TEHERAN – Il traffico congestionante delle strade di Teheran, i grandi murales dei “martiri di guerra“, gli odori agrodolci del fesenjoon e una parola scolpita nel cuore: baraye, l’inno di protesta cantato a gran voce nelle piazze. Ma l’Iran non è solo questo, come chiarisce Pegah Moshir Pour nei suoi libri. L’Iran è un Paese pieno di contraddizioni, di sapori, odori, culture e lingue diversi. Una popolazione dalle ideologie frammentarie, fatta di nostalgici dello scià, oppositori del regime e conservatori. E proprio per questo la sua narrazione risulta difficile. Spesso, sfugge tra le dita di scrittori e giornalisti generando così numerosi stereotipi e fraintendimenti. Pegah ne è ben consapevole, lei che da anni cerca di spiegare cosa sia l’Iran, un paese cinque volte più grande l’Italia.
Chi è Pegah Moshir Pour: ingegnera, attivista e scrittrice irano-italiana pluripremiata
Pegah Moshir Pour è ingegnera, attivista per i diritti digitali e umani, nonché scrittrice di successo irano-italiana, pluripremiata per il coraggio di raccontare le sofferenze di una terra che non trova ancora pace. Il suo libro d’esordio “La notte sopra Teheran” (Garzanti, 2024) è alla sua sesta ristampa e dal 12 maggio è su tutti gli scaffali “La casa dimenticata”, il suo secondo lavoro letterario per i tipi di Garzanti. Il grande pubblico la ricorderà per l’esibizione del 2023 sul palco del Teatro Ariston insieme a Drusilla Foer, mentre interpretava un intenso monologo a favore delle donne e del popolo iraniano.
Il progetto “Urgenze” dell’Accademia di Belle Arti di Catania: manifesti e parole per il presente
Lo scorso 18 maggio, l’Accademia di Belle Arti di Catania l’ha invitata per un talk di chiusura al progetto “Urgenze. Parole e immagini per il presente”. In occasione dell’evento, attraverso il racconto della propria esperienza personale e professionale, Pegah Moshir Pour ha regalato al pubblico uno sguardo sulle urgenze del presente, affrontando temi legati ai diritti, alla libertà di espressione, all’identità culturale e al ruolo dell’attivismo nella società contemporanea.
“Urgenze. Parole e immagini per il presente” è stata una campagna di affissioni di pubblica utilità, nonché un progetto di comunicazione visiva nell’ambito di Com – City open museum, finanziato dal Pnrr – Investimento 3.4 Didattica e competenze universitarie avanzate, generato dall’Accademia di Belle Arti di Carrara. Il progetto ha coinvolto i docenti Ornella Fazzina, Rosario Antoci, Francesco Lucifora, Ciro Esposito e Gabriella Lo Ricco, nonché studentesse e studenti dei corsi di grafica, design, fotografia, illustrazione e arti visive di Abact nella realizzazione di manifesti sulle principali urgenze contemporanee. I 25 lavori selezionati sono stati affissi in spazi pubblici delle città di Catania, Messina, Ragusa e Siracusa.
“‘Urgenze’ è stato accolto positivamente dall’Accademia di Carrara – ha spiegato Antoci -. È nato da un confronto in cui ci siamo chiesti se fosse possibile, in un momento storico particolare, stimolare i nostri studenti a riflettere su quali fossero le problematiche che ritenevano più urgenti, senza imporre limiti precisi. Da questa idea è scaturito un bando che ha portato alla creazione di manifesti successivamente affissi. Per concludere il progetto, abbiamo deciso di invitare per un talk in Abact l’attivista iraniana Pegah Moshir Pour, poiché negli ultimi mesi la situazione in Iran è stata stravolta e sembra che tutta l’attenzione sia ora rivolta verso questa antica terra”.
Iran: 40 milioni sotto la soglia di povertà e 80 giorni di blackout digitale
Molti i manifesti dedicati al Medio Oriente e alla violenza sulle donne. Argomenti, questi, cari alla scrittrice che nel 2023 già invitava a partecipare al movimento iraniano “Donna, vita e libertà”, oggi tragicamente declinato in “Pane, vita e libertà” a causa degli ultimi avvenimenti geopolitici.
“L’Iran è un Paese difficile da raccontare – ha detto la scrittrice – la maggior parte delle persone crede che sia un paese chiuso e invece c’è una fortissima creatività. Dal 1988 in poi si è sviluppata una generazione sempre più sicura di quello che vuole e del fatto che non vuole il regime islamico. Quasi 40 milioni di persone in Iran vivono sotto la soglia di povertà in un Paese composto da 92 milioni di persone. Da più di 80 giorni c’è il blackout digitale. Gli iraniani non possono informarsi in maniera normale o sentire persone dall’estero”.
Martiri, propaganda visiva e il referendum mai concesso: l’Iran che non si racconta
L’iconografia del regime è una macchina di propaganda visiva. Qui la persuasione dell’immagine assume una connotazione religiosa che giustifica l’imposizione. Famosi sono i murales dei volti dei “martiri” uccisi nella guerra durata otto anni tra Iran e Iraq negli anni Ottanta. Il martirio per l’Ayatollah è la massima aspirazione di chi presta giuramento sulla Repubblica islamica.
“Prima di andare via dall’Iran, quando ero una bambina di nove anni, ricordo che dall’aula di scuola vedevamo una parete con dipinta la rappresentazione di uomini in divisa militare e la scritta ‘shahid’ (‘martire’ in italiano, n.d.r.). Negli anni, le famiglie furono molto elogiate per la morte dei propri figli in nome della patria. Anche la morte di Ali Khamenei lo scorso febbraio è stata interpretata dal regime come un martirio… divenendo un idolo”.
L’Ue ha condannato le violazioni dei diritti umani in Iran, tra cui la morte di Mahsa Amini nel 2022. Sostiene le aspirazioni del popolo iraniano per un futuro in cui siano rispettati i diritti umani e le libertà fondamentali. La differenza, però, la farebbe una seria spaccatura interna alla Repubblica islamica.
“Dal 2009 gli iraniani chiedono un referendum per capire quante persone vogliano o meno la Repubblica islamica. Nonostante il regime possa permetterlo, non accetta tale richiesta. Scendere nelle piazze per gli iraniani e per ogni forma di discriminazione e violenza, senza fare attivismo selettivo, è importantissimo. Reclamare certe urgenze, per restare in tema, dovrebbe essere intenzione di ognuno di noi. La consapevolezza del ruolo dell’Ue, lo sgretolamento dall’interno del regime e l’opinione pubblica globale compatta nella protesta emergono ora come elementi chiave”.

