Milano, 21 set. (askanews) – Il rilancio della storica Cantina Candido, nella sede di San Donaci (Brindisi), è uno dei progetti con cui la famiglia Leo sta rafforzando la propria presenza nel vino salentino. Il recupero degli spazi produttivi, il restyling dei vini, la creazione di un Museo del vino e il ritorno del rosato nel fiasco si affiancano al lavoro di Cantine Paololeo sui mercati italiano ed estero. Tra le iniziative allo studio c’è anche un vino fermentato nelle giare, che Paolo Leo vuole realizzare nella masseria del Trecento acquistata nel 2013.
Candido nasce nel 1929 per iniziativa del visionario Francesco Candido, all’interno di un progetto agricolo che porta alla valorizzazione di oltre 250 ettari tra San Donaci e Guagnano (Lecce). In una Puglia ancora legata alla vendita di uve, mosti e vini sfusi, la Cantina sceglie progressivamente la vinificazione e l’imbottigliamento: dalla vendemmia 1957 arrivano le prime bottiglie di Negroamaro e nel 1974 nasce ‘Cappello di Prete’. Con Alessandro Candido, alla guida dal 1978, l’azienda entra nella terza generazione familiare e prosegue il lavoro sul Negroamaro, con l’importante enologo Severino Garofano che sul finire degli anni Ottanta mette a punto ‘Duca d’Aragona’, blend di Negroamaro e Montepulciano. Negli anni ’90 Candido supera i 2 mln di bottiglie e negli anni successivi mantiene una presenza stabile nel panorama salentino con una gamma articolata tra Salento Igt e Salice Salentino Doc. Nel 2016 riceve da Vinitaly il riconoscimento ’50 Vinitaly insieme’, riservato alle aziende presenti fin dalla prima edizione del 1967. Segue una progressiva contrazione produttiva e commerciale: nel 2025 la produzione non superava le 250mila bottiglie e, dopo aver venduto i circa 150 ettari di vigneto rimasti, la proprietà accetta l’offerta di acquisto di Cantine Paololeo.
Nel 2020 Cantine Paololeo aveva già acquisito l’ex Cantina Sociale di Monteparano (Taranto), specializzata nella produzione di Primitivo di Manduria Dop. ‘Quella acquisizione era nata perché avevamo bisogno di una struttura nostra dove lavorare quelle uve, mentre quella di Candido è diversa: qui non faremo lavorazione di uve ma rilanceremo un marchio storico, che ancora oggi ha un interesse sul mercato’ ha spiegato ad askanews il fondatore e titolare Paolo Leo. L’operazione Candido, maturata in una fase complessa per il settore, è stata letta dalla famiglia anche come un investimento su San Donaci: le due Cantine distano meno di due chilometri. Candido manterrà comunque una propria identità, con gamma, posizionamento e strategia commerciale distinti.
Sessantasei anni, figlio di Nicola, Paolo Leo rappresenta la quinta generazione di una famiglia di viticoltori radicata a San Donaci (Brindisi) dagli inizi del Novecento. Ha iniziato a lavorare poco più che ventenne nell’attività paterna e nel 1989 ha dato vita insieme con la moglie Roberta a Cantine Paololeo, che nel 2025 ha registrato un fatturato di 25 milioni di euro, con una crescita del 4,5% in Italia e del 15% all’estero. Oggi in azienda lavorano i quattro figli: Nicola, enologo, Stefano, export manager, Francesco, responsabile commerciale Italia, e Alessandro, responsabile marketing e acquisti.
‘Il recupero di Candido è una questione di tempo e di lavoro di marketing. Dietro c’è Cantine Paololeo, che guiderà tutto il percorso commerciale: non sarà facile, perché se fosse tutto facile si risolverebbe in pochi giorni’ ha proseguito Leo, precisando che ‘ci siamo dati cinque anni e la struttura l’abbiamo già in gran parte recuperata’. Sono stati mantenuti gli otto dipendenti già presenti nella Cantina ed è stata installata una linea di imbottigliamento da seimila bottiglie l’ora. Le uve non saranno trasformate a Candido, mentre nella sede continuerà l’imbottigliamento dei vini preparati nelle strutture di Cantine Paololeo. Candido manterrà inoltre un posizionamento mediamente più alto rispetto a Cantine Paololeo, senza modificare la fascia di prezzo delle etichette storiche. Il canale principale sarà l’horeca, insieme con l’export; un eventuale ingresso nella Gdo passerà invece da prodotti dedicati, distinti dalla gamma attuale.
‘Candido è un pezzo di storia della Puglia e di San Donaci e da ragazzo rappresentava per me un punto di riferimento. Avere la possibilità di contribuire a preservare e rilanciare una realtà con tanta storia è motivo di grande orgoglio per me e per tutta la mia famiglia’ ha dichiarato Leo, aggiungendo che ‘abbiamo lavorato con attenzione per riportarla al suo antico splendore, conservandone il fascino originale. Il mio augurio è che da qui possa ripartire la stessa San Donaci, per tornare a essere la grande terra del vino che è sempre stata’. La nuova gamma conserva ‘Duca d’Aragona’, ‘Cappello di Prete’ e ‘La Carta’, con interventi limitati sull’immagine, mentre altre linee sono state riviste più profondamente. In diversi casi il restyling ha recuperato elementi delle etichette degli anni ’90. Gli altri marchi restano nel patrimonio di Candido e potranno essere riproposti gradualmente. La commercializzazione delle etichette storiche è tornata in utile, con un incremento del 33% del relativo fatturato. Il giro d’affari complessivo della Cantina, pari a circa 600mila euro al momento dell’acquisizione, ha raggiunto un milione alla fine del 2025, con l’obiettivo di tornare a 7 milioni nell’arco di cinque anni.
