Un mare di lacrime per piangere i migranti morti - QdS

Un mare di lacrime per piangere i migranti morti

Ivana Zimbone

Un mare di lacrime per piangere i migranti morti

martedì 28 Febbraio 2023

La strage in Calabria certifica il fallimento dell’Ue nel supportare gli Stati che subiscono il fenomeno migratorio. E così, nonostante le promesse, il conto dei morti tra le onde continua a salire

PALERMO – Cadaveri galleggianti, superstiti sulla battigia che sotto shock gridano il nome dei loro familiari, nella speranza che da qualche parte rispondano, tentativi disperati di rianimare bambini terminati con la tragica constatazione che di speranza si muore anche nel 2023. Queste le drammatiche immagini restituite all’alba di domenica scorsa dal Crotonese, da un tratto di spiaggia della frazione Steccato di Cutro. Si contano almeno una sessantina morti (di cui 13 bambini e 33 donne) e una quarantina (o forse più) di dispersi, tra loro tanti piccoli con un’età compresa tra gli otto mesi e i 13 anni. In 82 si sono salvati, 22 sono stati trasportati in ospedale e una persona è ricoverata in terapia intensiva in prognosi riservata. A salvarsi anche un 12enne afghano che, però, ha perso tutto il resto della famiglia.

E mentre in mare si muore l’Europa e l’Italia continuano a discutere di “soluzioni possibili” per la gestione dei flussi migratori del Mediterraneo, nonostante le statistiche confermino la falsità dei luoghi comuni più diffusi sull’argomento. Ma hanno già risposto positivamente alle richieste, lanciate in piena emergenza, dall’Ucraina. Nel frattempo il Belpaese rafforza il Memorandum Italia-Libia e riduce alle Ong le opportunità di salvataggio in mare.

La tragedia di Crotone

Provenienti per lo più da Iran, Pakistan, Afghanistan e Libia, i profughi che hanno raggiunto la Calabria si erano imbarcati a Smirne (Turchia) su un vecchio “caicco”. Le Ong non hanno avuto alcun ruolo. Secondo il Viminale, l’imbarcazione era stata avvistata già nella serata di sabato, a 40 miglia dalla costa, da un velivolo Frontex in pattugliamento. Una vedetta della sezione operativa navale di Crotone e un pattugliatore del gruppo aeronavale di Taranto avrebbero provato l’intervento ma, a causa delle condizioni avverse del mare, sarebbero dovuti rientrare agli ormeggi. Lanciato l’allarme alle forze di polizia, era già troppo tardi: la tragedia si era già consumata, il barcone era distrutto e spiaggiato, davanti a un mare di cadaveri. Tre persone, di origine turca e pakistana, sono intanto state fermate con l’accusa di essere stati gli scafisti.

I dubbi degli addetti ai lavori e la dura reazione del ministro Piantedosi

Potevano essere salvati questi uomini, queste donne e questi bambini che – secondo le prime indiscrezioni – avrebbero pagato fino a settemila euro ciascuno per tentare di fuggire da guerre, violenze e fame? Sì, secondo Orlando Amodeo, medico e soccorritore calabrese che, durante una puntata del programma televisivo “Non è l’Arena”, ha raccontato la sua personale esperienza: “Sono trent’anni che faccio soccorsi e ci sono stati salvataggi con imbarcazioni adeguate anche in condizioni di mare peggiori. Qualche anno fa con un barchino siamo scesi con un mare forza 7-8, in sei uomini, e abbiamo salvato 147 persone. Parlare di carico residuo oggi mi fa stare male, non si può parlare di carico residuo ma di uomini”. La stessa tesi è stata sostenuta da un altro ospite, Enrico Mentana.

Nel frattempo il Viminale ha annunciato tramite agenzia che sottoporrà all’Avvocatura dello Stato le presunte gravi e false affermazioni diffuse nel corso della messa in onda, “al fine di promuovere in tutte le sedi la difesa dell’onorabilità del Governo del ministro Piantedosi, di tutte le articolazioni ministeriali e di tutte le istituzioni che sono da sempre impegnate nel sistema dei soccorsi in mare”.

Sempre il ministro all’Interno Piantedosi, durante una conferenza stampa, ha sostenuto l’urgenza di risolvere la questione migranti impedendo ai profughi di partire: “L’unica cosa che va detta e affermata è: non devono partire. Non ci possono essere alternative. Noi lanciamo al mondo questo messaggio: in queste condizioni non bisogna partire. Di fronte a tragedie di questo tipo non credo che si possa sostenere che al primo posto ci sia il diritto o il dovere di partire e partire in questo modo. Io non partirei se fossi disperato, perché sono stato educato alla responsabilità di non chiedermi cosa devo chiedere io al luogo in cui vivo ma cosa posso fare io per il Paese in cui vivo per il riscatto dello stesso”.

Il piano d’accoglienza dell’Europa ha due vie e due velocità

Da anni, a più riprese e da parte di fazioni politiche anche opposte, si assiste alla definizione del fenomeno migratorio come quello di un’emergenza. Ma è possibile considerare un’emergenza qualcosa che esiste da sempre, che si può prevedere e che mantiene immutate le sue caratteristiche almeno negli ultimi dieci anni? Per la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, le migrazioni sono “una sfida europea” che necessita di una “risposta europea”. Lo ha detto nei giorni scorsi durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico dell’Università degli Studi di Palermo.

