In Sicilia corpi idrici “malati”: il 90% non è in buono stato ecologico - QdS

In Sicilia corpi idrici “malati”: il 90% non è in buono stato ecologico

Michele Giuliano

In Sicilia corpi idrici “malati”: il 90% non è in buono stato ecologico

venerdì 20 Gennaio 2023 - 08:30

Il monitoraggio dell’Agenzia europea dell’ambiente: l’Isola la regione in peggiori condizioni. A soffrire fiumi, laghi e acque di transizione e costiere: difficoltà a risanare queste risorse

Buona parte dei “corpi idrici” siciliani, che siano fiumi, laghi e acque di transizione costiere non sono in un buon stato ecologico; per la precisione, secondo l’agenzia europea dell’ambiente, il 90% delle acque dolci superficiali isolane non sono per nulla in buone condizioni. In questi termini, la Sicilia è anche la regione italiana con le condizioni peggiori. Il resto della penisola, infatti, vede buona parte del territorio con una percentuale di corpi idrici in buone condizioni che sale mediamente al 50%, con la Sardegna che segnala una presenza di acque in buone condizioni in oltre il 70% dei casi.

Questo quanto emerge dal recente “Riesame dell’attuazione delle politiche ambientali” che è stato varato dalla Commissione Europea nel documento trasmesso al parlamento. In Europa, la stessa pessima condizione delle acque, registrata in Sicilia, è stata segnalata anche in buona parte della Germania, in alcuni distretti dei paesi nordici e in Inghilterra. L’argomento è centrale nelle politiche ambientali europee, semplicemente perché “la protezione delle risorse idriche e degli ecosistemi che ne dipendono, così come la disponibilità di acqua pulita, sono fondamentali per l’esistenza umana, per l’economia (l’acqua alimenta tutti i settori economici) e per lo sviluppo sostenibile, ma anche per l’ambiente”.

Purtroppo, la valutazione del terzo ciclo di piani di gestione dei bacini idrografici mostra come, nonostante il termine del 2027 si avvicini, i progressi verso il conseguimento di un buono stato dei corpi idrici sono generalmente lenti. Ciò è dovuto a una combinazione di fattori: mancata fissazione delle condizioni di riferimento per la caratterizzazione dei corpi idrici, valutazione incompleta delle pressioni, monitoraggio insufficiente delle acque (motivo per cui non si conosce lo stato dei corpi idrici), valutazioni dell’impatto delle attività sui corpi idrici eseguite in modo non corretto, esenzioni non sufficientemente giustificate.

Inoltre, gli Stati membri avrebbero dovuto trasmettere alla commissione i propri piani di gestione dei bacini idrografici e quelli di gestione del rischio di alluvioni entro il 22 marzo scorso, ma in tanti non hanno ancora ottemperato a tali obblighi giuridici e la stessa commissione adesso è pronta ad agire in caso di inadempienza.

L’Italia, a proposito, applica pratiche avanzate in materia di contabilità ambientale, capitale naturale e indicatori di benessere, potenziate grazie allo strumento di sostegno tecnico della commissione e allo strumento inter pares Eir Peer 2 Peer. Non sono meno importanti le acque dei mari: poco più di un anno fa, nel settembre del 2021 per l’esattezza, la commissione ha varato la missione dell’Ue “Far rivivere i nostri oceani e le nostre acque entro il 2030” come strumento per conseguire gli obiettivi fissati nel Green Deal europeo in relazione all’ambiente marino e alle acque dolci, quali la protezione del 30% dei mari dell’Ue e il ripristino degli ecosistemi marini e di 25 mila chilometri di fiumi a scorrimento libero.

Per quanto riguarda la direttiva sulle acque di balneazione, nel complesso nell’Ue si registrano tassi elevati di prestazioni eccellenti o buone, pur con marcate differenze tra gli Stati membri. In numerosi casi, a fronte di obblighi specifici e ben definiti come quelli della direttiva sui nitrati e della direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane e nonostante il sostegno della commissione (ad esempio tramite ingenti finanziamenti Ue), l’attuazione sul campo procede molto a rilento a causa di carenze nella pianificazione e nell’organizzazione, dell’insufficienza dei fondi e del mancato riconoscimento come priorità. Queste criticità tardano a diventare priorità a livello nazionale, a volte anche dopo una seconda sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea.

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