Milano, 23 set. (askanews) – La vendemmia 2026 restituisce un’Italia viticola difficile da racchiudere in una sola definizione. La stessa stagione calda ha prodotto uve sane e risultati giudicati molto positivi in alcuni territori, perdite e maturazioni problematiche in altri. Dodici Cantine, dai Colli Orientali del Friuli all’Alto Belice Corleonese, descrivono un’annata nella quale la differenza non l’ha fatta soltanto il clima, ma anche il modo in cui vigneti, varietà e aziende hanno reagito alle condizioni della stagione. La difficoltà di tracciare un quadro unitario riguarda l’intera campagna italiana. Assoenologi, Ismea e Unione italiana vini (Uiv) hanno deciso quest’anno di non presentare le tradizionali previsioni vendemmiali e di attendere i dati consuntivi a raccolta conclusa. La scelta, annunciata il 29 luglio, è stata motivata proprio dalla crescente variabilità delle condizioni climatiche e dalla possibilità che le stime formulate durante la campagna subiscano variazioni significative.
Le testimonianze delle aziende spiegano bene perché. Nei Colli Orientali del Friuli Mirko Degan, enologo di Meroi, definisce l’annata ‘anticipata, scarsa e secca’: la vendemmia è cominciata il 18 agosto, data mai raggiunta prima dall’azienda, mentre caldo e mancanza d’acqua hanno provocato una perdita importante. In Valpolicella Maddalena Pasqua di Bisceglie di Musella usa invece tre parole quasi opposte, ‘straordinaria, veloce e pulita’. A Lucca Mina Samouti di Fattoria Sardi parla di una stagione ‘tropicale’ per le temperature, ma equilibrata nelle quantità e buona nella qualità. In Sicilia Giovanni Ascione di Centopassi la liquida con una ripetizione eloquente: ‘Faticosa, faticosa, faticosa’. Il 2026 mostra anche quanto poco servano le formule generali quando si entra in una vigna. Avignonesi, a Montepulciano (Siena), era partita con forte anticipo dopo settimane di caldo intenso, ma ha lasciato alcune parcelle di Merlot in pianta fino al 22 settembre. Alessio Gorini, chief operating officer dell’azienda, definisce per questo la vendemmia ‘spiazzante, contraddittoria, selettiva’. Nei fondovalle più vigorosi aspettare il fresco è risultato più utile che assecondare l’anticipo generale della stagione. L’indicazione che ne ricava l’azienda non è quella di raccogliere più tardi, ma di evitare decisioni automatiche e continuare a leggere ogni parcella fino agli ultimi giorni.
Qualcosa di simile è accaduto a Collemattoni, a Montalcino (Siena). Marcello Bucci ha scelto di lasciare più uva sulle piante, ritardando la vendemmia verde. Le precipitazioni di agosto, poco meno di 200 millimetri secondo i dati forniti dall’azienda, hanno aiutato le viti ad attraversare il caldo e la maggiore permanenza dei grappoli ha consentito di contenere le gradazioni. Bucci non trasforma però l’esperienza in una regola: la stessa scelta, osserva, potrebbe essere sbagliata in un’altra annata.
Molte delle risposte al caldo si giocano ormai sopra i grappoli. A Fattoria Sardi si è cimato pochissimo, conservando una parte della vegetazione per ombreggiare chioma e uve, e la raccolta è stata frazionata in più passaggi nello stesso vigneto per seguire maturazioni differenti. Iviti Winery, a Cortona (Arezzo), lavora da anni sulla potatura secca e verde e considera la gestione della parete fogliare uno dei punti decisivi dei prossimi anni. Avignonesi guarda nella stessa direzione: scottature e appassimenti causati dal calore spingono a ripensare esposizione dei grappoli, superficie fogliare e struttura complessiva della chioma. A Podere Mastrilli, a Impruneta (Firenze), Adriano Zago racconta il 2026 attraverso Sostakovic e Alice. Il primo perché seppe rompere schemi consolidati e trovare nuove forme, la seconda per il carattere imprevedibile di un’annata che, nonostante temperature molto elevate, ha portato uve mature ed equilibrate grazie alle riserve d’acqua accumulate fino a maggio e giugno. Dietro l’immagine c’è una pratica precisa: pareti fogliari mantenute in modo da proteggere i grappoli e cotici erbosi utilizzati per limitare evaporazione e surriscaldamento del terreno.
