CATANIA – Volto magnetico, sorriso obliquo e quella capacità rara di attraversare i generi senza mai perdere autenticità. Non soltanto un attore di successo: Stefano Accorsi è il ritratto in movimento di un’Italia che cambia, cresce e si interroga. E continua, scena dopo scena, a raccontarla con sorprendente intensità. Attualmente nelle sale cinematografiche con il film ‘Le cose non dette’ di Gabriele Muccino, è protagonista di ‘Nessuno. Le avventure di Ulisse’, una potente rilettura del mito omerico dalla penna di Emanuele Aldrovandi per la regia di Daniele Finzi Pasca. Prodotto dalla compagnia Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo, con le performance live della musicista Francesca Del Duca, lo spettacolo verrà ospitato dall’Abc di Catania, nell’ambito della nuova stagione Turi Ferro, dal 25 febbraio all’8 marzo 2026.
Approda in Sicilia, crocevia di popoli e narrazioni.
“Ho un rapporto bellissimo con la Sicilia. Ci sono stato molte volte, non solo per lavoro, ma anche in vacanza. È una terra che non ha certo bisogno di essere ‘scoperta’ da me. È ricca di arte, di scorci meravigliosi, di cultura. Una terra stratificata, attraversata da popoli diversi che nel tempo si sono mescolati, lasciando un patrimonio umano e culturale straordinario”.
Che valore simbolico ha per lei incontrare un pubblico così visceralmente legato al mito e alla parola?
“Non mi sono lasciato condizionare da Ulisse, né dal fatto di portarlo in Sicilia. Il mito, secondo me, va tolto dal piedistallo: non bisogna averne timore. Certo, non è semplice, perché siamo pieni di preconcetti. Quando abbiamo iniziato a lavorare sul testo con Emanuele Aldrovandi, e poi con il regista Daniele Finzi Pasca, l’intenzione era proprio questa: restituire umanità al personaggio, portarlo più vicino a noi”.
Questi eroi sono diventati quasi sacri.
“Vengono studiati, cristallizzati, ma nascono da una tradizione orale, viva, pulsante. L’Odissea probabilmente è il risultato di racconti tramandati a voce, prima ancora di essere fissati sulla pagina”.
E il racconto orale cambia, respira, si trasforma…
“Io considero quell’opera un grande canovaccio da riportare alla sua natura narrativa. Ulisse stesso racconta le proprie imprese. È l’unico sopravvissuto, ma chi può dire che tutto ciò che narra sia accaduto esattamente così? Noi abbiamo giocato su questo aspetto. Non che Ulisse mentisse, ma forse sapeva usare la narrazione. In fondo ha rifiutato l’immortalità offerta da Calipso, ma è diventato immortale grazie al racconto. È l’eroe più reinterpretato della storia, dalla letteratura al cinema, dal teatro alla musica. Persino navicelle spaziali portano il suo nome. Forse è stata proprio la narrazione a renderlo eterno. E così ci siamo presi la libertà di restituirgli anche le fragilità di un uomo”.
Un nome che è una dichiarazione d’identità. In un’epoca dominata dall’esposizione continua e dall’ego digitale, cosa significa scegliere di essere ‘nessuno’?
“Il titolo nasce proprio da lì. Ulisse è multiforme, capace di adattarsi come l’acqua al suo contenitore. Quando si presenta a Polifemo come ‘Nessuno’, ci offre una chiave straordinaria: può essere uno e centomila, per dirla come Pirandello. Pensiamo al suo ritorno: dieci giorni di navigazione diventano dieci anni. Sette trascorsi con un’altra donna, Calipso, e uno con Circe. Mi ricorda certi reduci di guerra che, tornando, si fermano, si innamorano, ricostruiscono un pezzo di vita prima di riprendere il cammino. E non dimentichiamo che Ulisse non voleva nemmeno partire per Troia: si finse pazzo per evitare la guerra. È un uomo che sopravvive, l’unico dei suoi compagni di Itaca a riuscire a tornare a casa. Tutti gli altri muoiono. Anche questo lo rende profondamente umano”.
