Cosa bisogna fare per avere un servizio idrico all’altezza e dunque, partendo dalle basi, avere la garanzia che l’acqua arrivi a casa tutti i giorni dell’anno, senza tenere conto della stagione o del fatto che sia giorno o notte? E per arrivare a un tale scenario, che oggi in molte parti della Sicilia appartiene al campo dei desideri pressoché irrealizzabili, che costi i cittadini dovrebbero accettare di pagare? Le domande sono semplici, le risposte di certo no. Con le lentezze di sempre, la regione vive una fase di transizione verso la gestione unica del servizio idrico all’interno dei singoli ambiti, nonostante tale processo sarebbe dovuto avvenire una ventina di anni fa.
Gestione idrica in Sicilia: una situazione a macchia di leopardo
Ciò fa sì che l’isola sia a macchia di leopardo: province in cui la gestione in capo a un unico operatore è già stata avviata, altre – di Catania sulle pagine di queste giornale se ne parla spesso, per via dell’intricatissima querelle che dura da decenni e non riesce a essere sciolta nemmeno dalle sentenze definitive della giustizia amministrativa – in cui il percorso è ancora in itinere. Un ulteriore elemento di diversificazione, ma questo è proprio della normativa e non riguarda soltanto la Sicilia, riguarda il tipo di conduzione: ci sono casi in cui la gestione è affidata a società in house totalmente pubbliche, altre in cui operano praticamente soltanto i privati e infine soluzioni pubblico-private.
Quel che conta per i cittadini sono però soltanto due cose: la qualità del servizio idrico, a partire dagli investimenti necessari a far sì che problemi infrastrutturali non comportino limitazioni alle erogazioni, e gli importi delle bollette dell’acqua. A incrociare questi temi è stata di recente Federconsumatori, con un report che punta a far discutere e riproporre l’annosa questione collegata ai risultati del referendum costituzionale sull’acqua del 2011.
Tariffe acqua e gestione privata: i dati di Federconsumatori
In questi quindici anni, in più parti d’Italia è stata denunciato il presunto mancato rispetto della volontà popolare che con una percentuale bulgara bocciò il piano del governo Berlusconi di indirizzare verso un futuro a guida privata il settore. Tuttavia il referendum servì a eliminare la remunerazione del capitale in bolletta e contemplare la possibilità di una governance pubblica, senza però imporla. Nei fatti ciò ha portato a una diffusa presenza di soggetti privati al timone del servizio idrico integrato. “La nuova indagine di Federconsumatori Sicilia sulle tariffe del servizio idrico integrato nei comuni capoluogo dell’isola, basata su dati aggiornati a fine 2025, mette in luce un dato incontrovertibile: dove la gestione è puramente privata, il cittadino paga di più per l’acqua e la fognatura”, si legge in una nota diramata dall’associazione.
L’assunto nasce da una comparazione tra le bollette e il tipo di gestione decisa a monte dalle Assemblee territoriali idriche, gli enti che all’interno dei singoli ambiti – in Sicilia coincidono geograficamente con le ex province – hanno il compito di decidere quale strada intraprendere per affidare il servizio. “L’indagine ha preso come riferimento una famiglia tipo composta da tre persone e un consumo medio annuo di 182 e 150 metri cubi annui – si legge nel report visionato dal Quotidiano di Sicilia – Nella composizione del costo finale sono comprese le voci relative ad acquedotto, canone di fognatura, canone di depurazione, quota fissa, componenti di perequazione e Iva al 10 per cento”. Partendo da qui è possibile dire che la spesa media dell’acqua in Sicilia è di 565,17 euro nell’ipotesi di un consumo di 182 metri cubi, mentre arriva a 439,18 tenendo in considerazione un utilizzo di 150 metri cubi. In entrambi i casi si registra un aumento rispetto alle bollette idriche del 2024, con aumenti rispettivamente del 4,9 per cento per il consumo da 182 metri cubi e del 5,3 per cento per quello da 150 metri cubi. La comparazione più eloquente però resta quella con il resto d’Italia: a livello nazionale, la spesa media è di 527,53 euro a famiglia per la fascia da 182 metri cubi annui e di 415,01 per i nuclei che ne consumano 150.
Le città siciliane con le bollette dell’acqua più care
In Sicilia ci sono cinque capoluoghi su nove che registrano bollette superiori alla media nazionale in entrambe le fasce. Si tratta di Enna, Siracusa, Caltanissetta, Agrigento e Palermo. “Nell’ipotesi di consumo di 182 mc/anno, Enna a livello nazionale rappresenta il decimo capoluogo più costoso (nel 2024 era al settimo posto) e si conferma al primo posto in ambito regionale con 764,50 euro (- 0,2% rispetto al 2024)”, si legge nello studio di Federconsumatori. Al secondo posto si piazza Siracusa con 738 euro, seguita da Caltanissetta 729,28 euro, Agrigento con 630,44 e Palermo con 544,14 euro e un incremento del 12,3 per cento in un solo anno. Proseguendo in ordine decrescente troviamo poi Ragusa con 513,48 euro e Trapani con 441,94 euro. “Le città capoluogo di provincia meno care sono Catania 360,19 euro (nonostante un aumento del 9,8 per cento) e Messina con 364,51 euro, che, rispetto all’anno precedente, ha avuto un incremento di 8 punti percentuali”.
La graduatoria viene confermata anche se si prende in considerazione la fascia che descrive un consumo di metri cubi d’acqua inferiore. “Mettendo a confronto l’ipotesi di spesa per un consumo di 182 mc/anno, con quella di 150 mc/anno, si registra un risparmio medio nazionale di 112,52 euro annui, pari a oltre il 21,3 per cento della spesa complessiva. A livello regionale, il risparmio medio è di 125,99 euro, pari al 22,3 per cento della spesa complessiva a famiglia”.
