Dal primo gennaio scorso sono cambiate in Sicilia le modalità di accesso alla fecondazione medicalmente assistita. Le tecniche di PMA, procreazione medicalmente assistita, saranno adesso sostenute dal Sistema sanitario nazionale con un grande impegno economico per le casse statali.
Come spiega il ministero, “la procreazione medicalmente assistita, comunemente detta “fecondazione artificiale”, è l’insieme delle tecniche utilizzate per aiutare il concepimento in tutte le coppie, nei casi in cui il concepimento spontaneo è impossibile o estremamente remoto e nei casi in cui altri interventi farmacologici e/o chirurgici siano inadeguati”.
Questa si avvale di diversi tipi di tecniche che comportano la manipolazione di ovociti, spermatozoi o embrioni nell’ambito di un trattamento finalizzato a realizzare una gravidanza e possono essere suddivise in tecniche di I, II e III livello in base alla complessità e al grado di invasività tecnica che le caratterizza.
Le metodiche di I livello sono semplici e poco invasive e caratterizzate dal fatto che la fecondazione si realizza all’interno dell’apparato genitale femminile; le tecniche di II e III livello sono invece più complesse e invasive e prevedono che la fecondazione avvenga in vitro.
Oltre a diverse condizioni patologiche che possono condizionare negativamente la capacità riproduttiva sia dell’uomo sia della donna, l’età della donna rappresenta il fattore che più riduce la possibilità di avere un bambino con i trattamenti di PMA: le percentuali di successo, dopo i 40 anni, sono infatti limitate. Ma quali sono i centri accreditati in Sicilia e quanto si spende per inseguire il sogno di diventare genitori?
In Sicilia, fino a pochi mesi fa, diventare genitori attraverso la procreazione medicalmente assistita significava spesso affrontare un doppio ostacolo: economico e geografico. Un percorso a ostacoli tra costi elevati difficilmente sostenibili e necessità di spostarsi fuori regione, soprattutto verso il Nord Italia, per accedere a strutture più organizzate e con tempi d’attesa più contenuti.
Un fenomeno che ha contribuito ad alimentare negli anni la cosiddetta “migrazione sanitaria”, con un impatto diretto sulle famiglie e sui bilanci pubblici. Dal primo gennaio, però, lo scenario è mutato sensibilmente con l’inserimento della procreazione medicalmente assistita (Pma) nei Livelli essenziali di assistenza (Lea).
Su volontà del Ministero della Salute e del ministro Schillaci, per la prima volta queste prestazioni entrano a pieno titolo tra i diritti garantiti dal Servizio sanitario nazionale. In termini concreti, significa che le coppie siciliane possono accedere ai trattamenti pagando un ticket, con una copertura significativa dei costi da parte del sistema pubblico.
Una riforma che si inserisce in un contesto demografico critico – caratterizzato da un calo costante delle nascite e da un aumento delle difficoltà riproduttive – e che promette di incidere non solo sul piano sanitario, ma anche su quello sociale ed economico.
Dal contributo regionale alla copertura nazionale: una svolta attesa
Per comprendere la portata del cambiamento, è necessario partire da ciò che esisteva prima. In Sicilia, fino al 2025, l’accesso alla Pma era sostenuto quasi esclusivamente da risorse private. La Regione aveva introdotto un intervento limitato nel 2022, stanziando circa 550 mila euro per rimborsare poco più di 200 trattamenti. Un’azione definita da molti operatori del settore come “sperimentale”, incapace però di incidere in modo strutturale sul fabbisogno reale.
Quel modello lasciava scoperta la maggioranza delle coppie, costrette a sostenere spese che potevano superare i 3.000 euro per singolo ciclo, senza contare i costi indiretti legati agli spostamenti e ai soggiorni fuori regione.
Con l’ingresso nei Lea, il paradigma cambia radicalmente: la Pma diventa una prestazione sanitaria essenziale, e quindi accessibile su base universalistica. Non si tratta solo di un alleggerimento economico, ma di un riconoscimento formale del diritto alla cura dell’infertilità.
Le nuove regole: ticket, esenzioni e compartecipazione
A definire nel dettaglio il nuovo sistema è intervenuta la Regione Siciliana attraverso una serie di decreti assessoriali emanati tra il 2024 e il 2025. Il risultato è un meccanismo di compartecipazione calibrato sulla condizione economica degli utenti. Per i cittadini esenti dal ticket sanitario, il costo è previsto solo per il primo ciclo di trattamento, indipendentemente dalla tipologia: omologa (con gameti della coppia) o eterologa (con donazione esterna). I cicli successivi sono interamente a carico della Regione.
Per i non esenti, invece, è previsto il pagamento della quota di compartecipazione per ogni ciclo effettuato. A questa si aggiunge un ticket fisso di 38 euro per ciascun trattamento avviato. Un sistema che, almeno sulla carta, punta a garantire equità nell’accesso, pur mantenendo una compartecipazione minima da parte degli utenti.
Il nodo centrale resta quello economico. Quanto incide concretamente la riforma sui costi sostenuti dalle coppie? Un esempio emblematico riguarda la Fivet (fecondazione in vitro con trasferimento dell’embrione), una delle tecniche più diffuse. Prima dell’introduzione nei Lea, il costo medio di un ciclo poteva superare i 3.000 euro. Oggi, secondo il tariffario regionale, la quota a carico della coppia si aggira intorno ai 730 euro, con oltre il 70% della spesa coperta dal Servizio sanitario nazionale.
La rete dei centri: tra pubblico e privato accreditato
Ad oggi, in Sicilia sono 13 le strutture accreditate per l’erogazione delle prestazioni di Pma. Un sistema misto, che vede la presenza sia di centri pubblici sia di realtà private convenzionate. Nel settore pubblico operano tre principali poli ospedalieri: Palermo, Catania e Messina. A questi si affianca una rete di centri privati distribuiti in diverse province.
Tra le Aziende sanitarie e ospedaliere troviamo il Centro pma interaziendale di Palermo all’ospedale Cervello, il Centro pma all’ospedale Cannizzaro di Catania e il Centro pma all’ospedale Papardo di Messina. Diversi i centri privati accreditati: Centro Ambra, Centro Andros, Centro di Biologia della Riproduzione e Centro Genesy a Palermo; Case di Cura Falcidia, Centro Cra e Centro Umr a Catania.
E poi il Centro Cru a Messina, il Centro Medisan a Ragusa e infine il Centro Hera per Siracusa. Dall’elenco non risulta alcun centro disponibile per le province di Trapani, Enna, Caltanissetta e Agrigento nonostante uno degli obiettivi dichiarati della riforma sia la riduzione della mobilità sanitaria verso le regioni del Nord, storicamente più attrezzate sul fronte della Pma.
Lombardia e Veneto, in particolare, hanno rappresentato per anni le principali destinazioni per le coppie siciliane da quando l’adozione della pratica è divenuta legale anche in Italia. Ma per avere dati concreti sarà necessario attendere almeno la metà del 2026, quando saranno disponibili le prime rilevazioni ufficiali sulla mobilità passiva. Solo allora sarà possibile capire se la Sicilia è riuscita a colmare – almeno in parte – il divario con il resto del Paese.
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