“La Sicilia – ha affermato – è terra sia di immigrazione che di emigrazione. Da un lato accogliete da anni innumerevoli persone che sbarcano sulle vostre coste; dall’altro, tanti giovani come voi hanno scelto di partire per inseguire le loro aspirazioni altrove. In fondo è questo che spinge a migrare: cercare un’opportunità, seguire un sogno. Troppo spesso, per chi cade nelle mani di passatori e trafficanti, quel sogno si trasforma in un incubo. Non è così che dovrebbero andare le cose. Prendiamo ad esempio i corridoi umanitari creati proprio qui, in Sicilia, da associazioni religiose e comunità locali. Un’alternativa sicura per coloro che fuggono dalla guerra, un modello che l’Unione Europea può sostenere. Qualsiasi nostro intervento dovrebbe muovere da un assunto di base: la migrazione si può gestire”.

Che le migrazioni si possano gestire l’Ue lo ha immediatamente dimostrato allo scoppio della guerra in Ucraina (Paese non Ue), avvenuto poco più di un anno fa. Unchr fa sapere che, dal 24 febbraio 2022, 8 milioni di bambini, donne, uomini sono stati costretti a lasciare l’Ucraina per cercare sicurezza oltreconfine, mentre sono 5,3 milioni gli sfollati interni. Oltre 1 milione e mezzo di profughi si trova in Polonia, oltre 480 mila nella Repubblica Ceca e oltre 100 mila in Bulgaria, Moldavia, Romania e Slovacchia. In aggiunta ai Paesi più vicini, a rispondere positivamente alle richieste d’aiuto pure la Germania, che ha accolto oltre un milione di ucraini in fuga, Spagna e Regno Unito che ne hanno ricevuti 161 mila ciascuno, la Francia, che ne ha accolti 118 mila, e l’Austria, con quota 92 mila.

Secondo l’Anci, in Italia ci sarebbero 173.645 rifugiati ucraini a seguito dell’attacco russo, per lo più donne e minori. A loro si riserva l’opportunità di accedere alla rete Cas (Centri di accoglienza straordinaria) e alle rete Sai (Sistema di accoglienza e integrazione, quest’ultima gestita dagli enti locali); ricevere la protezione temporanea fino al 4 marzo 2023, con possibilità di rinnovo annuale e con la garanzia di assistenza sanitaria e di tutti gli altri diritti consentiti ai cittadini italiani; lavorare in maniera autonoma o subordinata, accedere a corsi di formazione professionale o tirocini.

Sugli altri flussi migratori ben più datati, invece, l’Europa deve ancora trovare una soluzione. “Dobbiamo creare – ha aggiunto von der Leyen sempre nel corso della cerimonia di UniPa – percorsi sicuri affinché chi ha diritto alla protezione possa raggiungere l’Europa. Dobbiamo combattere passatori e trafficanti. Dobbiamo dialogare con i paesi partner, collaborare al rimpatrio di chi non ha diritto di restare e mettere fine a questa tragica perdita di vite umane. E dobbiamo cooperare a livello europeo. L’Europa deve estendere la propria solidarietà a tutti gli Stati membri e alle comunità locali. E gli Stati membri dovrebbero agire di concerto per affrontare una sfida che ci riguarda tutti. È proprio in questo spirito che abbiamo proposto il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo. In occasione della riunione tenutasi questo mese i leader europei hanno preso atto di una semplice verità: la migrazione è una sfida europea che richiede una risposta europea. Ognuno di noi deve fare la propria parte e dobbiamo sostenerci a vicenda. Ora che abbiamo un piano, lo dobbiamo attuare insieme. Una soluzione europea è possibile e mi impegnerò al massimo per raggiungere l’obiettivo: un sistema europeo che serva al meglio la Sicilia e tutta l’Europa”.

I fondi dell’Ue per la gestione dei migranti vanno agli italiani

C’è da sottolineare che l’Ue stanzia continuamente ingenti finanziamenti dedicati alla causa e destinati ai Paesi che devono occuparsi concretamente della gestione dei flussi, per ragioni di mera prossimità. Ne è un valido esempio il Fondo asilo migrazione 2014-2020 (Fami) che ha fatto guadagnare all’Italia quasi 400 milioni di euro. Con questi fondi vengono finanziati progetti dedicati all’accoglienza, alla formazione, all’integrazione e/o al rimpatrio dei migranti; all’interno di questi progetti lavorano, ovviamente, professionisti italiani e non certo stranieri (insegnanti, avvocati, psicologi, mediatori culturali, assistenti sociali, medici, etc). Da questo punto di vista i migranti rappresentano un’occasione proficua per creare nuovi posti di lavoro per i cittadini italiani che non riescono a trovare un’occupazione.

Ma mentre il Vecchio Continente naviga in un oceano di “possibilità”, in mare si annega in massa con cadenza periodica e assai preoccupante. Le istituzioni, a seguito di ogni tragedia annunciata, esprimono “dolore e cordoglio”, salvo nel frattempo compiere azioni politiche che riproducono tutte le condizioni necessarie affinché il dramma si ripeta.

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