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Una rilettura degli anni Settanta sul nucleare per identificare le criticità del “sistema Italia”

Una rilettura degli anni Settanta sul nucleare per identificare le criticità del “sistema Italia”
Una centrale nucleare

Un freno allo sviluppo dell’economia del nostro Paese, anche per i rilevanti costi dell’energia

Nella storia della Prima Repubblica del nostro Paese gli anni Settanta sono stati rilevanti per le riforme, con notevoli refluenze sul piano finanziario-economico, nonché sociale, del “sistema Paese”. I riferimenti alle relative leggi (e non a decreti legislativi) sono i seguenti: legge 898/1970 sul tema del divorzio; legge 194/1978 sull’interruzione della maternità; legge 833/1978 istituzione del Servizio sanitario nazionale; legge 825/1971 la legge delega della riforma tributaria. Questi riferimenti non sono finalizzati a tentare il revisionismo storico, che resta di competenza degli storici della politica, né tampoco le refluenze sociali delle leggi del divorzio e dell’aborto, di competenza degli storici e dei sociologi, quanto valutare, in uno al primo referendum sul nucleare, a distanza di poco meno di cinquant’anni, l’impatto sul piano economico del “sistema Italia”. Il primo referendum sull’utilizzo dell’energia nucleare arrivò nel 1987, dopo il disastro di Chernobyl. Altra riforma rilevante è quella tributaria, di cui alla legge delega del 1971, allo stato, non oggetto di questo contributo.

Servizio sanitario nazionale e debito pubblico: analisi economico-finanziaria

In conclusione, l’analisi delle refluenze economico-finanziarie sul “sistema Italia” è limitata alla legge 833/1978 che ha istituito il Sistema sanitario nazionale e al primo referendum sull’utilizzo del nucleare in Italia, che ha smantellato le strutture esistenti e ha bloccato le attività e le iniziative già programmate.

Per poter avviare l’analisi è necessario contestualizzare, facendo riferimento all’indice del rapporto Pil/Debito pubblico. Ė ovvio che tale scelta di fare riferimento a detto indice è una semplificazione, a chi fa ricerca scientifica può apparire come una scorciatoia, in quanto non vengono presi in esame altri dati, quali per esempio l’indice della svalutazione monetaria, il dato della crescita economica, dell’entità del tasso degli interessi e altro ancora. Il riferimento al rapporto Pil/Debito pubblico costituisce la semplificazione dell’analisi, ma, comunque, consente di trarre conclusioni.

Nel bilancio della Regione Sicilia le spese sanitarie da molti anni incidono per circa il 50% del totale. Una prima conclusione è che l’istituzione del Servizio sanitario nazionale di cui alla citata legge 833/1978 sia stata la causa principale dell’incremento esponenziale, anno dopo anno, della spesa pubblica in Italia, con conseguenziale incremento, altrettanto esponenziale, dell’indice dato dal rapporto Debito pubblico rispetto al Pil. Ė possibile ipotizzare che tale scelta politica del 1978 in questi anni non sarebbe stata possibile per la vigente cultura della sostenibilità e per i vincoli di bilancio europei.

Il sistema sanitario italiano è eccellente

Quanto è stato fatto nel 1978, certamente è stata una scelta di civiltà: ha consentito di dotare l’Italia di un sistema sanitario eccellente, fra i migliori del mondo, ha certamente favorito principalmente i cittadini a basso reddito che, altrimenti, non avrebbero potuto disporre di tale sanità eccellente. Nessuno può contrastare la scelta dei politici del 1978, bensì analizzarla per tentare di contenere le refluenze finanziarie negative al sistema Paese.

Per tentare di ridurre le spese sanitarie di una percentuale che potrebbe arrivare anche al 20% dell’importo totale bisognerebbe: contenere il costo della medicina difensiva che, a seconda dei criteri applicati, viene stimato fra i 15 e i 20 miliardi di € all’anno, nonché gli sprechi conseguenziali al presidio della bassa politica in diverse strutture della sanità. Ė possibile che le spese per la medicina difensiva sia correlato alla scarsa tutela giudiziaria dei medici al pari degli operatori delle forze dell’ordine.

In ogni caso una prima conclusione assiomatica è che il debito pubblico italiano è intorno a 2.900 miliardi di euro, prossimo al 140% del Pil, posizionando il nostro Paese tra quelli con il debito pubblico più alto nell’Ue. Negli anni passati l’incidenza degli interessi sul Debito pubblico ammontava in assoluto a circa cento miliardi di euro all’anno, in questi anni, malgrado l’aumento del debito, l’importo annuale degli interessi è diminuito a seguito della riduzione dei tassi d’interesse di riferimento. A prescindere dall’analisi dell’eziologia del debito pubblico italiano, è assiomatico che questo costituisca un freno alla crescita economica e sociale del Paese.

Referendum nucleare e costo energia: effetti sul sistema Italia

L’altra criticità, che frena lo sviluppo economico del sistema Italia è costituita dal costo dell’energia elettrica. In Italia il costo dell’energia all’ingrosso di 115 euro a Mwh a fronte di 91 euro della Germania, di 68 euro della Spagna, di 61 euro della Francia, di 44 euro dell’area scandinava. In definitiva, il costo dell’energia in Italia è grossomodo il doppio rispetto agli altri paesi dell’Ue. Le cause di tale criticità sono stati i referendum abrogativi del nucleare a partire dal 1987, per motivi ideologici e non razionali, dal momento che il nostro Paese nei confini del Nord è circondato da centrali nucleari che favoriscono l’economia delle nazioni in cui sono installate e che nell’ipotesi (remota) di incidenti nucleari coinvolgerebbero anche l’Italia.

Debito pubblico Pil e nucleare: prospettive di crescita economica

La conclusione di questa analisi è l’identificazione delle due criticità che frenano lo sviluppo economico e sociale annuale del “sistema Italia” che, in percentuale, spesso è inferiore dello 0,50-0,70%, rispetto all’indice di altri Paesi. Mentre la scelta dei politici degli anni Settanta del Sistema sanitario nazionale è irreversibile e condivisibile sul piano etico, quella ideologica sul nucleare è da azzerare, dannosa per miliardi di euro per il “sistema Italia”. Occorrerebbe tornare al nucleare, magari di piccole taglie, per ottenere la conseguenziale riduzione del costo dell’energia e del contributo del significativo Pil prodotto dalla realizzazione dei relativi impianti.

Questo processo di incremento del Pil nazionale, nel tempo, risolverà anche il problema del rapporto Debito pubblico/Pil. Ovviamente la riduzione degli sprechi sanitari aiuterebbe a colmare gli errori del passato sopra rilevati.

Infine, sarebbe necessario ricordare ai promotori e sostenitori dei citati referendum abrogativi del nucleare i danni prodotti per le loro ideologie politiche e, magari, averne memoria nella realtà di oggi e del futuro, per evidenziare le conseguenze per i cittadini, specie per i più deboli, di scelte ideologiche con effetti devastanti ove applicate come è avvenuto nel nucleare.