La domanda non è più soltanto quanti siciliani partano. La questione decisiva è capire perché continuino a farlo e, soprattutto, perché una parte così consistente di loro non trovi sufficienti ragioni per tornare. Dietro i numeri delle migrazioni interne c’è infatti qualcosa di più profondo di uno spostamento anagrafico: c’è una scelta che riguarda il lavoro, la formazione, i redditi, le prospettive di carriera, i servizi e, in ultima analisi, la possibilità di costruire nel territorio d’origine un progetto di vita sostenibile. È questo il significato più importante dei dati sulla mobilità interna elaborati dall’Istat per il 2024-2025. Nel 2025 i trasferimenti di residenza tra Comuni italiani hanno raggiunto quota 1 milione e 455 mila, con una crescita di oltre 70 mila movimenti rispetto all’anno precedente. Ma dentro questa maggiore mobilità si nasconde una frattura territoriale che continua a riprodursi: il Mezzogiorno perde residenti a favore del Centro-Nord e la Sicilia rimane uno dei principali territori di partenza.
L’Isola rappresenta il 23,6% dei trasferimenti dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Significa che quasi un emigrante meridionale su quattro che compie questo percorso proviene dalla Sicilia. La direzione non è casuale: la Lombardia raccoglie quasi il 30% dei trasferimenti siciliani, seguita da Emilia-Romagna, Veneto, Lazio e Toscana. Sono territori nei quali la domanda di lavoro, la presenza di imprese e l’offerta di servizi continuano a rappresentare un elemento di attrazione. Ma ridurre tutto alla semplice ricerca di un posto di lavoro sarebbe insufficiente. Il punto è che la mobilità sta diventando una risposta a un insieme di squilibri. A partire dalla formazione.
La perdita dei giovani laureati siciliani
Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150 mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni: 122 mila hanno scelto il Centro-Nord, altri 28 mila l’estero. Quando un giovane altamente formato parte, il territorio non perde soltanto un residente. Perde una competenza sulla quale ha investito la famiglia, la scuola, l’università e la collettività. Adriano Giannola, presidente dello Svimez, individua proprio nei giovani il cuore del problema: “Certamente, chi lascia la Sicilia sono prevalentemente giovani con meno di 35 anni, spesso laureati – spiega al QdS -. Va, però, sottolineato che molti di loro provengono da famiglie in grado di sostenerli economicamente, permettendosi il lusso di impoverirsi pur di finanziare il loro percorso, spesso iniziato con una laurea triennale in un ateneo del Centro-Nord. Un patrimonio di competenze che, nella maggior parte dei casi, difficilmente farà ritorno nei territori d’origine e che, per lungo tempo, continuerà a essere sostenuto attraverso vere e proprie rimesse inviate dalle famiglie ai giovani emigrati”.
Un’osservazione introduce un elemento ancora più significativo: molti di questi ragazzi partono sostenuti economicamente dalle famiglie d’origine, che continuano a finanziare il loro percorso anche dopo la partenza. È un meccanismo che trasferisce risorse dal territorio che perde i giovani verso quello che li accoglie. La conseguenza è una sorta di investimento a senso unico. La Sicilia contribuisce alla formazione del capitale umano, ma il Centro-Nord beneficia in misura maggiore del suo utilizzo. E più a lungo un giovane costruisce altrove la propria carriera, più difficile diventa immaginare un rientro. La migrazione, dunque, non è soltanto l’effetto di un divario: finisce anche per alimentarlo. Il quadro dei saldi territoriali rende evidente la direzione del fenomeno. Nel 2025 il Nord-Est ha registrato un saldo migratorio interno positivo dell’1,6 per mille, il Nord-Ovest dell’1,3 e il Centro dello 0,5. Nel Mezzogiorno, invece, il Sud ha segnato -2,6 per mille e le Isole -1,8. L’Emilia-Romagna, con +2,1 per mille, è risultata la regione con il saldo migratorio interno più favorevole. Il Mezzogiorno ha perso complessivamente circa 45 mila residenti nei confronti del Centro-Nord: 112 mila persone hanno compiuto il viaggio verso il Nord o il Centro, mentre soltanto 67 mila hanno fatto il percorso inverso.
