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L’Università che cambia, professoressa Longo (Unict): “La missione? Insegnare agli studenti a usare le informazioni”

L’Università che cambia, professoressa Longo (Unict): “La missione? Insegnare agli studenti a usare le informazioni”

L’intervista alla direttrice del DSPS dell’Università di Catania, Francesca Longo: “La società di oggi è cambiata e sono cambiati anche gli studenti. Ecco qual è il dovere degli insegnanti”.

Cambiano i tempi, cambia la società e varia anche il mondo universitario dove tanti giovani sognano e ambiscono di realizzare il proprio futuro. Proprio su questi temi, ai microfoni del Quotidiano di Sicilia, è intervenuta la professoressa Francesca Longo, direttrice del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli Studi di Catania.

Professoressa Francesca Longo: “La società di oggi è cambiata e sono cambiati anche gli studenti”

Rispetto alle facoltà di una volta, quali sono oggi le principali differenze nel ruolo e nelle funzioni di un Dipartimento universitario, sia dal punto di vista dell’offerta formativa sia del rapporto con il territorio?

“Tante, perché il Dipartimento accomuna le due funzioni che prima erano divise nel vecchio sistema tra Dipartimento e facoltà. Oggi i dipartimenti si occupano di tutto ciò che riguarda l’organizzazione delle offerte e non solo della didattica ma di tutta l’organizzazione scientifica, amministrativa della didattica. I dipartimenti si occupano della ricerca, intesa sia come propulsione che come gestione amministrativa dei progetti finanziati dalle altre istituzioni come l’Unione Europa, il governo o la Regione. Poi sono anche centri di spesa, cioè hanno la possibilità di gestire una porzione del bilancio al fine di fornire dei servizi per studenti e docenti. C’è anche il contatto con il territorio, che avviene in tantissime maniere, anche attraverso il contatto con lo specifico corso di laurea che ha un gruppo di soggetti territoriali che costantemente si consulta per verificare l’offerta formativa in funzione della domanda e dell’offerta di lavoro sul territorio”.

Negli ultimi anni, come sono cambiati gli studenti che si iscrivono al suo Dipartimento in termini di aspettative, interessi culturali e approccio allo studio rispetto alle generazioni precedenti?

“Io sono un’ex studentessa di Scienze Politiche, quindi posso dire che rispetto agli studenti della mia generazione, quelli degli anni ’80, c’è stato un profondo cambiamento. Questo è naturale perché la società è cambiata. Oggi ci sono più aspettative. Prima ci si iscriveva a Scienze Politiche al fine di attivarsi nella politica alta, mentre oggi ci sono motivazioni diverse. Gli studenti sono da un lato chiedono di più e di essere orientati a specifici lavori, anche perché gli studenti lo scoprono dopo su cosa vogliono orientarsi iscrivendosi a Scienze Politiche. Poi i ragazzi di oggi hanno un approccio universitario all’apprendimento, e alla comunicazione, profondamente diverso. Oggi il modo di apprendere è sicuramente meno orientato alla teorizzazione e più verso nozioni concrete, ma questa è una sfida che noi docenti dobbiamo cogliere, rispondendo a queste nuove esigenze”.

Attività pratica, dibattito e pensiero critico

In passato l’università era spesso percepita come un luogo più teorico: oggi quanto conta il collegamento con l’attualità, l’informazione e il dibattito pubblico nella formazione degli studenti del suo Dipartimento?

“L’Università non può essere un castello dove ci si isola dalla realtà. L’Università è il centro del dibattito pubblico, soprattutto in un dipartimento come quello di Scienze Politiche dove speriamo di formare i futuri amministratori, i futuri operatori del terzo settore o i futuri governanti, persone che riescono a contribuire al dibattito pubblico. Tutti i nostri insegnamenti hanno una parte relativa al contatto concreto con il territorio, ma il nostro dipartimento è attivo anche nelle attività extracurriculari. Facciamo incontri su tante tematiche importanti che vanno oltre ai nostri corsi, eventi, convegni. La risposta degli studenti è sempre molto positiva”.

Quale ruolo può svolgere la lettura dei quotidiani, sia cartacei sia digitali, nello sviluppo del pensiero critico, della capacità di analisi e della consapevolezza civica degli studenti universitari, e in che modo questa abitudine può contribuire a formare le competenze culturali e informative indispensabili per i laureati di domani, riducendo il divario tra università e società?

“Se si leggono meno i giornali? Iscrivendosi all’Università si è già scelto se leggere o meno. A mio avviso, dentro i corsi universitari più che insegnare a leggere i giornali dobbiamo far capire come utilizzare le informazioni. La stampa, i social, le radio e le televisioni sono profondamente cambiati. Abbiamo un corso specifico di laurea magistrale sulla scienza della comunicazione e corsi specifici che vogliono insegnare a selezionare le informazioni. Il più grande problema di oggi non è ottenere l’informazione, ma selezionarla. Distinguere le news dalle fake news, distinguere anche all’interno dei giornali le varie fonti reali e quelle che non lo sono. Noi come Università vogliamo insegnare a selezionare le informazioni”.

Il suo Dipartimento promuove o potrebbe promuovere iniziative (corsi, laboratori, convenzioni, attività culturali) che incentivino gli studenti a informarsi attraverso la stampa quotidiana e i media di qualità?

“C’è un corso di laurea in Sociologia delle Reti e dell’Informazione che vuole mettere al centro le reti delle informazioni. Già tutto questo noi come dipartimento proviamo a farlo. Sicuramente siamo assolutamente aperti e disponibili a migliorare e incrementare questa operazione insieme ai mezzi di informazione, che siano cartacei o meno. Il nostro dipartimento è attento a questi processi, tanto che ha questo corso di laurea che è attento al tema delle reti delle informazioni ed è presieduto da un nostro docente di sociologia della comunicazione”.

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