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Shalabayeva, dopo la condanna avvicendato Cortese

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Shalabayeva, dopo la condanna avvicendato Cortese

sabato 17 Ottobre 2020 - 00:03
Shalabayeva, dopo la condanna avvicendato Cortese

Per il questore di Palermo destinazione ad altri incarichi dopo la condanna a cinque anni per sequestro di persona nella vicenda della moglie del dissidente kazako. Gabrielli, "Sono amareggiato, ma la Polizia rispetta le sentenze"

A pochi giorni dalla sentenza del Tribunale di Perugia che li ha condannati a cinque anni di carcere ciascuno e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per il sequestro e l’estradizione di Alma Shalabayeva, per il questore di Palermo, Renato Cortese e per il capo della polizia ferroviaria, Maurizio Improta, è arrivata la notizia dell’avvicendamento con destinazione ad altri incarichi.

Una decisione che è stata presa dal capo della polizia, Franco Gabrielli, proprio come conseguenza della sentenza di primo grado del tribunale del capoluogo umbro che, mercoledì scorso, insieme all’allora capo della squadra mobile di Roma e al capo dell’Ufficio immigrazione, Cortese e Improta, ha condannato sempre a cinque anni di carcere i funzionari della squadra mobile Luca Armeni e Francesco Stampacchia.

Rispettivamente condannati a quattro anni e tre anni e sei mesi, invece, i due agenti in servizio all’Ufficio immigrazione, Vincenzo Tramma e Stefano Leoni mentre è stata assolta dall’accusa di sequestro di persona il giudice di pace che si occupò del procedimento, Stefania Lavore, anche lei condannata però a due anni e sei mesi per falso.

Per il questore di Palermo il dipartimento di Pubblica sicurezza ha attivato la procedura amministrativa dell’istituto giuridico della disponibilità.

“Pur ribadendo la profonda amarezza e il pieno convincimento dell’estraneità dei poliziotti ai fatti” ha detto Gabrielli, con la decisione presa si riafferma il principio che “la Polizia, il cui motto non a caso è ‘sub lege libertas’, osserva e si attiene a quanto pronunciato dalle sentenze, quand’anche non definitive”.

Per il Tribunale di Perugia, presieduto da Giuseppe Narducci, il rimpatrio di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako, Mukhtar Ablyazov e della loro figlia Alua, sei anni, dall’Italia al Kazakhstan (vennero prelevate in una villa a Roma nella zona di Casalpalocco da cinquanta poliziotti), alla fine del maggio del 2013, configurò un sequestro di persona.

Una decisione arrivata dopo una lunga camera di consiglio, al termine della quale la Corte ha comunque assolto gli imputati da una decina dei capi d’accusa per falso ideologico, abuso e omissione d’atti d’ufficio.

Tutti, che dall’inizio del procedimento hanno sempre rivendicato la correttezza del loro comportamento, hanno assistito in aula alla lettura del dispositivo e, le loro difese, hanno già annunciato ricorso in appello.

In aula non c’era Alma Shalabayeva, che vive a Roma con le figlie dopo essere tornata in Italia nel dicembre del 2013, mentre il marito è attualmente in Francia, dove gli è stato riconosciuto l’asilo politico.

Nella vicenda erano coinvolti inizialmente anche tre funzionari dell’ambasciata kazaka a Roma, prosciolti però dal gup che ha riconosciuto loro l’immunità diplomatica.

I due tuttavia – emerge dai capi d’imputazione – avrebbero attivato “direttamente l’Autorità di polizia italiana e ingerendosi sistematicamente nell’attività investigativa”. Che portò – sempre in base alla ricostruzione accusatoria – alla privazione della libertà personale di Alma Shalabayeva e della figlia, al loro trattenimento e al rimpatrio”.

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