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V come Vuoto

V come Vuoto
Giappone Kamakura Anida-Daibutsu (foto Imagoeconomica)

Confronto tra sostanza occidentale e śūnyatā, relazione e inter-essere come possibile via per l’uomo occidentale.

Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, noto da diversi anni anche in Italia per le sue critiche radicali al neoliberismo e al capitalismo digitale, in “Filosofia del buddhismo zen” istituisce una feconda comparazione tra le fondamentali intuizioni, appunto, del buddhismo zen e le grandi voci della filosofia occidentale.

Sostanza nella filosofia occidentale: stabilità, identità e separazione

Di rilevante interesse sono le pagine dedicate al confronto tra la sostanza, concetto-cardine occidentale, e la vacuità buddhista. Nella filosofia occidentale, la sostanza ha uno statuto ontologico di assoluta importanza (latino: substantia; greco: hypostasis, ousia). Il termine indica lo stare fermo (radice st, la stessa di statua), la stabilità nel movimento, l’ente nella sua unità, nella sua piena identità. La sostanza, come nota acutamente Chul Han, aspira “a possedersi”, separa il suo “patrimonio, proprietà, tenuta” da tutto il resto; sta ferma in sé, procede per separazione dell’identico dall’altro, recinta, esclude, categorizza, fa della logica del medesimo e della logica dell’altro nuclei ontologici distinti. La sostanza, insomma, si arrocca più sulla chiusura che sull’apertura.

Śūnyatā: vacuità e apertura senza confini nell’ontologia buddhista

Di contro, secondo Chul Han, il concetto buddista di śūnyatā (vacuità, vuoto) non contempla l’irrigidimento dell’ente, ma lo fa confluire in un’apertura dove non c’è condensazione di proprietà, identità appropriante, massiccia presenza dell’Ego, semmai movimento, reciprocità, abolizione dei limiti, dei confini, delle gerarchie. In ogni ente, rimarca B. Chul Han, dimora l’intero mondo, tutto è “gentilezza amichevole”.

Vuoto e uomo occidentale: relazione e interconnessione costitutiva

Al netto di queste due diverse visioni ontologiche e antropologiche, quale vuoto o vacuità è possibile per l’uomo occidentale? Per esempio, cogliere il proprio specifico modo d’essere non come una totalità chiusa che si apre solo nel momento dell’incontro con l’altro, semmai come relazione, interconnessione costitutiva, che proprio nella relazione stessa, e solo grazie ad essa, si specifica come particolare modo d’essere.

I nostri modi d’essere sono tali proprio perché si configurano come tali, si scolpiscono, si modellano come tali sulla base dell’inter-essere, appunto della relazione (in questo senso, è di utile lettura Alfabeto filosofico di Giangiorgio Pasqualotto, studioso di filosofia buddhista, alla voce “Relazione”). Insomma, cogliere la realtà come nodo relazionale, processo, trasformazione permanente.

Esperienza del mondo e destino senza programmazione: oltre essenza e natura

Questo non significa che siamo un vuoto indifferenziato, pronto ad essere riempito da qualsiasi nodo relazionale si instauri, semmai significa che il nostro modo d’essere, quello con cui abitiamo la vita, non è predeterminato da una qualche natura, essenza, costituzione originaria, ma dall’incontro con l’esperienza del mondo, quella particolare esperienza che risplende nel processo inesauribile della vita e che si accende, si anima incontrando il nostro sguardo, e a cui ci sentiamo destinati senza programmazione alcuna.

Insomma, nel momento in cui la scena umana si svuota per lasciare emergere una sola, particolare visione, per esempio un volto a noi destinato, siamo chiamati non semplicemente a reagire, semmai a rispondere con partecipazione a quella chiamata.