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Z come Zôê

Z come Zôê
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Zôê e Bíos: i due concetti greci della vita tra natura e biografia. Da Céline a Spinoza, una riflessione filosofica sulla dismisura dell’esistenza umana.

Nella pagina finale di Guerra, Louis-Ferdinand Céline ci restituisce un’immagine davvero potente e suggestiva: “Certo che è enorme la vita”. Ti ci perdi dappertutto. Céline intercetta in modo paradigmatico la disorientante vastità della vita in cui siamo immersi, la cui potenza ci eccede, dispiegando fasci di possibilità sempre aperte, mai definitive. I Greci per indicare la vita si servivano di due termini: Zôê, il ciclo naturale di nascite e morti, la natura nella sua continua metamorfosi, pura vita biologica che accomuna uomini, animali, piante. Insomma, per dirla alla latina, vita qua vivimus, la vita per mezzo della quale viviamo, una sorta di soffio vitale comune a tutti i viventi; Bíos, l’esistenza specifica di un singolo o di un gruppo, una vita qualificata dal contesto sociale.

Zôê e Bíos: la distinzione greca tra vita biologica ed esistenza biografica

Potremmo dire una biografia intesa come segmento di zôê, una vera e propria esistenza organizzata attorno al senso, alle scelte, ai diritti, al legame con la polis. In latino: vita quam vivimus, il modo in cui viviamo una vita determinata, con un inizio e una fine. Se zôê eccede bíos, cioè se le nostre singole biografie intercettano nell’inesausto ciclo della natura una dismisura mai colmabile, è altrettanto vero che sono chiamate, proprio nella loro dignità biografica, a fornire una risposta a questa dismisura che fin dall’origine le interpella. Individuo, a questo livello del discorso, due possibili proposte antropologiche. La prima riguarda il riconoscimento dell’eccedente potenza della vita/natura rispetto alla quale siamo potenze passive: per dirla con Spinoza, “siamo una parte della natura” (Naturae sumus pars). All’epoca del Covid-19, abbiamo avuto piena testimonianza della nostra passività, un popolo che diventa popolazione.

Rocco Ronchi: dal popolo alla popolazione, dalla storia alla natura

Con le parole del filosofo Rocco Ronchi: “Il popolo cessa di essere un popolo per diventare astratta ‘popolazione’, nel senso in cui nelle scienze naturali si parla, ad esempio, di ‘popolazione delle api’ esposta alla minaccia della sparizione a causa di un qualche fattore patogeno esterno o di una mutazione genetica. Il ‘popolo’ è nozione eminentemente storica. Se a un primo livello si insiste maggiormente sulla nostra passività, a un secondo livello di proposta l’attenzione si sposta sul fatto che l’uomo è anche potenza. Nello specifico, la natura può anche essere indifferente al nostro destino, ma noi non possiamo essere indifferenti alla natura, dobbiamo farci punti di resistenza, andare un po’ contronatura, facendo del nostro bíos, della nostra biografia una forma di ragionevole potenza che ci affranchi dall’indifferenza della natura, senza, tuttavia, usurarla ma custodendone fragilità e bellezza”.

Telmo Pievani e la Finitudine: l’uomo è da sempre “un po’ contronatura”

Un punto, questo, che il filosofo Telmo Pievani, nel suo Finitudine, coglie mirabilmente: “La forza dell’uomo consiste anche nel resistere alla natura per affermarci, e anche per affrancarci dalla miseria e dal dolore. I nostri antenati cacciatori, raccoglitori e poi agricoltori e allevatori hanno bestemmiato per generazioni nella fatica del vivere in natura […] Difendiamo strenuamente i cuccioli umani che nascono inermi, bisognosi, piangenti. Siamo da sempre un po’ contronatura“.