Noi siamo nello sguardo e nel tocco dell’Altro. Lo sguardo specifica l’umano, poiché, a differenza degli altri viventi, l’uomo non è solo illuminato dallo sguardo altrui (come un bicchiere o una bottiglia), ma a sua volta illumina il mondo. E lo illumina aprendosi al mondo stesso, poiché è un essere inquieto. Il suo sguardo inquieto illumina senza posa volti e mondi, creando o distruggendo.
L’alterità come dismisura assoluta
Tuttavia, nel momento stesso in cui il nostro sguardo illumina l’Altro, rinnegandolo o ospitandolo, subito si accorge che quell’alterità, segreta e insondabile rispetto alla misurazione, al calcolo dei propri bisogni con cui curva lo spazio in direzione del proprio io, irrompe nella scena gaudente di questi bisogni come dismisura assoluta, la cui cifra è l’unicità. L’altro è tale, poiché unico è il suo volto! E l’apertura a una dismisura assoluta, quella dell’Altro, produce uno sconcerto abissale nell’io.
Lo sconcerto nasce nel momento in cui il soggetto, abitato dallo sguardo dell’Altro che irrompe nel fluire calcolante dei suoi bisogni, si accorge immediatamente di trovarsi di fronte all’eccedenza di un volto mai perimetrabile, categorizzabile, padroneggiabile, proprio perché unico. Un volto che è segreto infinito che mi interpella.
Lévinas e l’epifania del volto
Con Emmanuel Lévinas: Nel semplice incontro di un uomo con l’Altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella manifestazione, nell’“epifania” del volto dell’Altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’Altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto.
Il volto oltre il possesso e il potere
Il volto, dismisura mai colmabile, si sottrae a ogni possesso del soggetto supposto padrone, supposto sapere. Ancora con Lévinas: Il volto si sottrae al possesso, al mio potere. Nella sua epifania, nell’espressione, il sensibile, che è ancora afferrabile, si muta in resistenza totale alla presa. Questo mutamento è possibile solo grazie all’apertura di una nuova dimensione. Infatti la resistenza alla presa non si produce come una resistenza insormontabile, come durezza della roccia contro cui è inutile lo sforzo della mano, come lontananza di una stella nell’immensità dello spazio. L’espressione che il volto introduce nel mondo non sfida la debolezza del mio potere, ma il mio potere di potere. Il volto, ancora cosa tra le cose, apre un varco nella forma che per altro lo delimita. Il che significa concretamente: il volto mi parla e così mi invita ad una relazione che non ha misura comune con un potere che si esercita, foss’anche godimento o conoscenza.
Corpi, carne e responsabilità
Il volto che, esponendosi nella sua unicità, mi invita alla relazione, non rinvia mai a retoriche disincarnate, intrise di un vago spiritualismo, semmai a un incontro tra esseri di carne e di sangue.
In questo senso, Lévinas ha parole definitive:
Il soggetto è di carne e di sangue, uomo che ha fame e che mangia, viscere in una pelle e, così, suscettibile di dare il pane della propria bocca o di dare la propria pelle […]
Solo un soggetto che mangia può essere per l’altro o significare. La significazione – l’uno-per-l’altro – ha senso solo tra esseri di carne e di sangue.

