Al voto, al voto finalmente chiarezza - QdS

Al voto, al voto finalmente chiarezza

Carlo Alberto Tregua

Al voto, al voto finalmente chiarezza

sabato 23 Luglio 2022 - 08:10

Non avere paura del Popolo

Cosicché la crisi si è risolta in pochi giorni. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fissato in domenica 25 settembre la data delle elezioni del nuovo Parlamento. Nessuna sorpresa dopo l’esito del voto al Senato, anche perché in questi settantasei anni di Repubblica le Camere sono state sciolte prima della scadenza naturale nove volte.

Dunque, ora la parola passa a quei cittadini dai quali promana il Potere e che dovrebbero avere la saggezza, la competenza, la sagacia e l’intelligenza di eleggere seicento parlamentari di notevole caratura.

L’impressione generale, però, è che i cittadini – molti dei quali sono disgustati dall’andamento delle cose – preferiranno andare al mare (perché ancora il 25 settembre si va a mare) piuttosto che esprimere la propria volontà con il voto, da depositare dentro le urne.

È comprensibile lo stato d’animo di chi assiste ad una situazione sociale, economica, ambientale ed energetica che si degrada sempre di più.

Mario Draghi, incaricato per il “disbrigo degli affari correnti”, insieme al suo Governo, non ha più alcuna remora a completare (se ci riesce) l’iter di tutte le materie che sono rimaste sospese con la crisi di governo. Però non ha più la facoltà di formulare leggi perché il Parlamento non c’è, con la conseguenza che tantissime riforme, come quella della Concorrenza e del Fisco, nonché la terza della Pubblica amministrazione, sono rimaste lettera morta.

Non solo, ma nel nuovo Parlamento l’iter legislativo dovrà ricominciare ex novo perché tutto ciò che era nel vecchio Parlamento, decade.

Le varie crisi (energia, inflazione, possibile recessione, riforme) morderanno ancora di più il Popolo italiano e soprattutto le fasce più deboli, che sono anche quelle più numerose, con la conseguenza che il nuovo Governo, che dovrà formulare la legge di bilancio 2023, e il Parlamento, che la dovrà approvare, si troveranno la strada in salita, con una serie di problemi di equilibrio tra entrate ed uscite di una difficoltà di sesto grado.

Secondo i sondaggi, dovrebbe essere la compagine dei conservatori a vincere le elezioni, ma non è detto. Dipenderà dal posizionamento di tutti quei gruppetti del 2/3 per cento cadauno (Lupi, Toti, Calenda, Renzi ed altri) che potrebbero costituire l’ago della bilancia fra gli stessi conservatori ed i social-progressisti.

Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ed il suo Consiglio Direttivo, hanno approvato l’altro ieri l’aumento del tasso dello 0,5%, per il processo di riequilibrio che è stato dimenticato in questi undici anni.
Forse non avrebbero voluto farlo, ma sono stati costretti dall’inflazione che supera l’otto per cento e non c’è un modo diverso per frenarla se non quello di aumentare il tasso. Infatti è già previsto che nel corso del prossimo autunno tale tasso venga ulteriormente aumentato dello 0,75%, seguendo in questo modo la progressione che ha già messo in atto la Federal Reserve statunitense.

La Bce ha deliberato un altro provvedimento importante e cioé il meccanismo di salvaguardia dello spread. Esso consiste nella facoltà di acquistare titoli di Stato dei diversi membri dell’Ue senza limiti e a tasso di interesse vicino allo zero, in modo da evitare squilibri fra i diciannove Stati membri dell’Unione monetaria.

Subito i giornali hanno comunicato all’opinione pubblica che da questo provvedimento lo Stato italiano trarrà giovamento perché, in teoria, può aumentare il suo debito senza aumentare i costi di interesse che gravano sul Bilancio dello Stato.

Chi avesse capito questo, ha fatto i conti senza l’oste perché, in seno allo stesso provvedimento, la Bce ha inserito una serie di condizioni che limiteranno la discrezionalità del suo Consiglio Direttivo, il quale dovrà tenere conto dello stato di salute o malattia di quel governo che dovesse chiedere l’agevolazione prima indicata.

Fra le condizioni, citiamo quella che riguarda la sostenibilità del debito pubblico di un Paese, vale a dire il suo rapporto col Pil. Questa è una tagliola perché se – come nel caso dell’Italia – il rapporto è già del centocinquanta per cento – cioé novanta punti più di quello che prevede il trattato – non è detto che possa usufruire dell’iniziativa della Bce. Altra condizione riguarda le riforme, che, se non attuate, bloccherebbero l’agevolazione.

Cavoli amari per i nuovi Governo e Parlamento, di qualunque colore saranno.

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