Servizio idrico, il guazzabuglio siciliano tra gestioni inefficienti e sanzioni dell'Ue - QdS

Servizio idrico, il guazzabuglio siciliano tra gestioni inefficienti e sanzioni dell’Ue

Rosario Battiato

Servizio idrico, il guazzabuglio siciliano tra gestioni inefficienti e sanzioni dell’Ue

sabato 20 Ottobre 2018 - 02:00
Servizio idrico, il guazzabuglio siciliano tra gestioni inefficienti e sanzioni dell’Ue

La fotografia di Invitalia sulla governance isolana: l’84% degli operatori è interamente privato. Allo stato attuale risultano operative soltanto le Ati di Siracusa e Agrigento

PALERMO – Un assetto della governance con nove ambiti territoriali ottimali di estensione provinciale ma che, allo stato attuale, ancorché costituite, “risultano operative solo le Ati di Siracusa e Agrigento, mentre per alcune di esse non è stato completato il processo di costituzione”, imponendo al governo regionale la necessità di avviare “l’iter per l’attivazione dei poteri sostitutivi”. Parole che arrivano da “Spunti per un piano di supporto in favore della Regione siciliana”, il documento redatto da Invitalia, lo scorso settembre, che rientra nell’accordo di supporto all’assessorato all’Energia per migliorare la gestione del servizio idrico.
L’analisi degli aspetti gestionali del servizio – una rilevazione che ha riguardato i segmenti di adduzione e captazione, distribuzione, depurazione e fognatura – è stata effettuata sulla totalità dei comuni siciliani. La prevalenza delle gestioni è in economia (quindi esercitata direttamente dall’azienda pubblica) e riguarda 191 su 241 gestioni, che coinvolgono il 50% dei comuni e il 39% della popolazione servita. A livello aggregato il documento evidenzia che “una bassa percentuale di comuni (circa il 29%) presenta una gestione affidata ad un soggetto che è presente sull’intera filiera di produzione del servizio”, garantendo una copertura territoriale, sulla base della popolazione servita, che è pari al 43% del totale.
Al netto delle gestioni in economia, l’80% del servizio idrico è gestito da soggetti di micropiccole dimensioni, mentre gli operatori di media dimensione sono meno di un quinto (17%) e ancora “un’esigua porzione di gestori di grandi dimensioni”. L’analisi congiunta su attività svolta e classi dimensionali ha fatto emergere che “il SII è svolto principalmente da gestori di medie dimensioni (64%)”.
Nel complesso la maggior parte degli operatori presenta una proprietà interamente privata (84%), il 14% è interamente pubblica, solamente il 2% è a maggioranza pubblica. Le maggiori criticità da affrontare riguardano, come visto in apertura, lo stato della pianificazione d’ambito che “risente del processo non ancora completo di costituzione e avvio delle Assemblee territoriali idriche”.
Ma c’è di più. Il documento, infatti, elenca in dettaglio le quattro procedure di infrazione che riguardano da vicino il settore idrico isolano e che fanno riferimento all’ambito di smaltimento delle acque reflue.
– Le prime due sono la 2004/2034 e la 2009/2034 che fanno riferimento alla “cattiva applicazione della direttiva 1991/271/CEE sul trattamento delle acque reflue urbane” e sono anche le più avanzate in materia procedurale, con la prima che ha già visto la sentenza di condanna per l’Italia con una multa da 25 milioni di euro, più 30 milioni per ogni semestre di ritardo nella messa a norma.
– Ce ne sono comunque altre due: la 2014/2059 sull’attuazione della direttiva 1991/271/CEE e la 2017/2181, recentissima, sulla “non conformità della direttiva 1991/271/CEE sul trattamento delle acque reflue urbane”.
Per superare le infrazioni c’è al lavoro la struttura commissariale romana attivata nel 2017, dopo i fallimenti della Regione nel tentativo di spendere il miliardo di euro stanziato dal Cipe nel 2012. Una nota diffusa sul sito ufficiale del Commissario unico ha sottolineato, nelle scorse settimane, l’avvio di cinque cantieri per un investimento di dieci milioni di euro, mentre altri quattro da sei milioni sono in procinto di partire.

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