, compreso il rischio di una repentina richiusura dei plessi scolastici. In realtà ci siamo trovati, ogni giorno, ad assaporare il piacere del ritorno e dello stare a scuola e a goderne assieme ai nostri alunni. La prova l’abbiamo avuta con la messa in scena di “Antigone”, un lavoro teatrale progettato ben prima della pandemia e che li ha impegnati tre pomeriggi alla settimana e che li ha “costretti” a tenere la mascherina per ore durante le prove. Abbiamo anche dovuto fare i conti con i contagi che hanno colpito sia allievi sia insegnanti, con qualche classe messa in quarantena ma siamo riusciti mantenere vivo e forte il legame per il quale, tutti assieme, stavamo lottando”.

A proposito della DAD, il quartiere nel quale operate ha sempre avuto significativi problemi di dispersione scolastica. Durante questo periodo qual è stata la situazione? C’è stato un peggioramento?

“I numeri non dicono tutto ma, spesso, ti danno indicazioni precise. Confrontando le schede relative alla dispersione scolastica del novembre 2019, quindi pre-pandemia, con quelle del novembre 2020 mi sono resa conto che il dato era quintuplicato. Nonostante la vicinanza della scuola, purtroppo, il dato era drammaticamente cresciuto. La scuola è incontro, la scuola è piazza. Là dove la scuola in presenza non può essere realizzata ma hai una relazione forte con le famiglie, connessione internet, dispositivi a disposizione riesci a governare questo fenomeno ma in determinate condizioni, come quelle insistenti nel nostro quartiere, la situazione può sfuggire al controllo.

Anche i problemi psicologici dei ragazzi che vivono in emergenza abitativa, con il rischio di perdere il contatto con la realtà, con l’impossibilità di reddito di alcune famiglie ha sicuramente accentuato il fenomeno portando i ragazzi, soprattutto quelli più grandi a essere facile preda a influenze negative esterne. Ricordo che, quando eravamo ragazzi, avevamo la capacità di sognare, di vederci proiettati in un futuro possibile senza preoccuparsi della “scadenza”. Per l’attuale generazione di alunni, purtroppo, è cambiata la capacità di proiettarsi nel futuro.

La dispersione scolastica è un problema sociale, non esclusivamente scolastico. Chi esce dal circuito scolastico, di fatto, esce anche dallo Stato, dalla legalità e, soprattutto i soggetti più fragili, possono facilmente entrare nell’anti-stato, vittima delle facili proposte economiche che sembrano risolvere i problemi del momento ma che di fatto generano dei costi sociali che siamo destinati a pagare tutti. Non è semplicemente un fatto che riguarda la scuola ma un problema che riguarda la società tutta”.

Forti dell’esperienza di questi due ultimi anni, come affronteremo la riapertura di oggi?

“Abbiamo deciso di realizzare un collegio docenti, in presenza, all’aperto, distanziate e con mascherina. Eravamo quasi duecento persone. Abbiamo brindato tutti assieme a questa riapertura per comunicare che nella scuola c’è gioia e che noi li aspettiamo con gioia e voglia di continuare il percorso che assieme abbiamo iniziato, cosa non assolutamente scontata. Continueremo l’esperienza dello “sportello psicologico” perché riteniamo che sia un nostro preciso dovere. Non bastano più le dichiarazione d’intenti e abbiamo voluto comunicare la voglia e il piacere di ritrovarsi in maniera concreta. La scuola è un luogo in cui non si trova solo il cosiddetto “ascensore sociale” ma anche quella chance, quella possibilità che a tanti genitori è stata negata, quella possibilità di migliorare la condizione, di esercizio di libertà, di progettare una vita anche più agiata ma soprattutto più libera.

Distanziamento, dispositivi di protezione, percorsi differenziati, scaglionamento di ingressi e uscite e tutto ciò che abbiamo vissuto nello scorso anno scolastico, oggi è acquisto ed è il nostro punto di partenza ma ora abbiamo in più la forza della campagna vaccinale che, sicuramente, ci consentirà di gestire la quotidianità in maniera più agevole e con maggiore tranquillità perché, ricordo, lo scorso anno proprio nella scuola abbiamo sofferto il lutto, che ha colpito diverse delle famiglie dei nostri alunni. Anche l’utilizzo del green-pass, a mio modestissimo parere, rappresenta uno strumento utile non solo disciplinare l’ingresso del personale interno e degli esterni che accedono al plesso ma che ci permette di lavorare in condizioni di maggiore tranquillità e sicurezza, senza avere l’uno paura dell’altro, definendolo soggetto pericoloso da cui dobbiamo stare a distanza. Dobbiamo essere non solo persone libere ma anche persone sane.

La scuola ha una responsabilità molto grande perché ha un ruolo di pedagogia sociale. La scuola non serve solo a istruire e formare i cittadini dell’oggi. Io penso che i bambini non siano cittadini del domani, come spesso si dice, ma sono cittadini dell’oggi. La scuola è il luogo in cui si nutre l’ottimismo della nazione. La scuola può, e deve, innescare e alimentare quella voglia di stare insieme, progettare insieme, avere la visione di un futuro che includa i bambini di oggi e inoltre deve contribuire ad accompagnare in un percorso di crescita intere generazioni. Mi auguro che tutti gli insegnanti che affrontano quest’apertura del nuovo anno scolastico possano trovare una spinta di ottimismo, di accoglienza e di rilancio perché questo momento è un’occasione perfetta.

Purtroppo dobbiamo anche fare i conti con il fatto che nel nostro paese il calo demografico è stato, spesso, visto come un modo per risparmiare mentre rappresenta un dato di eccezionale gravità per un paese che vuole crescere. Cerchiamo di guardare lontano perché solo così capiremo che la dispersione scolastica crea un effetto negativo sulla nostra società e su quella del futuro così come il calo demografico.

In Italia, negli anni, sono diminuiti gli investimenti per l’istruzione e la ricerca. Veniamo da decenni di tagli e di stagnazione economica e lo dimostra il fatto che l’Italia sia il paese con il minor tasso di crescita. Nessun investimento sulle strutture, sull’edilizia, sulle risorse umane porta a far crollare il “castello” che non crolla solo sulla testa dei bambini ma sulla testa di tutta la nazione. Le azioni di politica scolastica sono azioni di politica sociale e di politica economica. La scuola non vive un mondo a parte. Tutto deve viaggiare in un unico progetto di sistema a lunga scadenza, che non guardi solo alla fine dell’anno scolastico ma si proietti nel futuro. Una nazione che non crede nella crescita dei propri figli è una nazione che rinuncia al proprio futuro”.

Roberto Greco

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