La guerra iniziata da Trump nei confronti dell’Iran, un’autocrazia, è diversa da quella iniziata da Putin nei confronti dell’Ucraina, una democrazia. Fatta salva questa fondamentale differenza, per il resto la fattispecie è uguale: un Paese che ne invade un altro (la Russia), una nazione che ne bombarda estesamente un’altra (gli Usa).
In questo quadro, mentre era chiaro lo scopo di Putin, cioè quello di riprendersi quattro regioni che ritiene russe e, fine secondario (ma non molto), fare saltare la presidenza a Zelensky, nel caso degli Usa è stato sbandierato l’intento, non vero, di portare in quel Paese di novantadue milioni di abitanti e duemilacinquecento anni di storia, la democrazia.
Crisi energetica e finanziaria: le conseguenze della guerra Usa-Iran per l’Europa
Non entriamo nel merito delle due vicende, che hanno tante analogie, ma rileviamo le gravi conseguenze nel secondo caso (guerra Usa-Iran) per il resto dell’Occidente e soprattutto per l’Europa. Infatti sono scoppiate le crisi energetica e finanziaria.
Da questo scenario emerge chiaramente la politica suicida dell’Europa, quando a suo tempo decise di imporre le sanzioni a carico della Russia, fra cui la più importante: la chiusura delle forniture di petrolio e gas.
Per sostituire quelle fonti energetiche, che tra l’altro si compravano a basso prezzo, l’Italia dirottò gli acquisti verso gli Stati Uniti e verso l’Algeria, che sostituirono le forniture, ma a prezzo triplicato. Un bell’affare, davvero!
Certo, allora non si pensava che la guerra russo-ucraina sarebbe durata quattro anni, né che a un certo momento il probabile avvento di Trump alla presidenza statunitense avrebbe portato alla guerra Usa-Iran. Nessuno ha doti divinatorie, tuttavia, vi sono capacità previsionali, con tutti i software digitali in grado di elaborare centinaia di miliardi di calcoli. Per cui era altamente probabile che Trump vincesse le elezioni contro un inesistente avversario, qual era Joe Biden, e che adottasse quella sua politica, America first, che aveva anticipato nella precedente quarantacinquesima presidenza.
Stretto di Hormuz bloccato e fossile alle stelle: l’Europa strangolata dalla dipendenza energetica
La carenza di carburante per il blocco dello Stretto di Hormuz e la famelicità dei gruppi di potere che gestiscono l’energia a livello mondiale, sta strozzando e strozzerà le economie fortemente dipendenti dall’energia fossile.
In questo quadro, ancora una volta, l’Europa ha un comportamento fallimentare perché non ha il senso della realtà e continua, da un canto, a fornire armi e prestiti finanziari a un’Ucraina che perde ogni giorno di più e, dall’altro, a tenere chiusi i rubinetti dal versante russo, la cui energia sarebbe “salutare”. Ancora più salutare sarebbe stato investire massivamente negli impianti di produzione di energie rinnovabili, così da rendersi autonomi e sostenibili a livello ambientale.
Il veto dell’unanimità e il Pil all’1%: l’Unione europea fanalino di coda dei “Grandi”
Ma, si sa, il buonsenso non alberga nel Vecchio Continente, gestito da personaggi inconsistenti, che mancano del senso della realtà. Oltretutto, all’interno dei ventisette Membri vi sono visioni molto diverse dello status quo e quindi ognuno intende e vuole cose diverse.
Nell’Ue, com’è noto, serve quasi sempre l’unanimità per prendere decisioni, salvo pochi casi in cui possono essere prese a maggioranza qualificata. Per cui basta il veto di un Paese per immobilizzare di fatto qualunque azione, cosa che avviene puntualmente e che, allo stato dei fatti, non sembra modificabile.
Non solo in questa vicenda che riguarda l’energia l’Unione europea rivela la sua inconsistenza, ma anche per tutte le altre attività che avrebbero come comune obiettivo la crescita sociale ed economica dei ventisette Popoli.
A fronte di un aumento annuale di Pil del cinque per cento della Cina, di più del due per cento degli Stati Uniti, l’Unione si attesta su un improbabile uno per cento, ciò perché non vengono applicate politiche di sviluppo, mettendo in sinergia tutte le risorse degli Stati membri. Cosicché, quelle popolazioni hanno differenze sociali ed economiche anche rilevanti. Per esempio, quelle col più alto reddito sono Lussemburgo, Olanda, Irlanda e Belgio (piccole); fra le grandi svetta la Germania, poi viene la Francia e infine il nostro Paese.
Finché si manterrà questa incapacità di fare progetti di sviluppo a lunga scadenza, l’Ue, disgraziatamente, continuerà a essere fanalino di coda dei “Grandi”.