Sicilia, giovani e divario demografico
Qui emerge una delle ragioni strutturali della fuga: il territorio non viene giudicato soltanto per ciò che offre oggi, ma per ciò che promette per domani. E proprio sul domani si concentra una parte del divario. E qui subentra la recente analisi del Centro studi Tagliacarne, la quale mostra che il problema demografico non può essere spiegato esclusivamente con la natalità. La Sicilia presenta un tasso di fecondità di 1,23 figli per donna e un indice di vecchiaia pari a 192: indicatori che, nel confronto nazionale, non sono tra i peggiori. Eppure l’Isola ha perso il 3,9% della popolazione tra il 2002 e il 2026 e potrebbe perdere un ulteriore 16,7% entro il 2050. Questo è forse il dato più importante per comprendere la natura del fenomeno: anche quando alcuni indicatori demografici risultano meno critici rispetto ad altre regioni, la popolazione continua a diminuire rapidamente. Significa che la componente migratoria pesa in modo determinante. Come spiegato in un’intervista al QdS da Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro studi Tagliacarne, ci sono tre meccanismi che consentono al Nord di compensare meglio il calo demografico: l’arrivo di giovani dal Mezzogiorno, l’immigrazione dall’estero e lo spostamento di interi nuclei familiari.
Lavoro e stipendi, perché i giovani lasciano il Mezzogiorno
Secondo Esposito, circa 60 mila giovani under 35 lasciano ogni anno il Mezzogiorno e circa 43 mila si dirigono verso il Centro-Nord. Non è però soltanto una questione quantitativa. Il problema è la qualità delle opportunità. Secondo Esposito, a parità di condizioni un giovane del Mezzogiorno può percepire una retribuzione inferiore del 20-25% rispetto a un lavoratore del Centro-Nord. A questo si aggiunge una minore possibilità di carriera, legata alla più bassa presenza di grandi imprese e di strutture produttive capaci di offrire percorsi professionali articolati. È qui che il racconto del “Sud che cresce” deve fare i conti con la realtà quotidiana. La crescita economica esiste, ma non necessariamente si traduce in una maggiore capacità di trattenere le persone. Anche l’aumento dell’occupazione meridionale, osserva Esposito, deve essere letto considerando la qualità dei posti creati. Se una parte rilevante dell’incremento occupazionale si concentra in comparti caratterizzati da minore stabilità, il semplice aumento del numero degli occupati non basta a rendere il territorio competitivo. Il problema, quindi, non è convincere i giovani a restare con un richiamo identitario. È creare condizioni materiali perché restare rappresenti una scelta razionale.
Restare non basta: servono lavoro, servizi e opportunità per il futuro
Come trattenere i giovani in Sicilia? Questo il vero interrogativo amletico. Di base si dovrebbe intervenire sul lavoro qualificato, sui salari, sulle opportunità professionali, sulla qualità dei servizi e sulla capacità del sistema produttivo di generare percorsi di crescita. C’è una differenza sostanziale tra scegliere di non partire e riuscire davvero a costruire la propria vita in Sicilia. La prima può essere una decisione personale; la seconda richiede che intorno a quella decisione esista un territorio capace di sostenerla. È questa la questione che sta emergendo sempre più chiaramente nel dibattito sulla “restanza”: non basta raccontare chi rimane, bisogna capire quali condizioni rendano possibile rimanere senza trasformare la permanenza in una rinuncia.
I numeri spiegano perché il tema sia diventato centrale. Il fenomeno non ha la stessa intensità ovunque. Le aree interne risultano particolarmente esposte: Enna ha perso il 14,32% dei giovani, Caltanissetta il 12,29% e Agrigento l’11,80%. Ma in termini assoluti la perdita più pesante si concentra nelle grandi città: Palermo, Catania e Messina hanno complessivamente perso 61.280 giovani. Da qui nasce il significato politico della “restanza”. Il movimento giovanile Pattoxrestare, che riunisce 60 organizzazioni, sostiene che restare non debba diventare una narrazione romantica della vita nei piccoli centri o una celebrazione della capacità di adattamento dei giovani. Al contrario, la scelta di rimanere dovrebbe aprire una discussione sui diritti, sui servizi e sulle condizioni economiche che permettono a una persona di vivere e lavorare nel territorio.
