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Spopolamento e isolamento in Sicilia, l’arcivescovo Renna al QdS.it: “Non basta il turismo per salvare i borghi”

Spopolamento e isolamento in Sicilia, l’arcivescovo Renna al QdS.it: “Non basta il turismo per salvare i borghi”
Borgo abbandonato, foto di Alessio Melis da Pexels

La Sicilia ha perso 9.969 residenti in un anno, secondo gli ultimi Istat. Renna: “Centri non sempre sono ben collegati ai territori che rischiano di scomparire”

I piccoli borghi siciliani rischiano di perdere progressivamente abitanti, attività economiche e servizi essenziali. L’ultimo censimento Istat restituisce un’Isola sempre più anziana e fragile nei centri minori. Quasi metà dei siciliani vive in Comuni classificati come aree interne (distanti dai poli principali di salute, istruzione e mobilità), dove pesano assenza di infrastrutture adeguate, denatalità e migrazione.

Non è, dunque, soltanto una questione demografica, ma si tratta di un fenomeno che interessa il futuro delle comunità. Ci sono Comuni che continuano a esistere amministrativamente, ma nei quali la popolazione si riduce anno dopo anno e l’età media cresce. Accanto ai casi più estremi, quelli dei vecchi centri abbandonati e trasformati in luoghi della memoria, esiste una realtà molto più ampia: quella dei piccoli luoghi dell’entroterra che non sono ancora “borghi fantasma”, ma rischiano di diventarlo.

Meno opportunità lavorative e collegamenti insufficienti spingono a trasferirsi altrove, mentre la riduzione della popolazione rende più difficile mantenere presidi fondamentali per la vita delle comunità. Per contrastare questa tendenza non basta puntare sulla valorizzazione turistica dei borghi, ma occorre creare le condizioni affinché siano luoghi in cui vivere, lavorare e costruire una vita.

Sul tema il QdS.it ha interpellato l’arcivescovo di Catania, monsignor Luigi Renna, che richiama l’attenzione sulla necessità di sostenere le economie locali, migliorare i collegamenti e garantire la presenza dei servizi, con particolare riguardo verso i presidi farmaceutici. Un insieme di interventi che, secondo l’arcivescovo, può contribuire ad arginare il fenomeno e a rendere i piccoli Comuni nuovamente attrattivi anche per le giovani famiglie.

L’Isola che si svuota: il declino demografico nei dati

Il riscontro oggettivo è nei dati della macro-area regionale. Secondo il Censimento permanente della popolazione dell’Istat, al 31 dicembre 2024 la Sicilia contava 4.787.390 residenti, registrando una perdita di 9.969 persone in appena dodici mesi (– 0,2%).

Questo saldo negativo, pur restituendo il dato dell’intero territorio isolano, agisce in modo asimmetrico e si scarica con maggiore aggressività proprio sul tessuto dei piccoli borghi. Nelle realtà municipali di minori dimensioni, la flessione demografica non rappresenta solo un indicatore statistico, ma si traduce immediatamente in una contrazione della domanda interna, compromettendo la sostenibilità economica delle attività commerciali locali e accelerando la dismissione dei servizi. In questo contesto, l’emorragia migratoria verso i centri urbani o fuori dai confini regionali cessa di essere una scelta individuale e si configura come una conseguenza strutturale, che priva i territori della loro forza vitale e sociale.

Il ruolo dei servizi, Renna: “Non solo lavoro ma collegamenti”

“I progetti che sono in atto sono certamente tanti e dobbiamo credere che ci sia la possibilità di arginare lo spopolamento, sia con progetti locali valorizzando agricoltura e turismo, sia migliorando i collegamenti, perché ci sono dei centri in Sicilia che offrono maggiori opportunità lavorative, ma non sempre sono ben collegati con i territori che rischiano lo spopolamento”.

Le parole di monsignor Renna mettono in luce la stretta relazione tra accessibilità e tenuta demografica delle aree interne. La qualità della rete viaria e dei trasporti si riflette direttamente sulla quotidianità dei residenti, condizionandone le scelte di vita.