Il suolo, infatti, torna continuamente nelle risposte dei produttori. Antonella Villa e Luigi Barban delle Verzure, tra Murlo (Siena) e Montalcino (Siena), non hanno introdotto tecniche nuove e continuano a intervenire il meno possibile, ma indicano nella fertilità del terreno e nella gestione dell’acqua due condizioni decisive per rendere la vite meno vulnerabile. Ad Ampeleia, in Maremma, Marco Tait guarda invece alla biodiversità dentro e intorno al vigneto, cercando di costruire un sistema agricolo più complesso. Sono temi sui quali la ricerca sta lavorando da tempo. Il CREA ha indicato nel 2026 inerbimento, sovescio e reintegro della sostanza organica tra le pratiche che possono migliorare fertilità, salute radicale e capacità del terreno di trattenere acqua, contribuendo nello stesso tempo alla biodiversità del suolo.
L’acqua assume significati diversi a seconda del luogo. Per Meroi il problema dei prossimi anni sarà innanzitutto garantirne la disponibilità. Fattoria Sardi ritiene invece che la questione debba uscire dai confini della singola proprietà e diventare un tema di gestione territoriale. In Ogliastra Perda Rubia ha intensificato i controlli e affinato i dosaggi dell’irrigazione, adattandoli alle condizioni dei vigneti.
L’Organizzazione internazionale della vigna e del vino (Oiv) considera la gestione idrica un sistema che parte già dalla progettazione del vigneto: combinazione tra varietà e portainnesto, forma di allevamento, gestione del suolo, inerbimento, potatura verde e carico produttivo concorrono tutti al bilancio dell’acqua disponibile per la pianta. Proprio il materiale vegetale apre uno dei capitoli più interessanti. L’Antica Quercia, a Conegliano (Treviso), sta portando avanti un progetto di selezione massale partendo da viti di oltre settant’anni: Claudio Francavilla vede nella diversificazione genetica uno strumento per affrontare le fallanze e conservare un patrimonio vegetale meno uniforme.
Nei Colli Orientali del Friuli Degan indica invece nella Ribolla una varietà da osservare con attenzione dopo il comportamento mostrato nel 2026 e mette sullo stesso piano lo studio di portainnesti, densità d’impianto e varietà capaci di affrontare climi più caldi. Avignonesi considera i portainnesti un campo di ricerca necessario soprattutto per i nuovi impianti, ma invita alla prudenza: la comparsa di materiali potenzialmente più adatti non può diventare una ragione sufficiente per estirpare vigneti di vent’anni ancora produttivi. Nello stesso ragionamento rientrano le varietà autoctone, che Gorini considera un patrimonio da valutare anche per la loro capacità di conservare freschezza e acidità. In Ogliastra Mario Mereu di Perda Rubia guarda invece al piede franco. L’azienda intende riproporlo per il Cannonau e utilizzarlo anche per il Semidano, sulla base del comportamento osservato nelle proprie vigne. Mereu individua nelle varietà autoctone una delle risorse del territorio e considera il Cannonau abbastanza versatile da consentire anche interpretazioni diverse dalla tradizionale vinificazione in rosso.
Per Musella la questione parte ancora prima, dalla posizione stessa dei vigneti. Maddalena Pasqua di Bisceglie ritiene che nei prossimi anni possa diventare necessario espiantare gli impianti collocati in siti che le nuove condizioni climatiche stanno rendendo meno adatti alla vite. Accanto a questa scelta indica un aumento delle superfici coltivate a biologico. In Sicilia Centopassi sta già spostando progressivamente il proprio patrimonio vitato verso terreni più alti e ha ridotto molto le cimature, fino a evitarle dove possibile.
Non tutto, però, riguarda siccità e temperature. A Conegliano (Treviso) L’Antica Quercia ha installato per la prima volta reti antigrandine su una piccola parcella. Nel 2026 non sono state necessarie, ma i danni degli anni precedenti hanno convinto l’azienda a valutare l’estensione della protezione ad altri appezzamenti. La velocità con cui maturano le uve pone anche problemi organizzativi. A Centopassi caldo e piogge hanno fatto arrivare alla maturazione molti vigneti quasi contemporaneamente, riducendo la possibilità di distribuire la raccolta nel tempo. Nei pochi appezzamenti adatti è stata quindi impiegata una vendemmiatrice per accorciare i tempi. Anche Perda Rubia ha utilizzato la raccolta meccanica in misura significativa. In Ogliastra la scelta risponde non soltanto alla necessità di lavorare rapidamente, ma alla crescente difficoltà nel reperire manodopera. L’azienda continua a raccogliere manualmente le uve destinate al vino ‘Perda Rubia’, mentre considera ormai la meccanizzazione uno strumento necessario per una parte della produzione.
Podere Mastrilli sposta infine l’attenzione dal vigneto a chi deve interpretarlo. Zago ritiene che nei prossimi anni, accanto agli investimenti tecnici, serviranno squadre capaci di decidere rapidamente, modificare i programmi e lavorare con maggiore autonomia quando le condizioni cambiano. In un’annata che ha costretto più volte a correggere scelte considerate acquisite, il produttore individua proprio nella preparazione e nella gestione delle persone uno degli investimenti aziendali da non rimandare.

