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”Slow Wine Fair 2026″, Zuppi e Petrini: vino come comunità di destino

”Slow Wine Fair 2026″, Zuppi e Petrini: vino come comunità di destino

Dibattito tra presidente Cei e fondatore Slow Food con i vigneron

Milano, 23 feb. (askanews) – A “Slow Wine Fair 2026” a BolognaFiere il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, e Carlin Petrini, fondatore di Slow Food, hanno dialogato con giovani viticoltori e viticoltrici sul vino come responsabilità sociale e sulla necessità di passare da una logica di competitività a una di condivisione e cooperazione. Il confronto si è inserito nel tema guida di questa quinta edizione, il vino come esperienza culturale e sociale oltre che prodotto, con implicazioni che chiamano in causa lavoro, giustizia sociale e responsabilità individuale e collettiva.

“È fondamentale parlare ai giovani che oggi producono vino, questa nuova generazione deve assumersi responsabilità che un tempo non erano condivise. Il vino è diventato elemento identitario, portatore di una dimensione culturale nuova” ha affermato Petrini, che ha richiamato il passaggio dalla convinzione, propria dell’era industriale, di risorse considerate infinite alla consapevolezza della loro finitezza nel tempo della transizione ecologica. “Se non cambiamo abitudini e pensiero, il rischio è concreto – ha ricordato – il sistema alimentare è tra i primi responsabili dello sconquasso ambientale: il 30% del cibo viene sprecato mentre milioni di persone soffrono la fame”.

Petrini ha sostenuto che una crescita senza limiti e la concentrazione esclusiva sul profitto spingono verso un punto di non ritorno, indicando come alternativa una produzione fondata su beni comuni e beni di relazione. “Non è possibile concentrare la qualità del vino solo sull’aspetto organolettico: senza una componente di responsabilità sociale, questo sistema è destinato a scomparire” ha proseguito, ricordando le condizioni di lavoro dei migranti in agricoltura e la necessità di percorsi di inclusione. “La gastronomia è coscienza – ha rimarcato – significa superare il profitto come unico fine e aprirsi al bene comune”.

“Spesso è il mercato a dettare le scelte ma dobbiamo dimostrare che il buono, pulito e giusto non è un’utopia: è l’unico modo per sopravvivere e garantire un futuro per tutte e tutti” ha dichiarato il cardinale Zuppi nel suo intervento, che sul tema della proprietà e del possesso ha messo in guardia dalla deriva individualistica: “Quando pensi di possedere, entri in una logica distruttiva. L’espressione ‘Meno è di più’ ribadita nella ‘Laudato Si’ di Papa Francesco significa liberarsi dal consumismo e dallo spreco”. Zuppi ha quindi legato il senso del lavoro alla ricostruzione di comunità e relazioni, soprattutto nelle aree interne. “Nelle piccole realtà c’è un’attenzione alla persona che nelle grandi dimensioni rischia di perdersi nei numeri – ha evidenziato – e per ritrovare il senso dei nostri giorni dobbiamo capire che siamo una comunità di destino”.

Nel rispondere alle domande dei giovani vigneron, Zuppi ha insistito sull’importanza di ricostruire il senso di comunità. “Quando domina l’Io si perde il senso delle relazioni. Invece la comunità è pensarsi insieme. Nella cura della comunità, della casa in cui vive, c’è la possibilità di trovare il senso della vita. Quando comprendiamo di essere una comunità di destino, superiamo l’idolatria del possesso e del profitto, che è deformante e ci fa male”.

“Siamo in un tempo di cambiamento che deve essere vissuto con gioia” ha spiegato Petrini, aggiungendo che “passare da una logica di competizione alla condivisione e alla cooperazione è una forma di libertà”, proponendo l’idea di “co-produttori”, cittadini consapevoli che sostengono con le proprie scelte chi privilegia pratiche giuste e sostenibili. “La fraternità è condizione indispensabile per la giustizia e l’uguaglianza. Senza fraternità non c’è futuro. Ai giovani dico: portate avanti ciò che fate con orgoglio. E noi, come co-produttori, ci impegniamo a valorizzarlo” ha concluso.

La “Slow Wine Fair 2026” porta al centro il tema del lavoro in vigna e lancia un messaggio netto: “Il vino è buono solo se giusto”. A pochi giorni dal riavvio del tavolo anticaporalato al ministero del Lavoro, avvenuto il 19 febbraio, la manifestazione in corso a BolognaFiere fino al 24 febbraio, che riunisce 1100 aziende vitivinicole italiane e Cantine da 28 Paesi, ha dedicato anche uno spazio di confronto alle condizioni dei lavoratori agricoli, legando il valore del vino anche alla qualità del lavoro e delle relazioni lungo la filiera.

Il punto di partenza è la constatazione che l’agricoltura, e con essa la filiera del vino, continua ad essere esposta a forme di sfruttamento sia palesi, come il caporalato, sia più difficili da intercettare, come quelle che possono emergere in alcuni contesti cooperativi. “Bere un buon vino non ha nulla a che fare con il nutrimento quotidiano, è piuttosto un’esperienza gastronomica, conviviale” ha dichiarato Serena Milano, direttore generale di Slow Food Italia, a margine del convegno “Il mondo in vigna, il giusto nel bicchiere”, primo dei quattro incontri ospitati dall’”Arena Reale Mutua”, spiegando che “questa dimensione sociale e culturale fa sì che sia ancora più importante avere la certezza che quel vino non sia il frutto dello sfruttamento di ragazzi vulnerabili, perché soli e poveri in un paese straniero. Tra i filari delle vigne la maggioranza dei lavoratori è rappresentata da immigrati, e allora il vino può e deve diventare il veicolo per riconoscere e remunerare con equità il loro lavoro, le loro competenze, il loro contributo essenziale a una delle filiere più identitarie del nostro Paese”.

Foto di Michele Purin