Quindici pagine fitte di osservazioni per accendere i riflettori sulle criticità che, nonostante le numerose integrazioni di documenti fatte nell’ultimo mese, continuerebbero a caratterizzare i progetti per i termovalorizzatori che il governo Schifani vuole realizzare a Palermo e Catania.
A presentarle sono state Federconsumatori Sicilia, Legambiente Sicilia, Wwf Sicilia, Zero Waste Sicilia, Cgil Sicilia e Italia Nostra.
Si tratta dell’ultimo capitolo del botta e risposta tra associazioni e Regione in merito ai due impianti che – a detta di Schifani, che dal governo Meloni ha ricevuto i poteri di commissario straordinario – metteranno la Sicilia nelle condizioni di diventare autosufficiente nella gestione del ciclo dei rifiuti, chiudendo la lunga storia delle discariche e anche quello dell’invio all’estero delle eco-balle.
Le osservazioni arrivano nel pieno di una polemica più ampia: per le associazioni l’iter di valutazione degli impatti ambientali dei due progetti si sarebbe dovuto svolgere nell’ambito di un’inchiesta pubblica, istituto questo previsto dal Codice dell’Ambiente che concede maggiore tempo per approfondire lo studio, mentre la Regione è stato di avviso diverso.
Nel mirino, comunque, continuano a esserci questioni riguardanti criticità ambientali, impatti sanitari e aspetti economici degli investimenti. Riguardo a quest’ultimo punto è bene ricordare che Schifani ha deciso che i termovalorizzatori vanno realizzati utilizzando 800 milioni di euro di fondi pubblici e poi successivamente affidati in gestione ai privati.
I termovalorizzatori in Sicilia e la questione della gerarchia dei rifiuti
“Si rileva la necessità di un più rigoroso esame circa la compatibilità degli impianti con gli obiettivi europei di economia circolare e di progressiva riduzione delle emissioni climalteranti. La documentazione prodotta non dissipa i dubbi relativi all’impatto cumulativo degli insediamenti sui territori e alla reale conformità con la gerarchia comunitaria dei rifiuti”. Questa in sintesi la posizione degli ambientalisti sugli impatti che avrebbero i due impianti previsti nella zona palermitana di Bellolampo e in quella industriale di Catania.
Scorrendo il documento, si leggono riferimenti al fatto che dalla documentazione non emergerebbe una chiara dimostrazione del fatto che il recupero energetico assicuri “la più alta protezione dell’ambiente e della salute rispetto alle altre forme di recupero (es. riciclo e riuso)” così da giustificare la deroga alla gerarchia dei rifiuti.
Localizzazione inadeguata
“Le linee guida sulle migliori tecniche disponibili individuano criteri di scelta dei siti volti a garantire una presenza pressoché nulla di recettori sensibili o di zone che necessitano di protezione speciale (quali zone residenziali, scuole, luoghi di lavoro, centri di assistenza diurna, zone ricreative, ospedali o case di cura) preferendo aree dotate di reti viarie ad alta efficienza (autostrade, superstrade) nell’immediata vicinanza. Quindi – si legge – si evidenzia come la localizzazione per la Sicilia Occidentale ed Orientale avrebbe dovuto prediligere aree con tali caratteristiche logistiche e di isolamento dai recettori”.
Questo, secondo le associazioni, non è stato fatto. “Tale superiore tutela non è stata in alcun modo dimostrata nella documentazione integrativa prodotta”.
Nella relazione si fanno riferimenti specifici. A Bellolampo, per esempio, non si è tenuto conto dell’effetto cumulo derivante dagli insediamenti – a partire dalla discarica e dagli impianti per la gestione dei rifiuti gestiti dalla Rap – già attivi e che creano “un acclamato e pregresso stato di severa compromissione ambientale”.
A Catania, invece, “l’area di Pantano d’Arci si caratterizza per una contiguità spaziale diretta, senza soluzione di continuità, tra il sito individuato per l’impianto, gli insediamenti produttivi e i grandi complessi commerciali circostanti, configurando così – scrivono le associazioni – la piena presenza di recettori sensibili. Sotto il profilo della dispersione atmosferica – aggiungono – occorre considerare che il particolato atmosferico genera un impatto emissivo quantificabile nel raggio di circa 20 chilometri, estendendo l’area di influenza antropica fino ai comuni di Acireale e Nicolosi”.
Tutela ridimensionata
Nel caso del progetto catanese, a rimanere nel mirino è stato il depotenziamento della tutela paesaggistica nella zona in cui ricadono i terreni che saranno utilizzati per costruire il termovalorizzatore. Dal livello 3 si è passati al livello 1.
“Occorre pertanto ricostruire la storia amministrativa della tutela, verificando se la modifica sia intervenuta prima o dopo l’individuazione dell’area per il termovalorizzatore e, soprattutto, se sussista una relazione temporale e funzionale tra la riduzione del livello di tutela e la localizzazione dell’impianto”, è la richiesta.
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