In Gran Bretagna vi sono seicentottanta chilometri di linee metropolitane, in Germania seicentosessanta, in Francia cinquecentottanta, in Italia duecentosettanta. Anche nel campo dei trasporti urbani, l’Italia è fanalino di coda fra le quattro nazioni più importanti dell’Europa.
Questa fotografia è conseguenza dell’ignavia e dell’incapacità dei Governi che si sono succeduti nell’ultimo quarto del secolo scorso e nel primo quarto di questo secolo; Governi clientelari, formati da cittadini e cittadine che hanno perseguito gli interessi personali piuttosto che gli interessi generali.
L’abbiamo scritto più volte: il nostro è un Paese dove vige la regola del favore, soprattutto nell’Italia meridionale, mentre in quella settentrionale vige la potenza (o la prepotenza) dei gruppi di potere. Insomma, l’equità è sconosciuta.
In questo quadro, la Pubblica amministrazione è il punto nodale più debole del sistema e splende per le sue inefficienze e per la pochezza nel fare funzionare ciò che costituisce il motore centrale di una Comunità nazionale.
Trasporti urbani e scelte politiche mancate
Come mai Governi, Regioni e Comuni non hanno pensato, in cinquant’anni, di costruire le metropolitane, che costituiscono la spina dorsale dei trasporti in quanto i convogli viaggiano sottoterra e non intasano la circolazione di superficie?
La risposta è semplice: in Italia si è sempre speso per favorire questa o quella lobby e molto meno per costruire le infrastrutture che, com’è noto, costituiscono il nervo centrale dello sviluppo, poiché hanno un riverbero economico e sociale enormemente superiore alla spesa corrente.
Il nostro è il Paese, fra i quattro elencati sopra, meno infrastrutturato, con un territorio particolarmente fragile, su cui non viene posta l’attenzione delle istituzioni dei tre livelli. Poi capitano le catastrofi e assistiamo all’avvilente rimpallo di responsabilità fra chi gestisce la Cosa pubblica locale e gli altri che dovrebbero avere una visione più ampia a livello regionale e nazionale.
Infrastrutture e sviluppo economico
La fotografia che vi sottoponiamo è sotto gli occhi di tutti e da nessuno è smentibile, poiché se ne conoscono le cause e gli effetti. Negarlo sarebbe ignobile.
Cosa avrebbero dovuto fare, invece, i Governi degli ultimi cinquant’anni? Anziché seguire le lobbies, anziché distribuire pensioni a destra e a manca, gratifiche e altri favori, avrebbero dovuto destinare gran parte delle entrate del Bilancio dello Stato alla spesa infrastrutturale, utilizzando al massimo tutti i fondi europei che non sono stati di poco conto.
Qui non vogliamo recriminare. Lo scopo di questa fotografia è quello di indicare ai e alle responsabili delle istituzioni che devono cambiare modo di governare.
È vero, questo Governo sta tenendo i conti pubblici in equilibrio, ma questo non è sufficiente per permettere a TUTTO il Paese di fare quel salto di qualità indispensabile alla sua crescita armonica.
Crescita, territorio e disuguaglianze
Com’è soprattutto noto a chi si occupa di macroeconomia, le gambe della crescita sono due: quella delle infrastrutture e quella dei consumi. La prima, però, è più importante perché la spesa destinata a questa gamba aumenta le potenzialità di spesa della Comunità.
Investire per sistemare il territorio, per costruire gli argini dei fiumi, per consolidare le colline, per sostituire le reti idriche semidistrutte, per riparare le dighe, per installare gli impianti che producono energia rinnovabile, per digitalizzare l’organizzazione del mondo sanitario e via elencando. Questo sarebbe un modo efficiente di governare, un modo che guarda al futuro.
E poi bisognerebbe migliorare il sistema pensionistico, facilitando a tutti l’accesso al mondo del lavoro, rivedendo le politiche sulla natalità, tassando i patrimoni dei ricchi e dei super ricchi e così via, al fine di ridurre gli oneri che ricadranno sulle spalle delle future generazioni.
Ecco, vedete come siamo passati dalle infrastrutture delle linee metropolitane al malessere diffuso in tutto il Paese, ma in maniera diversa fra le otto regioni del Sud (ove è maggiore), le quattro centrali e le otto settentrionali.
Anche questa grande differenza di Pil, reddito pro capite e capacità di spesa è un vulnus che i Governi degli ultimi decenni non hanno saputo (o voluto) eliminare.