Di conseguenza, le strategie di sviluppo rurale legate alle vocazioni agroalimentari e ricettive rischiano di restare isolate se non supportate da un piano strutturale che riduca l’isolamento geografico. Per invertire la tendenza all’abbandono, è quindi fondamentale che gli investimenti sul territorio si traducano in un’effettiva stabilità occupazionale, offrendo alle nuove generazioni le ragioni e le condizioni concrete per restare.

Farmacie e medici come argine all’abbandono dei territori

Nel ragionamento dell’arcivescovo emerge con forza il tema del welfare di prossimità, inteso come pilastro fondamentale per la tenuta sociale dei piccoli centri. La vivibilità di un territorio, infatti, non si misura esclusivamente attraverso le sue prospettive occupazionali, ma dipende in egual misura dalla capillarità delle tutele quotidiane garantite ai cittadini.

“Eventi come quello che si sta celebrando qui a Misterbianco, ci fanno comprendere che ci sono dei presidi che non dovrebbero mai abbandonare i territori. Se vengono meno una farmacia, un medico o un luogo di sicurezza allora si favorisce lo spopolamento”.

Il riferimento è a Pharm Evolution, la manifestazione che riunisce gli attori della filiera del farmaco, svoltasi al centro SiciliaFiera e nel corso della quale abbiamo incontrato monsignor Renna.

La progressiva smobilitazione di queste reti di assistenza trasforma la vulnerabilità logistica in una vera e propria emergenza sociale, colpendo in modo particolare le fasce di popolazione meno autonome e penalizzando la gestione familiare. Quando una comunità viene privata delle sue bussole assistenziali e di sicurezza, la scelta di trasferirsi cessa di essere un’opzione per diventare una necessità. Diventa quindi evidente come la salvaguardia dei servizi essenziali rappresenti il prerequisito minimo per contrastare la desertificazione demografica e garantire il diritto a restare.

La tutela pubblica delle aree interne

Il futuro demografico dei territori marginali si gioca sulla capacità di attrarre e trattenere i nuclei familiari in fase di formazione. Per le nuove generazioni, infatti, l’attaccamento affettivo alle proprie radici o l’accessibilità abitativa non sono più fattori sufficienti a compensare l’assenza di un welfare strutturato e di sbocchi occupazionali stabili.

“Ciò che lo Stato deve maggiormente favorire, con una rete e con degli incentivi, è proprio la presenza di determinati servizi. Se ci saranno i servizi, si favorirà anche la possibilità per le giovani famiglie di stabilirsi in un determinato luogo”. L’appello di monsignor Renna sposta il focus dall’assistenzialismo episodico a una programmazione strategica guidata dalle istituzioni.

Un piano di incentivi coordinato può rappresentare lo strumento in grado di trasformare i borghi storici da mete puramente suggestive a contesti di vita competitivi e sostenibili. Solo abbattendo il divario infrastrutturale e assistenziale rispetto ai grandi centri, le aree interne potranno proporsi come un’alternativa residenziale credibile, non solo per chi decide di non partire ma anche per nuovi flussi di popolazione.

Le proiezioni al 2050

Il legame tra l’assenza di servizi strutturali e il declino demografico è validato dalle analisi dell’Istat dedicate alla classificazione delle aree interne. In Sicilia, questa condizione di svantaggio logistico e geografico non è un’eccezione: interessa il 79,5% dei municipi totali e coinvolge poco meno della metà della popolazione dell’Isola (47,9% dei residenti complessivi).

Le nuove proiezioni demografiche dell’Istat descrivono un trend di contrazione che si estenderà nei prossimi decenni. Entro il 2050, le sole aree interne del Sud Italia registreranno un’ulteriore contrazione, passando dai 7,1 milioni di residenti del 2025 a circa 6 milioni, con una perdita netta di 1,1 milioni di persone. Questo sbilanciamento è accompagnato da un indice di vecchiaia strutturale che nei piccoli Comuni ultraperiferici supera la media di 223 anziani ogni 100 giovani, definendo i contorni statistici di una progressiva riduzione della natalità e della forza lavoro locale.

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