Esiste un’Itaca personale? Un luogo – reale o simbolico – a cui lei sente il bisogno di tornare?
“Sì, casa mia. Molto semplicemente. Quando lavoro fuori, torno ogni settimana, se posso. Solo quando è davvero impossibile resto lontano più a lungo. Ma per me è fondamentale tornare a casa. È il mio punto fermo”.
Ha mai attraversato un momento di dubbio profondo, come uomo prima ancora che come attore?
“Sì, è successo. Per esempio quando vivevo in Francia e dall’Italia arrivavano poche proposte. In quel periodo ho dubitato di me. Poi qualcosa è cambiato quando ho iniziato a essere più propositivo, a mettermi all’origine dei progetti, non solo ad aspettare. Quello dell’attore è un mestiere che si può vivere in modo passivo, aspettando che il telefono squilli. Ma quando diventi parte attiva, quando contribuisci a creare uno spettacolo o un film, anche nei momenti difficili sai di poter contare su te stesso. Per me quello è stato il vero punto di svolta”.
Con ‘L’ultimo bacio’ è arrivata la grande notorietà, era il 2001. A distanza di venticinque anni, ‘Le cose non dette’, sempre di Gabriele Muccino che racconta ancora uomini fragili e irrisolti. Una cifra che la rappresenta?
“Credo che la forza di Gabriele Muccino stia proprio nella capacità di raccontare le fragilità. Mette in scena personaggi in momenti difficili della loro vita e ci permette di guardarli – e di guardarci – senza filtri. A volte si pensa: ‘Io non sono così’. Ma non è vero. Ognuno di noi ha fragilità e contraddizioni, solo che spesso non le riconosce. Servirebbe uno sguardo più distaccato, più lucido. Muccino riesce a farlo con personaggi contemporanei, ed è per questo che una parte di pubblico si riconosce immediatamente in loro. È un privilegio poter interpretare ruoli così”.
Qual è la fragilità che ha imparato ad accettare con più fatica?
“Forse quella che qualcuno definirebbe ‘non coerenza’. Sono diventato noto grazie a uno spot pubblicitario, poi ho fatto cinema, televisione, teatro, ancora pubblicità. A un certo punto ho smesso di preoccuparmi di sembrare incoerente. Ho capito che non è una fragilità, è una mia caratteristica. Oppure la ricerca della perfezione: quella sì era una fragilità. Ho smesso di viverla come un’ossessione. Oggi mi interessa trasformarmi, evolvere. Se un cambiamento, anche faticoso, mi fa stare meglio, lo accolgo come qualcosa di positivo”.
Stefano, alla soglia dei cinquantacinque, più dubbi o certezze?
“Le certezze inevitabilmente si accumulano. Trentacinque anni di lavoro qualcosa ti insegnano, soprattutto il teatro, che ti dà forza. Però mi piace mantenere uno spazio di incertezza. Mi piace sorprendermi, accettare ruoli diversi, anche scomodi. Se inizi a dire ‘questo l’ho già fatto, so come si fa’, forse è l’inizio di una chiusura. Io preferisco restare aperto alle possibilità di questo mestiere – e della vita”.
Ripesando agli inizi, quando ‘tu gust’ eran ‘mej che uan’, cosa le fa tenerezza oggi?
“La caparbietà. Venendo dalla provincia e arrivando in una grande città, ti confronti con la realtà di questo mestiere e con la quantità di persone che lo desiderano. Ho avuto fortuna: al primo provino mi presero, poi la scuola di teatro, il lavoro. Ma ci sono stati anche i ‘no’. Mi fa tenerezza l’ostinazione con cui ho continuato, senza farmi schiacciare dalle angosce. Ho reagito con le forze che avevo allora. Forse è quella determinazione che mi ha portato fin qui”.

