Roma, 23 gen. (askanews) – Il Board of Peace, il nuovo organismo internazionale voluto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nasce circondato da molti dubbi, remore, e potenziali controversie. Alla cerimonia di adesione, svoltasi a Davos, l’Europa era sostanzialmente assente: nessuno tra i principali Paesi dell’Unione ha aderito, ad eccezione dell’Ungheria di Viktor Orban, il grande ‘disturbatore’ in casa europea. Lo statuto del Board of Peace getta poca luce sulla sulla reale natura dell’iniziativa, sui suoi scopi effettivi e sulla sua capacità di incidere concretamente nei conflitti internazionali. Definisce con estrema chiarezza chi decide, ma lascia aperta la questione di che cosa verrà fatto.
Già nel preambolo si intravede una rottura con l’ordine multilaterale tradizionale, affermando che la pace duratura richiede “il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che hanno troppo spesso fallito”. Una formulazione volutamente generica, ampiamente interpretata come una critica al sistema delle Nazioni Unite.
DA RICOSTRUZIONE DI GAZA A VOCAZIONE GLOBALE
Il Board of Peace nasce nel contesto della guerra di Gaza, ma questo non trova riscontro formale nella Carta. Lo statuto all’articolo 1 definisce il Board come un’organizzazione che deve “promuovere stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”.
L’assenza di qualsiasi riferimento esplicito a Gaza segnala la trasformazione di uno strumento inizialmente concepito come limitato a uno potenzialmente globale, libero di intervenire in scenari diversi senza vincoli geografici o temporali chiaramente definiti. Da qui, molti dubbi per Paesi per cui il rispetto di regole internazionali pre-esistenti è fondante, quelli europei in particolare.
GOVERNANCE “PERSONALIZZATA”
Un punto controverso dello statuto riguarda la struttura del potere. Il Capitolo III stabilisce senza ambiguità che “Donald J. Trump sarà il Presidente inaugurale del Board of Peace” e non sono previsti limiti di mandato, né meccanismi elettivi.
Al Chairman sono riservate prerogative notevoli: le decisioni del Board sono adottate a maggioranza, ma solo “previa approvazione del Presidente, che può esercitare un ruolo decisivo in caso di parità di voti. Lo statuto gli attribuisce anche “l’esclusiva autorità di creare, modificare, o dissolvere le entità sussidiarie”.
Lo stesso Trump ha detto che è prevista la sua presidenza a vita del Board of Peace, pur sostenendo di non aspirarvi. In ogni caso la successione a un altro Chairman è altrettanto centralizzata. Secondo l’Aritcolo 3.3, il Presidente originario (Trump) “potrà designare in qualsiasi momento un successore”, che subentra automaticamente in caso di dimissioni o incapacità. In sostanza, la continuità del potere è interna al vertice stesso, ovvero in mano a Trump.
OBIETTIVI AMPI, MA ASTRATTI
Sul piano programmatico, lo statuto è dichiarativo: indica obiettivi molto generici, e come tali passibili di interpretazione rispetto a concrete situazioni. Si fa riferimento a “funzioni di costruzione della pace” e allo sviluppo di “buone pratiche applicabili da tutte le nazioni e comunità che aspirano alla pace”. Non vengono citate alcun priorità operative e tantomeno settori di intervento o strumenti specifici di attuazione.
Questo rende il Board uno strumento in teoria estremamente flessibile, la pratica e l’efficacia tutte da mettere alla prova. Come, non è chiaro e non è stato spiegato dai promotori.
CHI PRIMA ARRIVA (E PAGA) PIU’ CONTA
Il Capitolo V afferma che il “finanziamento delle spese del Board of Peace avverrà esclusivamente attraverso contributi volontari” . Non è quindi previsto un bilancio obbligatorio, né contributi vincolanti a carico degli Stati membri. Se non nel regime di adesione: il limite triennale di membership non si applica agli Stati che contribuiscono con “oltre 1 miliardo di dollari in fondi liquidi” nel primo anno. Questo meccanismo introduce una distinzione sostanziale tra membri ordinari e membri di fatto permanenti, che si prospetta fondata esclusivamente sulla capacità finanziaria.
CHI PARTECIPA (PER ORA)
Il Board ha raccolto adesioni soprattutto al di fuori del vecchio Continente. Partecipano monarchie mediorientali, Paesi dell’Asia centrale e sud-orientale, Stati dei Balcani e dell’America Latina. Israele ha aderito, malgrado le tensioni politiche con altri partecipanti.
Nella lista presentata ieri dai media americani figurano Albania, Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrain, Bielorussia, Egitto, Emirati arabi uniti, Giordania, Indonesia, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Pakistan, Qatar, Turchia, Ungheria, Uzbekistan e Vietnam.
Spicca l’apertura verso rivali strategici degli Stati Uniti, come Russia e Bielorussia, formalmente invitati a partecipare. Lo statuto prevede infatti una membership selettiva, stabilendo che l’adesione è “limitata agli Stati invitati a partecipare dal Presidente” (Articolo 2.1), rafforzando il carattere fortemente discrezionale e politico delle scelte.
L’EUROPA ASSENTE E IL NODO ONU
Il rifiuto di molti Paesi europei può essere spiegato anche dal rapporto ambiguo del Board con le Nazioni Unite. Sebbene la Carta non menzioni esplicitamente l’ONU, il preambolo critica modelli che “istituzionalizzano la crisi invece di accompagnare le popolazioni oltre di essa”, mentre Trump ha dichiarato pubblicamente che il Board “potrebbe” sostituire le Nazioni Unite.
La Cina pur invitata ha ribadito il proprio impegno per “un sistema internazionale con l’ONU al centro”, mentre Francia, Regno Unito e Norvegia hanno espresso dubbi giuridici e politici sulla compatibilità dei due sistemi. L’Italia ha evidenziato un problema di compatibilità con l’articolo 11 della Costituzione e non aderisce, per ora. Donald Trump si dice convinto che lo farà.

