Mi sono formato al pensiero nel liceo negli anni Cinquanta del 1900. Al di là dei ricordi personali, quelli furono anni assai duri, come ricordo spesso ai giovani di oggi, quando li trovo un po’ scoraggiati dalla situazione attuale.
Guerra nucleare, scontri sociali e disoccupazione: l’Italia dura degli anni Cinquanta
Su tutti incombeva la minaccia della guerra nucleare, che raggiunse il culmine con il confronto tra Krushov e Kennedy, nel 1962, sui missili a Cuba. In Italia gli scontri sociali erano fortissimi e non furono pochi gli scontri tra operai e polizia che lasciarono sul campo numerosi morti. La disoccupazione restava alta – ricordiamo il Piano Vanoni del 1954 – anche se l’inizio della ricostruzione cominciava a dare i suoi frutti. In Sicilia, da Portello delle Ginestre in poi, la maggior parte dei leader sindacali e della sinistra furono assassinati, o dalla polizia, o dalla mafia; e la grande speranza contadina alimentata dalla riforma agraria fu schiantata per sempre.
Don Sturzo e le “tre male bestie”: statalismo, corruzione e abuso del denaro pubblico
Le tre “male bestie” – lo statalismo, la corruzione e l’abuso del denaro pubblico – come le chiamava Don Sturzo, che contro di esse consumò la sua ultima battaglia, proprio negli anni Cinquanta, incominciavano a crescere. A Brescia, l’intraprendenza di una nuova generazione di imprenditori, venuti in gran parte dalla campagna, e la qualità straordinaria degli operai bresciani, stavano ponendo le basi del futuro imminente sviluppo – che scoppiò veramente con l’avvio del Mercato Comune – anche se non era ancora chiaramente percepibile. Io abitavo in via Musei, dove sono nato, che era allora una via molto popolare, abitata soprattutto da famiglie operaie, dove c’erano gli sfrattati (in una parte ora occupata dal Museo di Santa Giulia).
Emigrazione e sacrificio: figli di operai tra il Belgio, il Venezuela e la Francia
La maggior parte dei miei amici erano figli di operai, camerieri, artigiani o nullafacenti. Ricordo ancora che quando uno di questi ci annunciò che sarebbe andato in Venezuela, lo festeggiammo con molta invidia: ci sembrava che partisse per il Paradiso Terrestre! Alcuni finirono nelle miniere in Belgio, mentre parecchi dei contadini del paesello dove eravamo stati sfollati si trasferirono in Francia, a fare i viticultori.
La speranza di una generazione chiamata a modernizzare l’Italia
Eppure, se abbiamo un ricordo positivo di quegli anni, tale da sfiorare la nostalgia, non è solo perché eravamo giovani. C’era qualcosa di più: di più grande di noi. Noi sentivamo che i nostri genitori e il Paese intero ci stavano preparando a essere i protagonisti della ricostruzione. Liberati dal fascismo e da tutti i perversi nazionalismi; difesi dalla minaccia comunista, definitivamente sconfitta con le elezioni del 1948; avviati i primi passi verso l’Europa, noi abbiamo respirato un momento di eccezionale vitalità e una grande speranza. E sentivamo di dover essere degni di questa speranza che si riponeva in noi. Dovevamo prepararci a essere una generazione di costruttori, che doveva modernizzare il Paese.
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