Perdite della rete idrica e costi scaricati sui cittadini
Se questi sono i prezzi, un elemento di riflessione interessante nasce dalla constatazione che le gestioni delle province in cui la bolletta costa di più hanno una componente privata che di fatto ha in mano la dimensione operativa del servizio idrico integrato. “Circa metà dell’isola paga l’acqua ad un prezzo in linea con la media nazionale, mentre l’altra metà paga di più o molto di più. Se oltre la metà dei siciliani paga l’acqua così tanto è dovuto ad un mix di due fattori. Il primo è che, in Sicilia, l’acqua si paga due volte: la prima, all’ingrosso, a Siciliacque (Società mista partecipata al 75% da privati e al 25 % dalla Regione Siciliana), la seconda, al dettaglio, al gestore locale del servizio”.
Tra l’acqua che si finisce per pagare c’è anche quella che nei rubinetti non ci finisce mai, perché si perde per strada, in uno dei tanti buchi della rete idrica siciliana. Su questo argomento sono state scritte tante pagine ma ancora non sono state trovate le soluzioni. Rifare la rete costa, servono finanziamenti e in non pochi casi – come a Catania, con l’eterna lite tra Sie e Ati – quando erano a disposizione sono stati persi per lungaggini burocratiche. “Gli ultimi dati disponibili relativi all’anno 2024 sono stati esplicitati dalla Corte dei Conti Sezioni di Controllo della Sicilia – ricorda Federconsumatori – Il valore medio di perdite idriche in Sicilia nelle reti idriche siciliane è del 52,36 per cento. Nell’ambito di Siracusa si perde il 68,20 per cento in rapporto al volume complessivo di acqua immesso nelle reti”.
Le province con le maggiori perdite d’acqua
Anche in questo caso, altrove non va tanto meglio: in provincia di Ragusa le perdite sono del 58,8 per cento, a Palermo del 54,80 per cento, a Messina del 54,4 e poi ancora ad Agrigento (il dato è del 2022) del 51,2 per cento, a Enna del 46,8 e a Caltanissetta del 38,6. Per Trapani e Catania va fatto un discorso a parte: la gestione attualmente ripartita tra più soggetti implica anche la difficoltà di riportare un dato aggregato e così nel primo caso si segnala una stima del 20 per cento per la città di Trapani, che a Marsala arriva al 30, ad Alcamo al 41,3, a Calatafimi del 52,9 e a Pantelleria addirittura del 64,4 per cento.
Mentre sul fronte catanese, nei comuni coperti da Acoset si tocca addirittura la perdita di oltre il 75 per cento, in quelli gestiti da Sogip del 68,1 mentre a Catania la Sidra assicura che le perdite si fermano al 60,5 per cento. “Il risultato di tutto questo è un prezzo molto alto per un servizio di qualità molto bassa”, chiosa il presidente di Federconsumatori Sicilia, Alfio La Rosa.
E adesso la Regione punta su una tariffa unica per tutta l’Isola
Una formula che possa riuscire a mettere in equilibrio le differenze che attualmente caratterizzano il servizio idrico nell’isola, cercando di contemperare bisogni e punti di forza dei singoli nell’interesse collettivo. Si tratta di un obiettivo a lunghissimo termine che però il governo regionale guidato da Renato Schifani ha messo in agendo con un disegno di legge che punta a riformare il settore dell’acqua, innanzitutto dal punto di vista della governance. L’obiettivo è quello di creare un’Autorità idrica siciliana, che finisca per governare l’intera isola trattandola come un unico ambito territoriale ottimale, centralizzando la pianificazione degli investimenti e mettendo in dialogo i singoli territori.
Punto centrale della riforma sarebbe quella di una tariffa regionale unica, che porterebbe a superare i costi sostenuti dagli utenti che attualmente – come ricordato da Federconsumatori – cambiano, anche di molto, da una provincia all’altra. Per farlo però servirà tempo e volontà politica. Il primo perché alla luce delle attuali gestioni il cambio di scenario avverrebbe nel giro di diversi decenni. Le convenzioni stipulate con i privati, anche nel caso di società miste che operano come gestori unici, sono di durata trentennale e in Sicilia ce ne sono più di un paio che di fatto devono ancora iniziare. Ciò fa sì – ed è espressamente detto all’interno del disegno di legge – che sarebbe necessario attendere la conclusione dei contratti, pena il dover affrontare penali per preventiva risoluzione degli stessi di importi ingentissimi.
La sponda politica è invece altrettanto fondamentale e per nulla scontata: a votare il disegno di legge, sempre che questo arrivi in aula prima della scadenza della legislatura, la quale non è neanche detto che arrivi a termine considerati gli equilibri molto precari nella maggioranza, dovranno essere i 70 deputati dell’Ars. Ognuno di loro proviene da territori che sul fronte dell’acqua si caratterizzano in modo diverso: ci sono province dove le erogazioni, in alcuni momenti dell’anno, non sono garantiti giornalmente e serve fare turnazioni, altri dove di acqua a disposizione ce n’è in abbondanza ma a essere malmesse sono le reti di distribuzione. Poi ci sarà da capire quale rapporto stabilire con Siciliacque, il soggetto che oggi fa da grossista dell’acqua ma soltanto in metà Sicilia.Insomma un tema che al momento, al netto della decisione di inserirlo in un ddl, sembra più essere legato al mondo delle idee e delle teorie gestionali che all’applicabilità concreta. A meno che improvvisamente la politica regionale non dimostri di sapere ragionare anche a lungo termine, guardando una volta tanto agli interessi delle generazioni future.

