Sicilia, il rischio desertificazione è reale nel 47% del territorio - QdS

Sicilia, il rischio desertificazione è reale nel 47% del territorio

Luca Salici

Sicilia, il rischio desertificazione è reale nel 47% del territorio

venerdì 04 Giugno 2010 - 00:00

Presentato il dossier di Legambiente “Ecoprofughi” sugli effetti del cambiamento climatico. Più esposte al pericolo le zone interne (Enna e Caltanissetta) e la costa agrigentina

PALERMO – La nostra Penisola ha cominciato già a scontare gli effetti del surriscaldamento globale per desertificazione e innalzamento dei mari. Lo afferma il rapporto “Ecoprofughi” presentato da Legambiente a “Terra Futura”, una tre giorni sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale tenutasi a Firenze lo scorso weekend.
Secondo l’associazione ambientalisti negli ultimi 20 anni “si è triplicato l’inaridimento del suolo e si stima che il 27 per cento del territorio nazionale rischi di trasformarsi in deserto”. Interessate soprattutto le regioni meridionali, dove l’avanzata del fenomeno rappresenta un’emergenza ambientale: la Puglia è la regione più esposta con il 60 per cento della sua superficie, seguita da Basilicata (54), Sicilia (47) e Sardegna (31). A rischio anche le piccole isole. La nostra Isola presenta già dei punti a forte rischio desertificazione, principalmente nelle zone interne della provincia di Caltanissetta, Enna e Catania e lungo la costa agrigentina.
Gli effetti del cambiamento climatico porteranno anche altre conseguenze. 2050 saranno oltre 200 milioni – già oggi secondo le stime sono almeno 50 milioni – le persone costrette all’esodo forzato. Sono i “profughi ambientali”, nuovi migranti che lasciano le proprie terre a causa della desertificazione e della siccità, lo scioglimento dei ghiacciai e la crescita dei livelli del mare, gli eventi meteorologici estremi come alluvioni e uragani fino alle guerre per il controllo delle materie prime.
Se fino a qualche anno fa erano le guerre la principale causa delle emigrazioni di massa, a rappresentare il principale fattore determinante oggi è il riscaldamento globale. Nel 2008 a fronte dei 4,6 i milioni di profughi in fuga da guerre e violenze, sono state 20 milioni le persone costrette a spostarsi temporaneamente o definitivamente in seguito a eventi meteorologici estremi. “Dal punto di vista giuridico i profughi ambientali non esistono, non essendo stati riconosciuti come ‘rifugiati’ dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967 – ha sottolineato Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente -. La soluzione del problema dei nuovi migranti necessariamente passa dunque per il riconoscimento del loro diritto a godere del sistema di protezione internazionale accordato a profughi e richiedenti asilo”.
Ma se le vittime di catastrofi naturali improvvise – come l’onda di tsunami in Asia nel dicembre del 2004 o l’uragano Katrina – sono visibili e di solito beneficiano di sostegno e aiuto umanitario pubblico e privato, non è così per i milioni di persone costrette a sfollare da cambiamenti ambientali più graduali, come la desertificazione, la diminuzione delle riserve idriche, o l’innalzamento del livello del mare. Si pensi che buona parte dei paesi del Mediterraneo stanno perdendo migliaia di chilometri quadrati di terra produttiva a causa della desertificazione. Avviene in Marocco, Tunisia e Libia, ciascuno con perdite di oltre 1.000 km quadrati, in Egitto, dove metà della terra arabile irrigata soffre di salinizzazione, e in Turchia, in cui 160 mila km quadrati di terra agricola sono state erose.

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