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La Sicilia “d’Egitto” che coltiva ancora oggi il papiro

Biagio Tinghino

La Sicilia “d’Egitto” che coltiva ancora oggi il papiro

giovedì 04 Novembre 2021 - 02:45

A due passi dal Parco archeologico “Neapolis”, Angelo Mortellaro dal 2003 manda avanti la più estesa piantagione siciliana di “Ciperus papirus”, che non vive solo sulle sponde del Nilo

SIRACUSA – “In Sicilia non esistono piantagioni di papiro così vaste, io sono l’unico produttore di carta papiro in Europa” – così esordisce Angelo Mortellaro, intervistato in esclusiva per il Quotidiano di Sicilia. La Sicilia è la più grande isola dell’Italia e del Mediterraneo, una terra sorprendente ricca di storia e tradizioni, in cui arte e cultura si intrecciano con meravigliose bellezze naturali. Per questo non c’è molto da meravigliarsi se a due passi dal Parco Archeologico “Neapolis” di Siracusa si trova l’unica impresa artigianale che, oltre a fabbricare la pregiatissima carta papiro, gode della proprietà di una vastissima piantagione di papiro.

La pianta di papiro “Ciperus Papirus” vive unicamente lungo le sponde di due fiumi: il Nilo, in Egitto, e il Ciane, a Siracusa in Sicilia. La prima testimonianza certa sulla presenza della pianta papiro a Siracusa risale al 1674, fornita da un riferimento di Paolo Silvio Boccone, botanico palermitano.

“La mia attività iniziò nel 2003 – ha detto Mortellaro – quando acquistai circa 13.000 metri quadri di terreno arido, abbandonato da decenni, a ridosso del Parco Archeologico di Siracusa, con l’intenzione di creare una piantagione di papiro ed un percorso turistico nel quale mostrare ai visitatori la pianta di papiro, ricreando un ambiente naturale. Ci sono riuscito grazie all’acquedotto greco che parte da Pantalica e scende dal teatro greco di Siracusa. I terreni sono stati bonificati e resi fertili. Inoltre ho voluto inserire nell’habitat degli animali come pavoni, anatre mandarino, cigni, germani e gallinacei”.

“Questa passione – ha continuato il produttore – mi fu tramandata da mio nonno, il Cavaliere Angelo La Mesa, assistente ai Beni Culturali, che essendo un appassionato di papiri iniziò a coltivare, negli anni ’60, una piantagione di 5.000 metri quadrati. Io all’età di 14 anni, per gioco, iniziai a produrre la carta e, da allora, non ho più smesso. Negli anni ’70 a Siracusa il papiro divenne un simbolo tanto che l’artigianato contava circa 30 fabbricanti di carta. Oggi la colonia più vasta di piante di papiro si trova sulle sponde del fiume Ciane, per circa 8 km”.

Dai testi storici si legge che Tolomeo Filadelfo inviò delle piante di papiro a Siracusa come simbolo del basso Egitto. Alcuni storici ritengono che a Siracusa si fabbricasse carta papiro già nel 250 a.C., ma il prodotto ottenuto era di qualità scadente tanto da continuare le importazioni dall’Egitto. Grazie alla presenza della pianta papiro lungo le sponde del fiume Ciane a Siracusa, nel XVIII secolo iniziò la produzione di carta papiro.

“Nel 1781 l’archeologo Saverio Landolina tentò la produzione della carta di papiro – ha raccontato Mortellaro -, prendendo notizie da testi antichi. Ci riuscì e il suo lavoro venne imitato da varie famiglie siracusane, prima i Politi e poi la famiglia Naro che iniziarono a produrre carta da vendere ai turisti. La mia famiglia, all’epoca, fu l’unica che la coltivò. Purtroppo, durante gli anni ’70 del 1900, un momento di massimo splendore per la produzione di carta papiro in Sicilia, i commercianti siracusani, per abbattere i costi, cominciarono ad importare la carta dall’Egitto che, dopo anni di fermo, ricominciò a produrla per scopi turistici. Si trattava però di una carta di bassa qualità che non venne più acquistata dagli artigiani locali e determinò la chiusura di tutte le imprese siracusane”.

La carta veniva utilizzata dai pescatori siracusani per intrecciare corde o dai contadini per legare i covoni mentre le ampie chiome verdi venivano utilizzate come ornamenti e durante le festività venivano usate per ricoprire i pavimenti di strade e chiese. “Oggi la produzione comincia dalla scelta e raccolta dei fusti migliori – ha spiegato l’esperto -, poi la pianta si taglia a strisce e per 12 ore si lascia a macerare in una soluzione che evita l’ossidazione. Quindi le strisce vengono disposte su due panni, creando un intreccio in verticale ed orizzontale, e poi vanno in pressa per 3/4 giorni fino a quando il foglio non è completamente asciutto. Si tratta di un lavoro esclusivamente manuale che segue tutte le fasi dell’antica tecnica di produzione. Fare la carta papiro è un’imbalsamazione del vegetale. La carta papiro che produco viene commercializzata in Sicilia, soprattutto a Siracusa, e viene usata per realizzare souvenir, bomboniere per le cerimonie, attestati o dipinti. Inoltre, la nostra carta è stata un oggetto di scena nelle ultime riprese del film Indiana Jones e il papiro che Ficarra e Picone hanno tra le mani nelle scene del film ‘Il primo Natale’ è una mia produzione!”

“Stiamo cercando – ha affermato l’artigiano – di valorizzare la carta papiro siracusana e il nostro territorio attraverso dei percorsi turistici volti a far conoscere le peculiarità di questo prodotto legato alle nostre zone. Da noi il turista visita l’oasi naturalistica ed usufruisce dell’area picnic, tocca con mano la pianta, vede l’ambiente particolare in cui vegeta, facciamo un percorso di spiegazione storico/botanico del papiro, si raccoglie il fusto e mostriamo tutte le fasi di fabbricazione della carta. Prima della pandemia da covid-19 la mia azienda era un punto di riferimento per le scuole che, da tutta la Sicilia, venivano per assistere alla raccolta del papiro e alla produzione della carta. Spero che anche la politica si dedichi alla valorizzazione di questi luoghi e degli artigiani che tramandano questi mestieri antichi che stanno scomparendo”.

“Ho trascorso la mia infanzia con mio nonno – ha concluso Angelo Mortellaro – all’interno della Neapolis, luoghi che mi hanno affascinato e che mi hanno trasmesso l’amore per quello che faccio. Un sogno che dedico a mio nonno, grazie ai suoi consigli sono riuscito a trasformare una passione in realtà lavorativa”.

Biagio Tinghino

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