Una storia incredibile e affascinante raccontata dal suo protagonista attraverso i mille dettagli e i risvolti “nascosti” che la rendono unica. Ma anche una riflessione sul ruolo dell’attore portato alle estreme conseguenze, sul labile confine tra realtà e finzione. Sullo sfondo di tutto una comicità a tratti esilarante, ma anche un pizzico di satira sul mondo dello spettacolo, dell’informazione, dello sport e – più in generale – della mediaticità. Sono questi gli “ingredienti” di “Tutti gli uomini che non sono”, la commedia (tratta dal libro omonimo) diretta e interpretata da Paolo Calabresi, che ieri ha incantato il pubblico dell’Abc di Catania, in una partecipata ed emozionante prima. Uno spettacolo unico nel suo genere, capace di condensare tutti questi elementi in una godibilissima serata di puro e autentico teatro. Ad accompagnare il celebre attore sul palco, nel ruolo della moglie Fiamma, Carolina Di Domenico.
Lo spettacolo di Paolo Calabresi all’Abc
Al centro della narrazione, un vero e proprio racconto dai toni quasi catartici, una particolarissima fase della vita del celebre attore, originata da gravi lutti che lo hanno colpito nel giro di pochi mesi. Prima la scomparsa di Giorgio Strehler, suo mentore e maestro, poi quella quasi simultanea dei suoi genitori. Un dolore immenso al quale Paolo reagisce nell’unico modo che conosce, facendo “il gioco dell’attore”. Non sul palco di un teatro o su un set cinematografico ma nella vita reale. Una sorta di uso improprio del ruolo d’attore che lo porta a “rubare l’identità” a persone famose realmente esistenti, all’insaputa di tutti. Il primo colpo gobbo quello in cui veste i panni di Nicolas Cage e viene ricevuto con tutti gli onori dal Milan. Colpo gobbo che sarà ripetuto qualche anno più tardi, stavolta nella maestosa e austera casa del Real Madrid. Un gioco che diventa quasi un circolo vizioso, con nuovi personaggi da interpretare, con sfide sempre più ardite e rischiose: da Marilyn Manson, a John Turturro, da un cardinale “papabile” a uno capo africano. E così Paolo Calabresi si ritrova quasi schiavo di un meccanismo che rischia di fagocitare lui stesso, la persona oltre l’attore, con inevitabili conseguenze sulla sua vita e sui rapporti familiari. Ad accompagnare i racconti del protagonista e di Carolina Di Domenico – che riesce ad interpetrare e trasmettere alla perfezione i sentimenti e le ansie di una moglie che assiste prima divertita e sorpresa poi sempre più preoccupata a questo pericoloso gioco – i filmati originali di quegli anni, che documentano i dettagli di ogni impresa. Proprio attraverso questi reperti sembra quasi di essere lì, di vedere da vicino come nasce ogni beffa e qual è il dietro le quinte. In un alternarsi costante di parole e filmati, il racconto scorre veloce e piacevole.
Le considerazioni finali
Si può, quindi, percepire quella che lo stesso Calabresi ha definito la confessione di un’auto-terapia, oltre che un’attualizzazione e ridefinizione del tema delle maschere di pirandelliana memoria. Maschere che, in questo caso, si indossano per superare un trauma. Ma, come detto, questa strategia a un certo punto sembra sfuggire di mano… Ed è proprio nel momento in cui sembra superato ogni limite che arriva il punto di equilibrio, che tutti i tasselli vanno al loro posto.

