A Niscemi, mentre i rilievi geologici e il monitoraggio del costone restano comprensibilmente la priorità delle istituzioni, si fa strada un’altra urgenza, meno visibile ma non meno profonda: ricucire il trauma emotivo di una comunità colpita al cuore. Accanto alle aree interdette, ai mezzi di soccorso e alle transenne, la città tenta di ritrovare un linguaggio comune per raccontarsi e non smarrirsi. È in questo spazio fragile, sospeso tra paura e attesa, che l’arte diventa strumento di resistenza civile. Non una risposta tecnica né una soluzione ai problemi strutturali, ma un gesto capace di parlare alle persone. È qui che si inserisce il lavoro di Salvo, in arte “Turi è Tinto”, artista di Niscemi già noto per il suo impegno nella riqualificazione urbana e nel recupero simbolico dei luoghi dimenticati. Le sue ultime opere nascono come reazione diretta allo smarrimento collettivo, trasformando il dolore in racconto e il racconto in identità condivisa.
In un contesto profondamente segnato dalla perdita di luoghi simbolo e dalla paura per il futuro, l’arte diventa uno spazio di elaborazione collettiva del trauma, restituendo voce a una comunità che rischia di essere raccontata solo attraverso la cronaca dell’emergenza. Attraverso il colore e l’immaginazione, il messaggio è chiaro: Niscemi è ferita, ma non è spezzata. E la coesione sociale resta il primo, vero cantiere da cui ripartire.
L’artista “Turi è Tinto” e l’impegno per Niscemi
Quello di Turi è Tinto non è un impegno isolato, né estemporaneo: il suo percorso affonda le radici in anni di cittadinanza attiva, spesso vissuta lontano dai riflettori. Il profilo che emerge è quello di un cittadino prima ancora che di un artista, capace di intervenire dove l’incuria ha lasciato i segni più profondi.
Le periferie, le aree verdi abbandonate e gli angoli dimenticati della città sono stati i primi luoghi del suo impegno. Qui il suo lavoro ha sempre avuto due dimensioni: pratica e simbolica. Accanto alla pulizia dei siti e alla piantumazione, Turi ha ridato colore a muri e superfici degradate, restituendo decoro e dignità a spazi spesso trascurati.
“Sono sempre impegnato nel sociale, perché vivo questa città. Nel mio piccolo, con i mezzi che ho, cerco sempre di dare un aiuto utile”, spiega. Questo stesso sentire prende forma anche in una tela dal titolo ‘Ncuccim Maria‘, che Turi è Tinto ha scelto di riproporre proprio in questi giorni. Un’opera che, nel suo significato profondo, diventa una riflessione sul dolore e sulla fragilità del presente, ma anche sulla possibilità di intravedere una luce oltre il buio.
Per lui, il messaggio è oggi più attuale che mai: di fronte a una comunità ferita, spaesata e messa alla prova, l’arte può ancora offrire un orizzonte di senso, richiamando all’unione, alla solidarietà e alla speranza.
Una terra ferita, tra memoria e futuro
Tra le opere più recenti, ce n’è una che riesce a racchiudere l’emozione collettiva legata all’emergenza: il dipinto rappresenta la zona maggiormente colpita dalla frana, con un bambino che gioca con il suo pallone e, sullo sfondo, l’iconica croce del quartiere Sante Croci, divenuta simbolo di resistenza.
Quell’area, però, non è solo un luogo travolto dal disastro: per generazioni di niscemesi è stata uno spazio di vita quotidiana, di gioco e di incontro. È proprio questo contrasto tra ciò che era e ciò che è oggi a dare forza all’opera.
“Questa immagine rappresenta uno sguardo al futuro, simboleggiato dal bambino, ma è anche un richiamo forte al passato. Qui venivo a giocare da piccolo, come tanti altri”, racconta Turi. Il pensiero va alla bellezza del paesaggio perduto: “C’era un tramonto invidiato da gran parte della Sicilia”.
“Vederlo così, ferito, lascia un senso di profonda amarezza”, ammette. Eppure, la presenza del bambino e della luce suggerisce che la rassegnazione non è un’opzione. Come un bambino che continua a portare con sé il pallone, anche Niscemi può immaginare una ripartenza.
“Senso vietato”: la dignità niscemese come atto di resilienza
Con un’altra sua opera, Turi è Tinto sceglie un linguaggio chiaro e incisivo, capace di parlare subito alla comunità, reinterpretando un comune segnale stradale di divieto d’accesso ma inserendo al centro l’immagine della sua città. Il messaggio è immediato: il divieto non riguarda una strada, ma una resa morale. “Senso vietato significa che per i niscemesi è vietato arrendersi. È un monito a non mollare, a non pensare che di fronte a questo disastro sia tutto finito”.
Il dipinto nasce anche come risposta alle narrazioni semplificate che spesso accompagnano le grandi emergenze. “È severamente vietato buttare fango su una popolazione che sta vivendo un dramma mai visto”, afferma. Il messaggio – “Niscemi frana, Niscemi crolla. Noi niscemesi no” – diventa così una sintesi potente di rispetto e forza d’animo.
Turi è Tinto e Niscemi, quando la comunità resiste anche attraverso l’arte
In una fase in cui lo sconforto rischia di prendere il sopravvento, vedere un artista locale continuare a creare, interpretare e “curare” le ferite della città restituisce una prospettiva diversa. Non è una soluzione ai problemi ingegneristici, ma un promemoria essenziale: Niscemi resiste.
La sua forza passa anche da qui: dalla capacità di guardare un divieto e intravedere non una fine, ma una ripartenza da immaginare. La frana ha spezzato strade, case e abitudini, ma memoria, storia e solidarietà restano la base su cui ricostruire, passo dopo passo, un futuro possibile.




