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Tra sviluppo ed etica, allo Stabile in scena un’opera antica che parla dei nostri giorni

Tra sviluppo ed etica, allo Stabile in scena un’opera antica che parla dei nostri giorni

La regista Cinzia Maccagnano racconta la straordinaria attualità di “R.U.R. – Rossum’s Universal Robots”

Instancabile, creativa, sorprendente. Cinzia Maccagnano firma la regia di ‘R.U.R. – Rossum’s Universal Robots’, il testo di Karel Čapek che introdusse la parola ‘robot’.

Rappresentato in Italia per la prima volta nel 1933, scomparve dalle scene per ritornare oggi a teatro con traduzione e adattamento di Ottavio Cappellani. Interpretato da Agostino Zumbo, Evelyn Famà, Franco Mirabella, Rita Fuoco Salonia e Marina La Placa, lo spettacolo sarà ospitato, dal 22 al 25 gennaio, dallo Stabile di Catania che lo ha anche prodotto.

Aperto il sipario, il racconto di una distopia industriale di dilemmi etici e filosofici in una nuova lettura che ne sottolinea la sorprendente attualità.
“Siamo, oggi, di fronte a un cambio epocale con l’introduzione dell’Ai nelle nostre vite. Ogni nuova invenzione/creazione umana produce meraviglia e sgomento e in noi convivono l’entusiasmo della scoperta e la paura della sua portata”.

Qual è il tema, se non il progresso dell’umanità?
“Questo quesito ci pone davanti a profonde e accurate riflessioni e mi torna in mente la provocazione pasoliniana secondo cui lo sviluppo e il progresso non solo non è detto che coincidano, ma possono addirittura essere due concetti che si oppongono. Non è giusto fermare la spinta innata dell’uomo a creare per il progresso, ma è certo importante interrogarsi sulle conseguenze – economiche e sociali – delle strade che percorriamo. Rileggere e far rivivere un testo che un secolo fa si interrogava sulle possibilità, nel bene e nel male, dello sviluppo tecnologico, porta con sé uno struggente interrogativo: come è possibile, se è possibile, preservare il nostro essere Umani?”.

Secondo il Time, la persona dell’anno 2025 è l’Intelligenza artificiale. C’era da aspettarselo.
“Quella del Time è certamente una provocazione. Sulla copertina si legge Ai, ma in realtà è dedicata a quelli che definisce ‘architetti dell’intelligenza artificiale’. Dietro due lettere ci sono gli uomini. Questo è il punto. L’Ai non è una persona e allo stesso tempo è tante persone”.

Alcuni sostengono che peggio di noi non potrà fare. Anche lei di quest’avviso?
“Sono abbastanza d’accordo. La diffusione dell’Ai è talmente veloce e massiva che la possediamo nei nostri smartphone. Sta a noi decidere se usarla per cercare un volo economico per Berlino o per farle le domande che altrimenti faremmo a un’amica ma vogliamo risparmiare il tempo (e l’impegno) che è necessario per nutrire le relazioni umane”.

Scrutare le pieghe del mondo attraverso gli ingranaggi del palcoscenico. È questo il teatro?
“Direi che il palcoscenico è un modo per osservare gli ingranaggi del mondo e certamente anche guardare tra le pieghe, oltre le fessure. Il mondo ha raggiunto tali livelli di incredibilità che la cosa più incredibile, oggi, mi pare sia chiedere a qualcuno di credere a un attore che fa il ruolo di un robot. Perché quello può essere allo stesso tempo incredibile e vero. E il teatro è il luogo in cui questo paradosso nasconde il segreto della vita. Incredibile e vera”.

Negli ultimi anni, Cinzia Maccagnano si è dedicata a numerose regie di autori contemporanei, pur essendo la drammaturgia antica il suo tratto distintivo. Quali sono i punti di incontro tra questi due mondi?

“Il mondo credo sia solo uno. Se, come suggerisce la fisica quantistica, passato e futuro coesistono nella linea del tempo, antico e contemporaneo sono solo due distinzioni illusorie. Quello che ho riconosciuto nei monumenti del teatro classico l’ho sempre ritrovato nei testi scritti oggi. E tutte le strade riconducono sempre al fondo di noi stessi”.