Figli da sacrificare – con il celebre ma ‘mmoriri – sull’altare della parola data, figli da tutelare anteponendoli agli interessi di fratelli, zii e cugini, ma anche figli di cui accettare il pestaggio. Il concetto di famiglia, di sangue e mafiosa, attraversa l’inchiesta Onda Nuova che ieri ha portato in carcere 20 persone accusate di avere a che fare con il clan Mazzei. E lo fa portandosi dietro il carico di violenza che, ancora oggi, sembra essere l’unico codice realmente condiviso all’interno dei bassifondi della criminalità organizzata. Perché nonostante l’ingente giro di stupefacenti, con forniture che arrivavano anche da fuori l’Italia, e relativi guadagni, la mafia finita sotto la lente della Dda etnea è quella dei quartieri più disagiati, dove le relazioni possono degenerare per un nonnulla.
Basta poco per non sentirsi rispettati: un post che omaggia un gruppo rivale, il mancato ingresso in una discoteca, una lite per i motivi più banali ma che non può non essere risolta senza impugnare un’arma. I Mazzei, unico gruppo a Catania oltre ai Santapaola-Ercolano ad avere legami diretti con Cosa Nostra palermitana, grazie all’affiliazione rituale del capostipite Santo Mazzei avvenuta nel 1992, di armi ne avevano tante. Nel corso delle indagini sono stati sequestrati kalashnikov, pistole, fucili semiautomatici e numerose pistole.
La linea di sangue
Al centro dell’inchiesta ci sono gli eredi dei Mazzei. Con l’uomo d’onore Santo e il figlio Nuccio in galera, gli affari della famiglia avrebbe visto protagonista la terza generazione: Santo e Matteo, entrambi figli di Nuccio, e Cristian e Filippo Intravaia, figli di Simona Mazzei, una sorella di Nuccio. Anche la donna è finita in galera con l’accusa di essere totalmente inserita nelle dinamiche del clan. Dei nipoti di Santo Mazzei, il più grande ha 35 anni, il più giovane 21. Gli investigatori hanno individuato anche un’autorimessa e un bed and breakfast in viale Africa, tramite cui gli Intravaia avrebbero riciclato i proventi illeciti. La procura ne ha chiesto il sequestro, ma per il gip Luigi Barone non ci sono al momento gli estremi per apporre i sigilli.
“Nell’ultimo periodo i Carcagnusi hanno fatto molti soldi e sono uno dei gruppi più forti. Hanno molte attività perché storicamente non usano chiedere l’estorsione ma entrano direttamente nelle attività economiche”, ha raccontato Sam Privitera, ex esponente del gruppo Nizza, dal 2024 diventato collaboratore di giustizia.
La catena di comando
Tra le vicende che meglio spiegano come all’interno degli ambienti mafiosi le ragioni del gruppo possano prevalere sul resto, ce n’è una che ha come protagonista Carmelo Grasso. Conosciuto come Charlie, 52 anni, Grasso è ritenuto uno degli uomini di fiducia della famiglia Mazzei. William Cerbo, oggi pentito ma in passato braccio imprenditoriale del gruppo, con una specializzazione in truffe e fallimenti e in contatto al Nord con altre forme di criminalità organizzata, ha parlato di Grasso come “custode” della droga dei Mazzei.
Per la procura, l’uomo avrebbe avuto anche un ruolo da paciere nei casi in cui i più giovani mostravano di essere pronti a passare alle vie di fatto per lavare soprusi e screzi. Quando però a finire nel mirino dei vertici è stato il proprio figlio, l’uomo ha dovuto accettare l’inevitabile: a inizio 2025, il figlio Francesco è stato accusato di essersi avvicinato a soggetti del clan Cappello, con tanto di condivisioni di contenuti sui social network. Gesti che sono andati di traverso ai Mazzei: prima Simona, poi il figlio Cristian hanno stabilito che Francesco Grasso dovesse essere picchiato.
Il pestaggio
La donna in un primo tempo aveva incaricato un ragazzo del gruppo di aggredire “il figlio di Charlie”, ma il giovane aveva preferito parlarne con il genitore della vittima designata. “Stavo dicendo: “Charlie è consapevole?” Perché se io gli tocco il figlio, il sangue si mastica ma non si ingoia. Non vorrei che io lo tocco e poi viene Charlie da me”, confidava. La cortesia è servita però a poco. A prendersi l’incarico di picchiare il figlio di Grasso è stato infatti Cristian Intravaia, uno dei nipoti del padrino Santo Mazzei. “Le pedate in testa. L’ho pestato come l’uva!”, racconta subito dopo l’aggressione Intravaia a Carmelo Grasso. L’uomo e la moglie gli chiedono cosa sia successo e dove si trovi il figlio, e come risposta ottengono: “Là, è buttato a terra a San Cristoforo, ha la pistola addosso, gli è caduta a terra”. La coppia a quel punto va a cercare il figlio, lo trova sanguinante. Sono momenti di tensione: “All’ospedale andiamo”, dice il padre. Il figlio non ne vuole sapere.
Il confronto prosegue anche alla presenza dello stesso Intravaia: “Io non ti voglio ammazzare, per tuo padre”. In precedenza Carmelo Grasso aveva avvertito i figli – oltre Francesco, Pietro – di eliminare i contenuti sui social che rimandavano al Puffo, epiteto con cui sono conosciuti i membri della famiglia Gagliano, considerata legata ai Cappello e con cui i figli di Grasso avevano allacciato rapporti malvisti dai Mazzei. A rimproverare il giovane Grasso è stato anche Matteo Mazzei, il figlio del boss Nuccio. “Non mi devi salutare più. Sono qua solo per rispetto di tuo papà. Ti dico una cosa: qualsiasi cosa ho con il Puffo, non ti mettere in mezzo perché sei con Piero il Puffo, non sei più il figlio di Charlie”.
La sparatoria a Librino
Francesco e Pietro Grasso sono accusati di essere stati autori di un tentato omicidio ai danni di rivali a Librino. Dopo una lite in cui il secondo era stato colpito con un pugno, si sono presentati in viale Bummacaro, all’altezza del civico 10, aprendo il fuoco contro il figlio di un esponente dei Cappello. “Io gli ho sparato nei piedi, lui c’è andato per ammazzarlo, ha sparato dieci colpi ad altezza uomo. Quasi nella testa, ad ammazzarlo in diretta”, diceva Francesco Grasso non sapendo di essere intercettato.
I soldi sopra ogni cosa
Nonostante gli obblighi nei confronti degli altri affiliati, all’interno della cosca non sarebbero mancate critiche e frizioni. “Non è bello che tu te ne vai ogni settimana a farti i viaggi e ti mangi diecimila euro e io devo stare qua con cinquanta, cento euro. Poi quando fai mezza cosa, ti aspettano al passo e sei criticato”, commentava uno degli indagati parlando con Carmelo Grasso. Tra le persone accusate di spendere troppo c’era la stessa Simona Mazzei. “Sono fatti così, per i soldi non si conoscono neanche loro stessi, fidati”.
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