Regione svende coste, cave e acqua - QdS

Regione svende coste, cave e acqua

Giuseppe Bellia

Regione svende coste, cave e acqua

giovedì 09 Luglio 2009 - 00:00

Risorse. Il mancato guadagno dai beni demaniali.
Acqua. Per il solo comparto dell’estrazione delle acque minerali, l’Isola potrebbe incassare 1,5 milioni di euro se adottasse la tariffa a metro cubo della regione Veneto.
Cave. La Sicilia non ha un canone di concessione per le cave. Il mancato guadagno netto è di 2 milioni di euro se prendesse come riferimento il canone fissato dalla Regione Abruzzo.

PALERMO – Cave, acquee minerali e stabilimenti balneari: 3 beni regionali che per la Sicilia comportano una perdita di oltre 4 milioni di euro l’anno. Questo dato complessivo è la stima della sommatoria dei mancati guadagni nel 2008, se la Sicilia avesse adottato e applicato dei canoni e delle tariffe competitive, nella gestione propri beni demaniali. E così ad esempio se l’Isola adottasse la tariffa della regione Veneto per le acque minerali (3 euro per metro cubo d’acqua) moltiplicato per la quantità estratta nell’Isola 500 milioni di litri nel 2008, si otterrebbe un incasso pari a 1,5 milioni di euro. A questi numeri, va aggiunto il mancato introito netto (2 milioni di euro) che l’Isola avrebbe se adoperasse il canone di concessione per le cave della regione Abruzzo.
E non è tutto. Infine, se si applicasse al 50% della superficie di costa balneabile ad uso gratuito rimanente (cioè circa 116,625 km dei 929), un canone medio di tre euro, sommando tutti i dati si raggiungerebbe la cifra complessiva di 4 milioni d’euro. Così facendo l’azienda “Sicilia”, continua d applicare una scontistica ridotta ai gestori di questi beni. Ancora oggi, l’attrattiva per gli operatori economici è ghiotta: fare profitti, a fronte di corrispettivi esigui da pagare, il più delle volte, i più bassi di tutte le Regioni d’Italia. Ecco una panoramica delle anomalie isolane in materia di beni demaniali. Estrazioni delle acque minerali. L’Isola, secondo quanto riferisce il Rendiconto della Regione per l’anno 2007 alla voce “proventi delle miniere e delle sorgenti di acque minerali e termali”, incassa 400 mila euro l’anno dal 2007 ad oggi di canone, per l’estrazione di acqueminerali, a fronte dei 23 milioni d’euro di fatturato che le aziende di settore operanti in Sicilia, ottengono nella commercializzazione dell’imbottigliato.
Molte multinazionali (Vivendi, Ondeo, Nestlé) hanno fatto “quattrini” in modo del tutto regolare e grazie ad una legislazione regionale che le ha indirettamente favorite. Al danno, va aggiunta la beffa. Paradossalmente, la Regione, secondo fonte Legambiente, incassa non uno bensì due canoni di concessione per l’estrazione dell’acqua minerale. Il primo per la superficie, il secondo per i volumi di litri emunti. Anche le coste, rientrano nel listino dei bassi prezzi dei saldi “made in Sicily”. La gestione dei demani marittimi è un affare d’oro…per chi li gestisce. La Regione ha riscosso 8 milioni d’euro per il 2008, a fronte delle 9000 concessioni rilasciate (gli stabilimenti occupano il 25% su un totale di superficie di 929 km di costa balneabile). Si comprende bene, la diseconomia isolana, se si confrontano i dati della Sicilia in rapporto ad altre Regioni. Nel merito, l’Emilia Romagna ha incassato una cifra analoga, con una costa balneabile di appena 99 kilometri; il Lazio ha riscosso 10 milioni di euro, avendo rilasciato 2045 concessioni su 267 km di costa balneabile. Altro capitolo, quello delle cave. Se per le acque minerali e per gli stabilimenti balneari, per quanto basso, la Regione applica un canone di concessione, le cave rappresentano un’isola felice: ghiaia, torba, sabbia e persino le pietre ornamentali possono essere estratte a costo zero.
Per contro, Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna fatturano rispettivamente 10, 5 e 6 milioni di euro. Mentre chi lavora le cave in Sicilia (1200 imprese per 4 addetti) ha un giro d’affari di 200 milioni di euro. Per il cambiamento, occorre “coraggio” istituzionale, ed avere a cuore le sorti della Sicilia. La missione non è far evacuare dalla Regione, tutte le imprese che lavorano nei comparti sopra citati applicando royalties insostenibili. è garantirne la presenza a condizioni di mercato, lanciando alle lobbies un chiaro messaggio: terra aperta agli investimenti non significa un invito a fare speculazioni sui beni isolani. L’azienda “Sicilia” può essere concorrenziale (rispetto alle altre Regioni d’Italia) e può attrarre investimenti dotantosi un piano infrastrutturale a medio e lungo periodo, serio e credibile. Insomma, non è più ammissibile un depauperamento economico dei beni demaniali siciliani.

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