ROMA – La Sicilia continua a formare dottori di ricerca di alto livello, capaci di competere in contesti nazionali e internazionali, ma fatica ancora a trattenerli. Il nodo non è la qualità della formazione universitaria, bensì ciò che accade dopo il dottorato: opportunità di lavoro qualificato limitate, carriere spesso precarie e un sistema produttivo che non riesce ad assorbire in modo stabile competenze altamente specializzate. Ne è convinta Giovanna Sapatari, rettrice dell’Università di Messina.
Intervistata in esclusiva dal QdS, Spatari ha evidenziato i punti deboli del sistema isolano, dove la mobilità dei dottori è diventata fuga, diretta soprattutto verso il Centro-Nord e l’estero, laddove ricerca e impresa dialogano in modo più strutturato. In Sicilia, infatti, il legame tra Università, innovazione e tessuto economico restano fragili, nonostante alcuni segnali di crescita negli ultimi anni. Il rischio è un progressivo indebolimento del sistema scientifico e della capacità di sviluppo del territorio. Per invertire la tendenza servono interventi concreti e coordinati: investimenti stabili nella ricerca, politiche industriali più incisive, sostegno all’innovazione e strumenti efficaci di trasferimento tecnologico. Solo così il capitale umano formato nell’Isola potrà trovare qui reali prospettive di futuro.
Rettrice Spatari, i dati mostrano che la Sicilia forma una quota importante di dottori di ricerca ma negli anni successivi molti lasciano l’Isola. Perché non si riesce a trattenere questo capitale umano e cosa manca davvero per invertire la tendenza?
“La Sicilia e i suoi Atenei hanno una solida capacità di formare ricerca di qualità. Lo notiamo ogni giorno anche all’Università di Messina, dove vediamo crescere giovani ricercatrici e ricercatori preparati, motivati, in grado di confrontarsi con contesti scientifici nazionali e internazionali. Il problema, però, non è la formazione in sé, ma ciò che accade dopo il dottorato. Il punto è offrire a questi giovani opportunità credibili di ricerca, lavoro qualificato e crescita professionale. Oggi, troppo spesso, chi conclude un percorso di alta formazione si trova di fronte a una scelta difficile: restare in un territorio dove le occasioni di inserimento stabile sono ancora limitate, oppure spostarsi dove il sistema scientifico e produttivo offre prospettive più solide. Molti scelgono la seconda strada. Per questo il nodo non riguarda soltanto le Università. Riguarda il rapporto tra ricerca, impresa, Pubblica amministrazione e investimenti sul territorio. In Sicilia non mancano competenze scientifiche, laboratori competitivi e ambiti di eccellenza; manca ancora, però, un sistema capace di assorbire e valorizzare in modo continuativo questo capitale umano. Invertire la tendenza significa creare condizioni concrete perché chi si forma in Sicilia possa restare senza dover rinunciare alla qualità della ricerca, alla stabilità professionale e a reali prospettive di carriera”.
Quasi la metà dei dottori provenienti dal Sud si sposta verso il Centro-Nord o all’estero. È solo una questione di finanziamenti alla ricerca oppure c’è dell’altro?
“Non è solo una questione di finanziamenti. Le risorse per la ricerca sono certamente decisive, ma da sole non bastano. Il problema è anche la debolezza, ancora troppo diffusa nel Mezzogiorno e in Sicilia, del legame tra Università, ricerca e sistema produttivo. La mobilità dei ricercatori, in sé, non è un fatto negativo. La scienza cresce attraverso lo scambio delle idee, delle esperienze e delle persone. Diventa però un problema quando questo movimento avviene quasi sempre in una sola direzione, perché significa che altri territori sono più capaci di attrarre, valorizzare e trattenere le competenze formate nel Sud. Nei contesti più dinamici dal punto di vista dell’innovazione esiste una relazione strutturata tra Università e imprese: i gruppi di ricerca collaborano con il mondo produttivo, si sviluppano spin-off, nascono filiere ad alto contenuto tecnologico, si crea domanda di lavoro qualificato. È in questo passaggio che il nostro sistema mostra ancora una fragilità. In Sicilia negli ultimi anni non sono mancati segnali positivi: penso ai dottorati industriali, ai partenariati di ricerca, ai progetti finanziati dal Pnrr che hanno rafforzato le collaborazioni tra atenei e imprese. Tuttavia, il tessuto produttivo regionale è ancora composto in larga parte da piccole e medie imprese che, salvo eccezioni, hanno una capacità limitata di investire in ricerca e sviluppo e di assorbire stabilmente profili altamente qualificati. La sfida, quindi, è duplice: rafforzare la ricerca universitaria e, nello stesso tempo, sostenere la crescita di un sistema produttivo più innovativo. Senza una crescita parallela di queste due dimensioni, sarà difficile fermare l’uscita dei dottori di ricerca dal territorio”.
Se la Sicilia continua a perdere ricercatori altamente qualificati, il rischio è un indebolimento strutturale del sistema scientifico e dell’innovazione. Quali interventi concreti servirebbero subito, da parte dello Stato e della Regione, per evitare questa fuga di competenze?
“Il rischio è concreto e non va sottovalutato. Quando un territorio perde in modo continuativo i suoi ricercatori più qualificati, si indebolisce progressivamente la sua capacità di produrre ricerca, innovazione e sviluppo. Per evitare questo esito servono misure immediate e coordinate. Da parte dello Stato, il primo passo è un rafforzamento stabile degli investimenti in ricerca e reclutamento, soprattutto nel Mezzogiorno. Non bastano misure episodiche: serve una strategia di lungo periodo che renda possibili carriere scientifiche credibili, stabili e competitive anche nelle Università del Sud. Da parte della Regione, è necessario rafforzare la politica industriale e l’investimento nell’innovazione. Senza imprese capaci di investire in ricerca e sviluppo, le Università non possono da sole trattenere le competenze che formano. Servono incentivi mirati per attrarre aziende innovative, sostenere le filiere tecnologiche più promettenti e favorire la nascita e la crescita di start-up ad alta intensità di conoscenza. Un altro fronte decisivo è quello del trasferimento tecnologico. Le Università devono essere messe nelle condizioni di trasformare più rapidamente i risultati della ricerca in applicazioni, impresa e occupazione qualificata, attraverso incubatori, spin-off, brevetti e laboratori congiunti con il sistema produttivo. Accanto a questo, servono vere politiche di rientro dei ricercatori. Molti siciliani oggi lavorano in Università e centri di ricerca di alto profilo fuori dall’Isola. Creare programmi che consentano loro di tornare con risorse adeguate, laboratori attrezzati e condizioni di lavoro competitive significherebbe riportare in Sicilia competenze, esperienze e reti scientifiche internazionali di grande valore. Il punto di fondo è semplice: la Sicilia non manca né di capacità scientifiche, né di competenze. La vera sfida è creare le condizioni perché queste competenze trovino qui opportunità di ricerca, lavoro qualificato e prospettive di lungo periodo. Se non si interviene adesso, continueremo a formare capitale umano di alto livello che produrrà innovazione e sviluppo altrove”.

