Milano, 9 apr. (askanews) – Il vino italiano chiude il 2025 con esportazioni in calo del 3,7% a 7,8 miliardi di euro, dopo un anno in cui la leadership produttiva mondiale non è bastata a compensare la frenata della domanda e il peggioramento del quadro dei costi e dei mercati di sbocco. È la fotografia contenuta nel focus di Sace (il gruppo assicurativo-finanziario, partecipato al 100% dal ministero dell’Economia e delle Finanze) dedicato al settore, che mette assieme primato quantitativo, forza della qualità media e una serie di criticità che stanno pesando sulla competitività del comparto.
Sul piano della produzione, l’Italia si conferma il primo produttore mondiale di vino con 47,3 milioni di ettolitri nel 2025, davanti a Francia con 35,9 milioni e Spagna con 29,4 milioni. L’Europa nel suo complesso vale il 60% della produzione mondiale e registra un aumento del 2% rispetto all’anno precedente, ma il dato va letto dentro una cornice meno favorevole: la produzione continentale resta inferiore dell’8% alla media quinquennale e segna il secondo livello più basso dall’inizio del XXI secolo. In Italia la crescita si è distribuita in modo disomogeneo, con il Sud in aumento del 19%, il Nord in moderata espansione e il Centro in lieve flessione del 3%, soprattutto per la contrazione toscana.
Il dossier colloca questo andamento dentro un mercato globale del vino stimato a circa 360 miliardi di dollari nel 2025, con prospettiva di salire a 370 miliardi entro fine anno e a 440 miliardi entro il 2031, per una crescita media annua del 3,37%. In valore, Francia, Italia e Spagna restano i tre principali esportatori mondiali. La Francia mantiene il primo posto con quasi un terzo dell’export globale, anche grazie a prezzi medi più elevati, mentre l’Italia rafforza la propria quota, passata dal 20,1% del 2020 al 22%.
Il vino continua intanto ad avere un peso decisivo nell’agroalimentare nazionale: un prodotto alimentare italiano su cinque che supera i confini nazionali appartiene a questo settore. Proprio per questo il calo del 2025 assume un rilievo particolare. A incidere maggiormente sono stati i vini rossi e rosé fermi, che valgono circa il 39% dell’export e arretrano del 5,4%. Gli spumanti, pari al 30%, scendono del 2,5%, i vini bianchi fermi, al 23%, perdono l’1,5%, i vini frizzanti, al 6%, si contraggono del 3,5%, mentre il resto del comparto, che comprende mosti, liquorosi e altre tipologie, cala del 12,5%. Sace collega questa dinamica anche all’andamento dei consumi, diminuiti in media dello 0,7% negli ultimi due anni, pur indicando per i prossimi tre anni una crescita media attesa dello 0,7%.
La geografia delle vendite estere conferma la forte esposizione ai mercati tradizionali. Stati Uniti, Germania e Regno Unito rappresentano quasi il 50% dell’export italiano di vino. Gli Stati Uniti restano il primo sbocco con una quota del 23% e 1,8 miliardi di euro, ma registrano una flessione del 9,2% e finiscono per pesare in modo determinante sul risultato complessivo dell’anno. Washington si conferma inoltre primo mercato per vini rossi e rosé fermi, spumanti e bianchi fermi italiani. La Germania vale il 15% con 1,1 miliardi di euro ed è in lieve crescita dello 0,6%; per l’Italia è il primo mercato dei vini frizzanti e liquorosi e il secondo per rossi e rosé. Il Regno Unito pesa per l’11% con 817 milioni ed è in calo del 3,9%; resta però il secondo mercato per spumanti, il terzo per bianchi fermi e il quinto per rossi e rosé. Fuori da questo terzetto, Canada e Svizzera riducono la domanda di vino italiano, mentre la Francia la aumenta del 3,6% e raggiunge 310 milioni di euro. Segnali di crescita arrivano anche dall’Europa dell’Est, in particolare da Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Bulgaria, oltre che da Croazia, Slovenia, Brasile e Vietnam, ancora su valori più contenuti ma in espansione.
A livello territoriale il Veneto si conferma la prima regione esportatrice con 2,9 miliardi di euro, più del doppio di Toscana e Piemonte, entrambe a 1,2 miliardi. Le prime posizioni della classifica non impediscono però una lettura meno favorevole dell’annata: Veneto, Toscana e Piemonte chiudono tutte in flessione, rispettivamente dell’1,2%, del 2% e del 2,2%, così come Trentino-Alto Adige, a meno 7,7%, ed Emilia-Romagna, a meno 7,3%. In controtendenza si muovono Lombardia, che cresce del 7,1%, Puglia, più 5,9%, Friuli-Venezia Giulia, più 8,3%, e Sicilia, più 1,6%, mentre l’Abruzzo arretra del 13,3%.
Uno dei punti di forza indicati da Sace resta l’elevata qualità media del vino italiano, che permette alle imprese di presidiare meglio i segmenti premium, più resilienti e con margini più elevati. In questo quadro il sistema delle denominazioni continua a essere un fattore distintivo della reputazione internazionale del made in Italy: nel 2026 le Docg italiane sono 79. Il dossier segnala anche l’evoluzione del contrassegno di Stato, che integra la digitalizzazione e, in alcuni casi, strumenti come il QR code, rendendo accessibili informazioni validate su origine e filiera del prodotto.
Le prospettive di crescita, secondo l’analisi, dipendono dalla capacità di intercettare il cambiamento nei consumi. Nei Paesi tradizionalmente consumatori si beve meno vino pro capite, mentre aumenta l’interesse nei mercati emergenti. Allo stesso tempo si rafforza la premiumizzazione: si compra meno, ma si scelgono bottiglie di fascia più alta. A questa tendenza si affianca una domanda crescente di prodotti sostenibili, biologici, legati all’esperienza del territorio e, sempre più spesso, a basso contenuto alcolico o analcolici.
Il focus dedica spazio anche alla struttura della filiera, descritta come ampia e ramificata. Accanto ai viticoltori e alle aziende che vinificano, entrano in gioco i produttori di macchinari agricoli, l’imbottigliamento, la chimica dei fertilizzanti e degli additivi, insieme con la logistica. In questo sistema la transizione energetica viene indicata come una sfida centrale, così come l’adozione di pratiche sostenibili, energie rinnovabili e modelli circolari. Parallelamente, intelligenza artificiale e tecnologie digitali acquistano spazio nell’agricoltura di precisione, nell’analisi dei dati e nell’ottimizzazione della logistica, con l’obiettivo di migliorare efficienza e qualità.
Le criticità restano però numerose. Sace richiama l’aumento dei costi dell’energia, dei fertilizzanti, del vetro e di altri input necessari alla filiera, a cui si aggiungono le incognite tariffarie sui mercati di destinazione, in primo luogo quello statunitense. I cambiamenti climatici complicano la pianificazione produttiva e accrescono i rischi, mentre molte piccole e medie imprese continuano a incontrare difficoltà nell’accesso al credito, passaggio decisivo per finanziare investimenti in innovazione e presenza internazionale.