Il lavoro è naturalmente il primo nodo. Nel 2024 il tasso di occupazione dei 20-64enni in Sicilia era al 50,7%, quasi 16 punti sotto la media nazionale. E anche quando un’occupazione viene trovata, la stabilità e la qualità del reddito rappresentano un problema. La denuncia della Cgil Sicilia parla di una forte presenza di contratti a termine e di forme contrattuali peggiorative. In questo contesto diventa comprensibile perché per molti giovani l’alternativa non sia tra “restare” e “partire”, ma tra accettare condizioni insoddisfacenti e cercare altrove una prospettiva professionale.
È proprio su questa contraddizione che interviene la proposta “Sicilia zero disoccupazione”, elaborata da Pattoxrestare e portata all’Assemblea regionale siciliana. L’idea nasce da un ragionamento semplice: in molti territori esistono bisogni che il mercato non riesce a coprire, mentre contemporaneamente esistono persone qualificate che non trovano un’occupazione adeguata. La proposta guarda al modello francese della Job Guarantee e immagina un sistema nel quale pubblico e Terzo settore possano collaborare per individuare bisogni e competenze. Il meccanismo prevederebbe strutture capaci di trasformare questi incroci in occupazione stabile, evitando però di sostituirsi alle attività private già presenti.
La proposta prevede cinque territori pilota e un investimento stimato in 22 milioni di euro. L’idea è utilizzare una parte della spesa, oggi collegata ai costi sociali della disoccupazione, per finanziare nuova occupazione. Il principio è trasformare una spesa passiva in un investimento capace di generare servizi, reddito e indotto. Il ragionamento si lega direttamente al costo dell’emigrazione. Tra il 2011 e il 2024, secondo la stima riportata nello studio presentato all’Ars, la Sicilia avrebbe perso 16,7 miliardi di euro di capitale umano legato alla formazione dei giovani emigrati, pari al 15,1% del Pil regionale.
La Regione si gioca la carta fiscale per attrarre residenti
Nel turbinio di proposte e numeri, la Regione intanto ha deciso di mettere in questi giorni una concreta misura in campo. È staro introdotto un contributo collegato all’Irpef, per le persone che trasferiscono in Sicilia la propria residenza e il proprio domicilio fiscale. L’Emilia-Romagna ha aumentato la propria popolazione dell’11,8% dal 2002, e potrebbe registrare un ulteriore incremento del 2,1% al 2050. La Lombardia è cresciuta dell’11,4% e potrebbe aggiungere un altro 1,6%. La Sicilia, invece, si trova davanti a una prospettiva opposta. La Regione Siciliana tenta, quindi, di utilizzare la leva fiscale per rendere più conveniente il trasferimento nell’Isola.
Le disposizioni attuative sono state definite dopo il decreto dell’assessore regionale all’Economia Alessandro Dagnino e stabiliscono modalità, termini e modelli per accedere all’agevolazione prevista dalla legge di Stabilità regionale 2026. Il contributo è parametrato all’Irpef versata dal beneficiario e può arrivare al 50% dell’imposta di spettanza regionale per tre anni, con un limite massimo di 100 mila euro all’anno. La percentuale può salire al 60% in presenza di determinate condizioni: il beneficiario deve acquistare un immobile oppure realizzare gli interventi edilizi previsti dalla normativa e trasferire il domicilio fiscale in un Comune siciliano con meno di 5 mila abitanti.
Ma il punto centrale è capire se una misura fiscale possa essere sufficiente davanti a un problema che, come mostrano i dati demografici, ha cause molto più profonde. La Sicilia non perde giovani soltanto perché altrove pagano meno tasse o offrono incentivi migliori. La mobilità verso il Centro-Nord è legata soprattutto alla ricerca di lavoro qualificato, salari più elevati, percorsi di carriera e servizi. Il nuovo incentivo può, quindi, rappresentare una leva, ma difficilmente può essere considerato da solo una soluzione allo spopolamento.
Per accedere al contributo occorre aver trasferito residenza e domicilio fiscale in Sicilia tra l’1 gennaio 2026 e il 31 dicembre 2028 e, entro dodici mesi, acquistare un immobile nell’Isola, oppure effettuare determinati interventi di recupero, restauro, risanamento conservativo o ristrutturazione su un immobile di proprietà. Per chi ha trasferito la residenza nel 2026, le prime domande potranno essere presentate dall’1 settembre al 31 dicembre 2027, dopo la dichiarazione dei redditi relativa al 2026. Il contributo potrà essere ricevuto tramite bonifico, oppure utilizzato come credito d’imposta in compensazione.

