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Gabriele Lavia: “Il teatro è il trono di una verità superiore, non relativa. Per questo non morirà mai”

Gabriele Lavia: “Il teatro è il trono di una verità superiore, non relativa. Per questo non morirà mai”
Gabriele Lavia, foto di Tommaso Le Pera

Attore e regista tra i più autorevoli del panorama culturale italiano, parla al QdS della sua arte e del suo rapporto con la Sicilia.

C’è un fil rouge che ripercorre oltre sessant’anni di palcoscenico lungo il nostro Belpaese, e porta il nome di Gabriele Lavia. Attore e regista tra i più autorevoli del panorama culturale italiano, ha abitato i classici con la stessa urgenza dei contemporanei. Un costruttore di visioni, un artista che non cerca l’effetto ma l’essenza. E che continua, spettacolo dopo spettacolo, a ricordarci perché il teatro – quando è vero – non si guarda soltanto: si attraversa.

In scena con Federica Di Martino, è protagonista di “Lungo viaggio verso la notte“, di cui firma anche la regia. Coprodotto da Effimera e Fondazione Teatro della Toscana, il “viaggio all’indietro” nella vita di Eugene O’Neill, il suo autore, si consuma nell’amarezza di un fallimento senza riscatto. Tradotto da Bruno Fonzi e adattato da Chiara De Marchi, questo testo, potente e struggente, verrà rappresentato al Teatro Biondo di Palermo dal 3 all’8 marzo 2026.

Gabriele Lavia e il suo rapporto con la Sicilia e il palcoscenico: l’intervista

Nato a Milano da genitori siciliani e cresciuto tra Torino e Catania, porta dentro di sé un viaggio familiare e identitario che continua a vibrare nel presente. In questo lungo percorso da Nord e Sud, andata e ritorno, c’è qualcosa che la tocca ancora profondamente?

“Mi tocca sempre la Sicilia. Palermo, Catania… le mie radici sono lì. Quando torno e attraverso quelle strade, riaffiorano i ricordi dell’infanzia. Non posso passare da Villa Bellini senza rivedermi bambino, in bicicletta, lanciato a tutta velocità lungo le discese. Mia madre che mi gridava di reggermi. Le donne siciliane sono meravigliosamente tragiche… E poi mia nonna, con quei suoi ‘schigghi’ acutissimi rivolti al Sommo Giove. È un mondo che mi appartiene ancora”.

Attore e regista noto per la sua radicalità artistica e per l’amore verso testi complessi e dolorosi, in un’opera costruita su parola, memoria e ferita, qual è stata la sfida più grande nel trasformare la sofferenza in azione scenica?

“Il teatro si costruisce cammin facendo. Certo, bisogna avere le idee chiare, ma la chiarezza non coincide con la precisione della messinscena. Io preparo tutto prima, nei minimi dettagli: i movimenti, gli spostamenti, le dinamiche. Ho un’impostazione quasi visiva dello spettacolo. Poi posso cambiare, ma non mi fido dell’invenzione estemporanea. Mi affido piuttosto all’immaginazione coltivata in solitudine, nello studio”.

Nel 1962 Sidney Lumet ne firmò la prima trasposizione cinematografica dell’opera di O’Neill con Katharine Hepburn e Ralph Richardson. Cosa può fare il teatro che il cinema non riesce a restituire in un dramma così intimo?

“Il teatro può fare ciò che solo il teatro sa fare, così come il cinema può fare soltanto il cinema. Ma il teatro è molto più antico. Non so dire se il cinema sarà eterno. So però che il cinema che ho conosciuto da ragazzo – le sale piene, quattro spettacoli al giorno – non esiste più. Ricordo di aver visto ‘Jules e Jim’ di Truffaut dodici volte. Oggi sarebbe impensabile. Il cinema, come evento popolare, è finito. È diventato uno spettacolo per pochi. Il teatro invece è ancora lì”.

Presidio di profondità, ha attraversato decenni di storia italiana. Quanto è cambiato il rapporto tra cultura e potere?

“Oggi mi sembra molto stretto. Tutti cercano una raccomandazione, e la cercano dal potere. Si tenta un rapporto di interesse, anche psicoaffettivo, con chi detiene l’autorità. Io ormai sono fuori da queste dinamiche. Mi considero quasi un fenomeno da baraccone”.

E sul piano della libertà di espressione?

“Ho sempre fatto ciò che ritenevo giusto in quel momento, per me e per la mia compagnia. Le idee arrivano nei modi più imprevedibili: per strada, sotto la doccia, al bar mentre bevo un orzo – il caffè non lo prendo più. Quando preparo uno spettacolo penso solo a quello. Immagino soluzioni, disegno scenografie. Ne ho tante di spettacoli mai realizzati”.

Crede che oggi il pubblico abbia ancora voglia di confrontarsi con la complessità?

“Credo di sì. Certo, ci sono spettacoli inutili, talvolta perfino dannosi. Ma il teatro è un’arte antichissima. In greco si dice ‘aletheia’: verità. I latini tradussero con ‘veritas’, alterandone il senso. Il teatro è il trono di una verità superiore, non relativa. Per questo non morirà mai”.

Nei grandi classici – da Shakespeare a Pirandello – ha costruito alcune delle interpretazioni più intense del teatro italiano. Dopo una carriera così lunga e prestigiosa, cosa cerca ogni volta di nuovo?

“Il tempo. Il tempo è sempre nuovo. Non esiste un tempo vecchio. Borges scriveva: ‘il tempo è un fuoco che mi brucia, e io sono quel fuoco’. Il tempo che scorre è il fuoco che ci consuma, e noi siamo quel fuoco”.

Esiste una paura che non è mai riuscito a dominare?

“Entrare in palcoscenico”.

Se dovesse definire il senso ultimo del suo mestiere?

“Lo ha già scritto Shakespeare nell’Amleto: ‘Il resto è silenzio’. Non è poco”.

In fondo, dopo una vita dedicata alla parola e alla scena, cosa le ha insegnato davvero il silenzio?

“La parola nasce dal silenzio e al silenzio ritorna. È un suono tra due silenzi. Non bisogna concentrarsi sulle parole, ma sul silenzio che le avvolge. Gli attori spesso si concentrano su ciò che devono dire; invece è il silenzio tra le parole a essere fondamentale. Nel silenzio mi sono innamorato al primo sguardo. Senza rumore. Sentite che endecasillabo perfetto? ‘Mi sono innamorato al primo sguardo’. La verità è in endecasillabi”.

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