Uno degli interventi ancora da completare riguarda il Museo del vino, che raccoglierà documenti, fotografie e testimonianze conservate nella sede. Nei depositi sono state ritrovate anche circa 20mila bottiglie, alcune risalenti agli anni Sessanta e Settanta, che Nicola Leo sta selezionando e degustando in vista di future verticali e di confezioni con annate differenti. ‘Qui c’è tanta storia: basta aprire un cassetto e trovi documenti storici. Abbiamo trovato libri e appunti con i buoni dei produttori che consegnavano l’uva e con gli acconti che ricevevano: parliamo degli anni Cinquanta, di 50 o 100 lire’ ha raccontato Leo, ricordando che ‘Candido aveva una grande azienda agricola condotta dai mezzadri, che portavano avanti il vigneto e dividevano il prodotto con il proprietario. Le pesate venivano annotate su un quaderno. Questa storia, se non la racconti, si perde: cosa può saperne oggi un ragazzo di vent’anni se nessuno gliela racconta?’.
Il Museo sarà parte di un progetto enoturistico che comprende la sala degustazione e alcune stanze negli edifici un tempo destinati ai mezzadri. Il percorso si affianca agli investimenti già avviati da Cantine Paololeo negli spazi storici della famiglia, dove sono in realizzazione cinque suite con spa e un piccolo ristorante destinato all’accoglienza dei clienti, oltre all’enoteca gestita anche con il coinvolgimento delle nuore. A questo recupero della memoria appartiene anche il progetto del rosato nel fiasco, prodotto da Candido decenni fa e destinato a tornare con una nuova interpretazione, anche in vista del centenario della Cantina. L’archivio conserva etichette e materiali di quella produzione, legata a una tipologia che ha avuto un ruolo importante nella tradizione enologica pugliese.
Un altro importante progetto riguarda la masseria del Trecento acquistata da Paolo Leo nel 2013, dove sono state ritrovate cisterne e vasche in cocciopesto. L’idea è produrre un vino fermentato nelle giare, ispirandosi a pratiche enologiche del mondo antico. ‘Io non sono un amante dei fatturati, per me è importante riuscire in qualcosa. Qui voglio fare un vino fermentato nelle giare, ispirato a quello che facevano gli Etruschi e poi i Romani. Mio figlio Nicola ci ha creduto subito e mi sta accompagnando in questo percorso. Non sono progetti per diventare ricchi, ma rendono più ricca l’azienda perché danno valore al territorio. Il fatturato viene dopo: se lavori bene, i risultati arrivano’.
La storia del vino salentino affonda nell’antichità, ma la svolta arrivò nell’Ottocento, quando la crisi dei vigneti francesi accrebbe la domanda di vino pugliese e il Salento si affermò come grande area di produzione di vini ad alta gradazione, destinati soprattutto allo sfuso e al taglio per il Nord Italia e i mercati esteri. Nel Novecento, con la crescita delle Cantine cooperative e delle Denominazioni, iniziò il passaggio dalla quantità all’origine. Il riconoscimento del Primitivo di Manduria nel 1974, del Salice Salentino nel 1976 e del Brindisi nel 1979 accompagnò lo sviluppo dell’imbottigliamento e una maggiore attenzione alla provenienza. È in questa trasformazione che si colloca il percorso di Cantine Paololeo. ‘Noi siamo stati, e in parte siamo ancora, aziende che lavorano soprattutto lo sfuso per servire le aziende del Nord che imbottigliano il vino. Trent’anni fa venivano a comprare vino da taglio, mentre oggi acquistano anche l’Indicazione Geografica’ ha messo in risalto Paolo Leo, aggiungendo che ‘grandi aziende che producono 30 o 40 milioni di bottiglie inseriscono linee Puglia o Salento e acquistano ‘Primitivo Igt’: così portano il nome del territorio sui mercati e fanno anche da apripista per noi produttori’.
Il Primitivo viene acquistato anche da aziende della Svizzera e del Nord Europa, dalla Svezia alla Norvegia, che lo imbottigliano con l’Indicazione Geografica. ‘Per noi è un’opportunità – ha proseguito – perché possiamo arrivare su quegli stessi mercati e dire: ‘Questo vino lo produciamo noi’. Il percorso però è ancora lungo: oggi imbottigliamo il 45% della produzione e abbiamo ancora molto spazio per crescere. Per farlo servono continuità, risorse umane e investimenti’. Alla maggiore diffusione dei vini pugliesi non ha corrisposto, secondo il produttore, un analogo consolidamento del tessuto produttivo locale. ‘C’è stato un momento di grande entusiasmo: medici, avvocati e professionisti che avevano ereditato due o tre ettari si sono messi a imbottigliare. Però la bottiglia non basta: bisogna investire e seguirla ogni giorno’ ha chiosato, spiegando che ‘tante piccole aziende hanno chiuso e oggi siamo rimasti in pochi a poter dire di essere produttori e imbottigliatori. Il Salento ha bisogno di imprenditori, di gente che rischi qualcosa e capisca che il vino non è un articolo che compri e rivendi ma un lavoro nel quale non ti puoi improvvisare’.
Il futuro di Cantine Paololeo passa dai quattro figli e dalle loro compagne, già coinvolti stabilmente nell’azienda. ‘Ogni giorno condivido con loro quello che ho imparato e li coinvolgo sempre di più in ciò che Cantine Paololeo ha costruito’ ha rimarcato Paolo Leo, concludendo che ‘è importante che capiscano bene questo percorso, perché è proprio nei cambi generazionali che molte aziende finiscono per chiudere’.

