Sicilia, povertà figlia dell' assistenzialismo - QdS

Sicilia, povertà figlia dell’ assistenzialismo

Valeria Arena

Sicilia, povertà figlia dell’ assistenzialismo

venerdì 14 Dicembre 2018 - 05:00

Neet, precari della Pubblica amministrazione, pensioni assistenziali, clientelismo e reddito di cittadinanza: una Sicilia a motore spento è una Sicilia senza futuro. Istat: nel 2017 aumenta la percentuale di individui (33,9%) e famiglie (29%) in povertà relativa

PALERMO – La Sicilia è sempre più povera. Lo certifica l’Istat, che ancora una volta restituisce in numeri l’immagine di un’Isola in piena crisi socio-economica e sofferenza finanziaria.
Nel 2017, infatti, la percentuale di individui in povertà relativa è cresciuta del 5% arrivando a sfiorare il 34% dell’intera popolazione, contro il 28,6% del 2016. Davanti solo la Calabria, la quale ha però registrato un leggero decremento annuale (da 39,2% a 38,8%). Tale di tasso crescita è uno dei più alti di Italia insieme a quello relativo alla Puglia (+7%), alla Sardegna e all’Abruzzo, entrambe a +5%.
Non finisce qui perché in Sicilia, sempre nel 2017, anche la percentuale di famiglie che vivono in condizioni di povertà relativa ha registrato una impennata non indifferente, salendo dal 22,8% del 2016 al 29% dello scorso anno, praticamente il doppio della media nazionale (12,3%) e il 5,3% in più rispetto alla media del Mezzogiorno (24,7%).
L’Isola, inoltre, è al secondo posto della graduatoria nazionale per numero di nuclei familiari indigenti, peggio fa solo dalla Calabria, dove il 35,4% delle famiglie è in povertà. Seguono Campania (24,4%), Puglia (21,6%), Basilicata (21,8%) e Sardegna (17,3%).
Ricordiamo che, sempre secondo i dati forniti dall’Istituto nazionale di statistica, nella nostra regione il 55,4% della popolazione è a rischio povertà ed esclusione sociale, una percentuale che è tre volte superiore a quella della Lombardia (17,5%) e quasi il doppio di quella della media nazionale (28,9%). Il reddito pro capite 2016, invece, è di 13.000 euro, contro i 22.100 della Lombardia e i 18.200 euro della media italiana. Un quadro desolante che necessita di particolare attenzione da parte dell’istituzioni politiche nazionale e locali. Unica nota positiva è data dalla percentuale di famiglie che non riescono a risparmiare o a far fronte a spese imprevista, scesa al 56,4% contro il 75,7% del 2016.
In generale, come già accennato, nel 2017 si stima che il 28,9% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o di esclusione sociale secondo la definizione europea, in miglioramento rispetto al 2016 (30,0%). Risulta, inoltre, pressoché stabile al 20,3% la percentuale di individui a rischio di povertà (era 20,6% nell’anno precedente) mentre si riducono sensibilmente i soggetti che vivono in famiglie gravemente deprivate (10,1% da 12,1%), come pure coloro che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (11,8%, da 12,8%).
Il Mezzogiorno resta l’area territoriale più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale (44,4%), seppur in diminuzione rispetto al 2016 (46,9%). Il pericolo è minore e in calo nel Nord-est (16,1% da 17,1%) e, in misura meno ampia, nel Nord-ovest (20,7% da 21,0%), mentre al Centro la quota è stabile al 25,3%.
Infine, le famiglie con cinque o più componenti, pur registrando un miglioramento, si confermano le più vulnerabili al rischio di povertà o esclusione sociale (42,7%; era il 43,7% nel 2016). L’indicatore peggiora sensibilmente (+5,4 punti percentuali) per le famiglie in altra tipologia, ovvero costituite da due o più nuclei familiari.

