Di recente nell’istituto tecnico Rita Levi Montalcini di Gagliano Castelferrato è stata allestita una panchina rossa: simbolo di una donna vittima di femminicidio. Per un giorno la scuola si è fermata a riflettere. Ma cosa accade negli altri giorni dell’anno? Nel piccolo comune dell’entroterra ennese, la quotidianità scorre come se il fenomeno non lo riguardasse. Eppure i dati nazionali raccontano un’altra realtà: la violenza contro le donne è un fenomeno diffuso, trasversale, che attraversa ogni territorio, anche il più piccolo. Gagliano Castelferrato, al netto di iniziative di sensibilizzazioni sporadiche e dell’attività di un gruppo ristretto di volontari, sembra aver dimenticato l’urgenza degli interventi sul tema.
L’importanza dei centri antiviolenza
Gagliano Castelferrato è un piccolo comune in cui, anche cercando online, non è possibile trovare un solo centro antiviolenza. Per rintracciarne uno occorre guardare all’intero territorio provinciale di Enna, dove tra l’altro si sono consumati negli ultimi anni diversi femminicidi. A Piazza Armerina, per esempio, c’è DonneInsieme – Sandra Crescimanno. “È nato 15 anni fa da un corso di formazione organizzato dal Comune a cui parteciparono tantissime donne – racconta la presidente Maria Grasso –. Abbiamo deciso di intitolarlo a Sandra Crescimanno, una donna uccisa il 25 gennaio del 1983 da un uomo che aveva rifiutato. Lo sportello di Enna è intitolato, invece, a Vanessa Scialfa”. All’interno del centro antiviolenza le donne possono essere ricevute da operatrici formate – psicologhe, psicoterapiste, avvocate, operatrici di sportello – e usufruire dei servizi nel rispetto della privacy e dell’anonimato. “Un centro antiviolenza non può che essere un luogo femminista, trans femminista e a difesa della libertà delle donne, dei loro figli e delle loro figlie”, continua la presidente.
Le richieste di aiuto
“Negli ultimi 11 anni soprattutto abbiamo ricevuto tantissime richieste di giovanissime, ragazze dai 16 ai 21 anni che vivono rapporti tossici con i fidanzati – fa sapere Maria Grasso –. Nel 2025 abbiamo avuto 50 nuovi ingressi e tante telefonate al numero di servizio attivo h24, collegato direttamente al numero nazionale 1522, a cui le donne possono chiamare per essere collegate ai centri antiviolenza più vicini a loro”.
Da un sondaggio condotto in una classe dell’istituto Rita Levi Montalcini è risultato un dato allarmante: nonostante la maggior parte riconosca che la violenza di genere esista in diverse forme – non soltanto in quella fisica –, sono pochi quelli che sanno a chi rivolgersi in caso di bisogno. “Sono solo litigi di coppia”, “è normale essere gelosi”: alcuni studenti ammettono di tendere a minimizzare forme di violenza come insulti, pressione psicologica, body shaming e controllo del cellulare. Maria Crescimanno sostiene sia necessario un lavoro sugli stereotipi più profondo che consenta il riconoscimento del fenomeno: “Dalla violenza si può uscire, ma occorre prima capire di esserne vittima. Le forme di violenza di genere sono tantissime, da quella fisica a quella psicologica, fino a quella economica e religiosa e allo stalking”.
Gli studenti chiedono una maggiore collaborazione tra scuola, istituzioni e società civile, affinché cittadini e cittadine siano formati e informati per combattere gli stereotipi e prevenire gli atti violenti. “Bisogna chiedere a gran voce progetti e percorsi sesso-affettivi, che si occupino anche della sessualità rispetto al rapporto uomo-donna – suggerisce Grasso -. L’Italia ha grandi difficoltà a confrontarsi con questi temi. Ma non è più possibile fare difendere le pari opportunità il 25 novembre e l’8 marzo, facendo silenzio nei restanti 363 giorni dell’anno e lasciando che nel nostro territorio continui a regnare il patriarcato”.
Lambusta Giuseppe, Soressi Jacopo, Pellegrino Prattella Silvestro, Liuzzo Scorpo Giovanni
Istituto tecnico “R. L. Montalcini” – Gagliano C.to

