Salvini ha torto, Bongiorno ha ragione - QdS

Salvini ha torto, Bongiorno ha ragione

Carlo Alberto Tregua

Salvini ha torto, Bongiorno ha ragione

giovedì 20 Giugno 2019 - 08:33

Infrazione Ue e Riforma della Pa

Da circa una settimana il “Capitano” della Lega continua a prendersela con la Commissione europea, dicendo che i suoi componenti non hanno alcuna autorità, in quanto il loro mandato volge alla scadenza. Pertanto, pontifica Salvini, non si deve tener conto di ciò che essi dicono in relazione al debito del nostro Paese (2.373 miliardi, aprile 2019).
Egli non sa o fa finta di non sapere che l’ultima parola, relativa all’apertura di un’eventuale procedura d’infrazione per debito eccessivo, non spetta alla Commissione, che può solamente proporla, bensì al Consiglio europeo, formato dai Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri, più il presidente del Consiglio e il presidente della Commissione europea.
Tale organismo collettivo, entrato in vigore il primo dicembre 2009, ha un presidente eletto per due anni e mezzo. In atto si tratta del polacco Donald Tusk
Il Consiglio europeo non va confuso con il Consiglio dell’Unione europea, che è invece un organismo legislativo al pari del Parlamento europeo. Né va confuso con il Consiglio d’Europa, che è un’istituzione indipendente formata da 47 membri.


Dunque, a deliberare sull’eventuale apertura di una procedura d’infrazione contro l’Italia non sarà la Commissione europea, bensì il Consiglio europeo, nel quale si misureranno le volontà degli altri 27 Capi di Stato e di Governo.
Bisogna che il duo Conte-Tria tenti di convincere proprio costoro, il cui incarico non è affatto in scadenza, in quanto si tratta di rappresentanti eletti nei rispettivi Paesi in date diverse. Occorre, perciò, una densa azione diplomatica da parte di premier e ministro dell’Economia per tentare di spingere almeno la maggior parte di essi a non “multare” l’Italia.
Salvini pensa di avere dalla sua parte i quattro rappresentanti dei Paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia), ma questi non sono sufficienti a formare una maggioranza pro Italia.
Quindi, rivolgersi all’opinione pubblica italiana sputando anatemi contro la Commissione è sbagliato e serve soltanto a confondere i cittadini, che ignorano i trattati europei e sono quindi disponibili a bersi qualunque panzana.

Se Salvini ha torto, Giulia Bongiorno, ministro della Pubblica amministrazione, ha ragione nel formulare il Ddl di riforma della Pa.
Nello stesso vi sono alcune linee interessanti, che riguardano il controllo di dirigenti, funzionari e dipendenti mediante rilevazione delle impronte digitali all’entrata e all’uscita del lavoro. Vero è che per i dirigenti non vi è obbligo d’orario, ma l’accertamento della loro presenza costituisce invece un passaggio fondamentale.
L’attenzione del ministro Bongiorno sui controlli è la strada giusta, anche se da soli non bastano a rendere efficiente la burocrazia italiana.
La Bongiorno rileva che vi sono amministrazioni o parti di esse che funzionano molto bene e altre che funzionano molto male. E allora il ministro ha pensato di istituire un corpo di istruttori da spedire nelle amministrazioni locali che non funzionano, per insegnar loro l’organizzazione necessaria al corretto funzionamento della macchina burocratica.


Ma il ministro, pur essendo una giurista di alto rango, non ha competenze in materia organizzativa. Vero è che potrebbe utilizzare professori e tecnici del ramo, ma ella stessa dovrebbe comunque possedere i dati principali di una moderna organizzazione di una qualunque azienda pubblica.
Nella burocrazia italiana si sconosce il Piano aziendale, noiosamente ripetuto decine di volte su queste colonne, con le sue quattro parti: organizzazione, programmazione, esecuzione e controllo. Ecco cosa dovrebbe essere reso obbligatorio nella nuova norma sulla Pa: il Piano aziendale.
Col riferimento all’ultima sezione, cioè i controlli, non basta accertare la presenza di dirigenti e dipendenti sul posto di lavoro, ma essi dovrebbero misurare l’efficienza della struttura, soprattutto con gli indici di produttività, che tradotto significa quanti servizi vengono prodotti in un’ora di lavoro dal singolo dipendente.
Dispiace che questi basilari elementi non siano nel Ddl in esame, ma il percorso è ancora lungo e può darsi che vi sia un ripensamento a riguardo.

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