Semeiotica dei colori - QdS

Semeiotica dei colori

Pino Grimaldi

Semeiotica dei colori

sabato 01 Maggio 2021 - 00:00

Siamo tutti a prestare attenzione ai colori che vengono dal ministero della Salute attribuiti alle Regioni in relazione allo stato della pandemia .
E gli italiani che hanno da sempre snobbato anche i colori dei semafori sono a consultare e con ansia il colore della propria città o regione che cambia d’emblée la loro vita quotidiana. Dal tutti liberi del bianco a tutti a casa del rosso ormai il colore (non politico) di un’area condiziona uomini e cose e da quel che sembra non durerà poco quest’arte che ha sottratto agli artisti il loro utilizzo relegandolo a tecnici e politici non sempre inspirati dal bello. Semeiotica docet.

Ma di un colore, quasi costituzionale, se ne parla poco. Eppure domani inizia l’ultimo trimestre nel quale per l’Art. 88 della Costituzione, il Presidente della Repubblica si può avvalere della facoltà di sciogliere le camere ed indire elezioni: prerogativa che decade nell’ultimo semestre del settennato che, nel caso attuale -Presidente Mattarella -, inizia il primo Agosto e fino al 30 Gennaio 2022 ultimo giorno del suo mandato iniziato il 31 Gennaio 2015.

Detto semestre viene, nel linguaggio politico, chiamato “bianco” e qualche malalingua sussurra che se gli italiani non saranno buoni e bravi di bianco avranno appena il semestre! Che nel 1992 diede luogo a tensioni perché la fine di esso coincideva, casualmente, con la fine naturale della legislatura. Portò Cossiga a dimettersi per evitare il papocchio che il caso stava determinando e poi all’emendamento:“Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura”.
Non è il caso nostro perché la legislatura avrà fine naturale nel 2023. Ma il Presidente, piaccia o meno, bisogno eleggerlo a Gennaio dell’anno prossimo. E li casca l’asino. Chi sarà l’eletto che fino al 2029 sarà inquilino del Quirinale? Mattarella ha sgombrato il campo ed ha detto un “grazie,no” quasi ufficiale.

Nell’ultimo anno, in molti ad indicare Draghi come possibile (molto, invero). Ma nominato presidente del consiglio con tutto il popò da fare per salvare il paese da un disastro economico, ci si chiede se sia il caso di pensare a fargli lasciare Palazzo Chigi per “amoveatur ut promoveatur” alias Quirinale.
Vale il gioco la candela? Anche se significherebbe utilizzare la serietà individuale, sociale, culturale e politica del “supermario” che per sette anni assicurerebbe una presidenza del tipo “Einaudi”: the best.

Ma a volerlo inchiodato a Largo Chigi sono in tanti per il bene del paese, non sottovalutando che sarebbe, passato il primo “peggio”, in balia dei partiti. Ma se questo fosse imprescindibile una personalità di alto rango fa capolino: l’ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, oggi ministro della giustizia donna con aplomb signorile, pauca sed bona dicta e soprattutto chiaro segno di riconoscimento dell’altra parte della luna: in un paese maschilista d’antan.
Bene.
A futura memoria. O quasi.

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