Assistenzialismo e clientelismo, i “mali” che alimentano l’indigenza
Che la Sicilia sia schiava di politiche di tipo assistenziale che bloccano la crescita è confermato anche dai numeri delle fonti ufficiali.
Pensioni – Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Inps, un terzo delle pensioni è di natura assistenziale. In particolare, sottolinea l’Istituto, al Sud e nelle Isole l’incidenza delle pensioni di invalidità è il triplo rispetto al resto di Italia: al Nord si registrano 2,4 assegni ogni 100 abitanti, mentre al Centro il dato sale a 3,2 assegni sulla stessa base, per arrivare a toccare il 6,7% nel Meridione.
Neet – La Sicilia è maglia nera in Europa per numero di Neet, e cioè di persone di età compresa tra i 18 e i 24 anni che non studiano e lavorano. Il dato, 39,6%, è il peggiore dell’Europa continentale, seguito a ruota dal 38,6% della Campania. Fa peggio solo la Guyana francese con il 45,4%. È quanto emerge dal ‘Regional Yearbook 2018’ pubblicato da Eurostat.
I precari della Pa – Caos sui numeri dei precari della Pubblica amministrazione. La Ragioneria generale dello Stato ne individua 10.257, ma in realtà sarebbero molti di più. La stessa Regione siciliana, con grande imbarazzo, non riesce a individuare il numero esatto perché si trova a fare i conti con la mancata trasparenza di molti enti controllati, di cui non conosce l’effettiva situazione economico-finanziaria. Si contano comunque 22.000 forestali, 5.300 Asu e 2.800 ex Pip, che dal primo gennaio 2019 saranno assunti alla Rais, società controllata interamente dalla Regione, grazie a una norma inserita nella Finanziaria regionale approvata all’Assemblea regionale siciliana a fine aprile.
Reddito di cittadinanza – Secondo quanto elaborato da Svimez, in Sicilia i nuclei familiari potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza dovrebbero essere 342.880. Nello specifico, 100.800 a Palermo, 80.300 a Catania, 33.400 a Messina, 27.900 ad Agrigento, 26.900 a Trapani, 24.800 a Siracusa, 21.400 a Caltanissetta, 16.800 a Ragusa e 10.500 a Enna. Inoltre, per i primi nove mesi del 2019 il reddito di cittadinanza nell’isola dovrebbe essere di 2,7 miliardi. Lo Svimez specifica che, per il dato, sono stati considerati i nuclei familiari con Isee da 0 a 9.000 euro per provincia, mentre per l’ampiezza delle famiglie le cifre Istat relative ai gruppi in povertà assoluta.

Il modello Portogallo da solo non ci salverà
PALERMO – La Sicilia come il Portogallo. Questa è la proposta dell’assessore all’Economia, Gaetano Armao. Una delle norme annunciate dal Governo e previste dalla nuova Finanziaria, prevede infatti agevolazioni fiscali per italiani e stranieri che decidono di trasferire la loro residenza fiscale nell’Isola.
In particolare, si parla di esenzione dell’Irpef regionale, delle imposte comunali e del bollo auto, per chi ha un reddito inferiore ai 25mila euro lordi all’anno e un’automobile di cilindrata non superiore ai 1.200, e sgravi sull’acquisto di immobili. Previsto inoltre l’aumento di tutti i canoni demaniali, delle concessioni per l’estrazione dei minerali e per l’imbottigliamento dell’acqua, delle autorizzazioni relative allo stoccaggio degli idrocarburi e alla distribuzione di carburante e delle tariffe riguardanti nuovi impianti di energia, e non lo so. Chi presenterà richiesta per un nuovo impianto di rifiuti, per esempio, dovrà versare alla Regione lo 0,03% dell’investimento e una quota fissa di 1.500 euro. Tutto questo per fare cassa.
Non finisce qui perché altre norme inserite sempre in Finanziaria prevedono anche la creazione di un Centro meteorologico siciliano, di zone fiscali speciali e di un biglietto unico ferrovie-bus, misure che al momento non hanno una copertura finanziaria.
Il progressivo alleggerimento degli oneri fiscali e la possibilità di fare cassa aumentando i canoni demaniali e le tariffe sulle concessioni sono di certo punti di partenza “ambiziosi”. Progetti che sicuramente dovranno essere portati avanti con coraggio dal governo regionale ma che non possono di certo risolvere da soli il problema della povertà e della stagnazione economica.

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