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Sanità, indagine FADOI: ospedali sempre meno a misura di anziano

Sanità, indagine FADOI: ospedali sempre meno a misura di anziano

Medicine interne sottodimensionate, 77% ricoverati ha più di 70 anni

Roma, 21 mar. (askanews) – Gli over 80 in Italia sono già 4,6 milioni e le proiezioni demografiche dicono che nel 2060 raddoppieranno. Intanto il 77% dei ricoverati nelle medicine interne – ma il dato non si discosta poi molto negli altri reparti – ha più di 70 anni e in media i pazienti ospedalieri hanno oltre 4 patologie croniche, 4,3 per l’esattezza.

Invecchia la popolazione, aumentano così i ricoverati con comorbilità che avrebbero bisogno di una visione a 360 gradi dei loro problemi di salute. Quella che offrono le medicine interne, che sono però sempre più in overbooking per carenza di letti, personale e dotazioni tecnologiche. Colpa di una loro vecchia e obsoleta classificazione come reparti “a bassa intensità di cura”, quando la realtà odierna dice che proprio per l’età e la presenza di più patologie concomitanti oltre la metà dei ricoverati nelle medicine interne (il 50,9%) richiede una “medio-alta” intensità di cura, il 3,5% decisamente alta, il 40,1% “media” e solo il 5,6% “bassa”, come questi dipartimenti sono in effetti classificati. Con tutto quello che ciò comporta, perché essere considerati a bassa intensità di cura significa avere diritto a meno personale, un minor numero di letti e di strumentazioni. Una minore dotazione che incide in due casi su tre nel generare il cosiddetto “boarding”, ossia la permanenza dei pazienti per ore se non giorni nelle lettighe dei pronto soccorso in attesa di un posto in reparto che non c’è.

No, non si può dire proprio che i nostri ospedali siano a misura di anziano dopo aver osservato i dati della survey condotta su 269 dipartimenti ospedalieri di medicina interna da FADOI, la Federazione che li rappresenta. E se l’ospedale non sembra tenere il passo dei cambiamenti demografici in atto, altrettanto si può dire dell’assistenza territoriale, le cui carenze finiscono per peggiorare poi la situazione negli stessi nosocomi.

Secondo l’indagine infatti circa il 27% delle giornate di ricovero, oltre due milioni se si considera il numero di tutte le tipologie di dipartimento, si potrebbero evitare con una migliore presa in carico del territorio. E se molti ricoveri potrebbero essere prevenuti, lo stesso si può dire per le permanenze prolungate oltre il dovuto in reparto che fanno occupare impropriamente il 22% dei letti. Nel 45,3% dei casi perché c’è carenza di letti destinati alle cure intermedie, quelli degli Ospedali di Comunità in testa, mentre il 27,5% dei casi è attribuibile alle carenze dei servizi socio-assistenziali a domicilio e il 26,4% a difficoltà delle famiglie di farsi carico dei problemi post-dimissioni.

Tornando alle medicine interne, in media manca in organico un medico su cinque (20%). Percentuale analoga (22%) si registra per la carenza di personale infermieristico, con un 18% delle strutture che lamenta carenze superiori al 30% degli organici.

Ma non manca solo il personale: anche i letti scarseggiano, tanto che in media il tasso di occupazione nelle medicine interne è del 99%, ma con il 49,8% delle strutture che è in overbooking, con tassi di occupazione superiori al 100%. Ciò significa poi boarding nei pronto soccorso e pazienti alloggiati anche nei corridoi. Proprio la carenza dei letti genera infatti circa due terzi dei casi di prolungata permanenza nei Ps (il 65% per l’esattezza), configurandosi come un fattore strutturale e non marginale del fenomeno.

Problemi che in larga misura – a parere di chi lavora nei reparti – potrebbero essere risolti riclassificando le medicine interne come a medio-alta intensità di cura: soluzione ritenuta altamente efficace da circa il 70% degli internisti.

Montagnani, Presidente FADOI: “Investire nella Medicina Interna per tutelare pazienti e medici”.

“Una recente ordinanza della Corte di Cassazione – spiega Andrea Montagnani, Presidente FADOI – ha stabilito un principio che scuote le fondamenta della pratica clinica moderna, ossia che la fragilità del paziente non attenua il dovere di cura né neutralizza gli effetti di un errore. Al contrario, proprio perché il ‘margine di compenso’ biologico in questi soggetti è ridotto, ogni deviazione dalle buone pratiche pesa in modo determinante sull’esito finale. Il problema è che il vero ‘errore diagnostico’ lo sta commettendo la programmazione sanitaria. Ancora oggi, infatti, troppi modelli organizzativi regionali, se non tutti, collocano la Medicina Interna nella fascia di ‘bassa intensità assistenziale’ nonostante la presenza massiccia nei nostri reparti di pazienti multi-patologici e fragili”.

“Definire ‘bassa’ l’intensità della Medicina Interna – prosegue – significa giustificare rapporti numerici medici/pazienti e infermieri/pazienti inadeguati alle esigenze reali della maggior parte dei pazienti, complessi e fragili, ricoverati in Medicina Interna. Se la qualità dei processi organizzativi è centrale per la prevenzione del rischio, come richiesto dalla Cassazione, il sottodimensionamento del personale diventa un vizio di sistema, al quale ci auguriamo si ponga rimedio con la legge delega sul riordino della rete ospedaliera appena approvata dal Governo e in attesa di iniziare il suo iter parlamentare”.

“Investire nella Medicina Interna, riconoscendone l’alta intensità clinica, è l’unico modo – conclude Montagnani – per garantire ai cittadini il diritto alla cura e ai medici il diritto di curare senza diventare i ‘capri espiatori’ di carenze strutturali”.