La sicurezza sul lavoro in Sicilia non può essere affrontata soltanto dopo una tragedia. Per Alfio Mannino, segretario generale della Cgil Sicilia, il problema affonda le radici in un sistema caratterizzato da precarietà, lavoro irregolare, appalti e subappalti e insufficienti strumenti di prevenzione. Intervistato in esclusiva dal QdS, Mannino chiede un cambio di passo alla Regione e alle imprese: più controlli, personale adeguato, formazione concreta e maggiore tutela per i lavoratori. Una strategia che, secondo il segretario della Cgil Sicilia, deve partire dalla prevenzione e non dall’emergenza.
La Sicilia scende da un’incidenza di 21 a 19,5 morti sul lavoro ogni milione di occupati, ma resta in zona rossa e sale al terzo posto nazionale: come interpreta questo dato e quali sono, secondo la Cgil, le principali cause che mantengono così elevato il rischio nell’Isola?
“Scendere da 21 a 19,5 morti per milione di occupati non può essere considerato un successo. La Sicilia resta in zona rossa e continua a essere tra le regioni con il più alto livello di rischio. Di fronte a una situazione del genere bisogna chiedersi perché si continua a morire sul lavoro. E la risposta è che siamo davanti a un problema strutturale del nostro mercato del lavoro e a un sistema che non fa prevenzione. Precarietà, lavoro irregolare, frammentazione delle filiere, appalti e subappalti, formazione insufficiente e controlli che non riescono a essere adeguati alla dimensione del fenomeno sono fattori che, quando si sommano, aumentano il rischio. Un lavoratore che cambia continuamente azienda, mansione o contratto può avere maggiori difficoltà a conoscere i rischi specifici del lavoro che svolge e a far valere i propri diritti. Allo stesso modo, una filiera troppo frammentata può produrre una moltiplicazione delle responsabilità, senza una corrispondente capacità di controllo. Nei settori dove prevalgono lavoro nero e irregolarità, poi, le tutele possono essere ulteriormente indebolite. E qui entra in gioco la politica. La sicurezza non può essere scaricata sulla responsabilità individuale del lavoratore. Servono imprese che rispettino le regole, ma servono anche istituzioni capaci di controllare, prevenire e intervenire a partire dalla Regione siciliana, che deve mettere in campo una politica strutturale di prevenzione, con risorse, personale e strumenti adeguati”.
Palermo registra 13 dei 29 morti sul lavoro della Sicilia nel primo semestre, con un’incidenza di 37,9, mentre anche Trapani, Messina ed Enna superano la soglia della zona rossa: servono interventi specifici e differenziati per territorio e settore? E quali misure ritenete più urgenti?
“Il dato di Palermo è particolarmente drammatico ma le criticità emergono anche in altri territori. Questo ci dice che serve una strategia regionale capace di intervenire sulle diverse situazioni territoriali. Noi chiediamo un piano regionale straordinario per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro, con obiettivi chiari, risorse definite, personale adeguato e tempi verificabili. E c’è un principio che per noi deve essere molto chiaro: le risorse pubbliche non possono finire nelle mani di chi risparmia sulla sicurezza e viola le regole. Nei bandi e nell’accesso ai finanziamenti pubblici devono essere valorizzate le imprese che applicano correttamente i contratti collettivi, garantiscono formazione reale e rispettano gli obblighi in materia di salute e sicurezza. Ma bisogna intervenire con decisione anche sulla filiera degli appalti e dei subappalti. Noi chiediamo il blocco dei subappalti laddove questi producono una frammentazione delle responsabilità e un aggravamento delle condizioni di rischio. La domanda oggi non è più soltanto ‘che cosa non funziona?’. La domanda è chi deve intervenire ed entro quando?»
Il calo rispetto al 2025 è un segnale positivo, ma il dato siciliano resta molto più alto rispetto ai livelli del 2022 e del 2023: cosa dovrebbe cambiare concretamente nei luoghi di lavoro, nei sistemi di controllo e nella prevenzione per trasformare questo miglioramento in una vera inversione di tendenza?
“Bisogna intervenire contemporaneamente su tre livelli: lavoratori, imprese e istituzioni. Innanzitutto bisogna rafforzare il ruolo dei lavoratori nella prevenzione. I rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, aziendali e territoriali, devono avere formazione, informazioni e soprattutto reali condizioni di agibilità. Un lavoratore deve poter segnalare un rischio, senza avere paura di perdere il posto o di subire conseguenze. Secondo punto: la formazione. Non possiamo più accettare corsi sulla sicurezza vissuti come un semplice adempimento burocratico. La formazione deve essere effettiva, verificabile e collegata ai rischi concreti del lavoro che si svolge. Ma il nodo decisivo resta quello dei controlli. Se vogliamo prevenire gli incidenti, dobbiamo mettere i servizi di prevenzione delle Asp, e in particolare gli Spresal (ispettori dell’Asp che effettuano controlli sulla regolarità dei posti lavoro), nelle condizioni di lavorare. Oggi Spresal e ispettorati del lavoro hanno organici insufficienti e strumenti non adeguati alla dimensione del fenomeno. Per questo chiediamo un piano straordinario di assunzioni e di rafforzamento degli organici, con particolare attenzione alle professionalità tecniche e alla medicina del lavoro. Un sistema funziona quando il lavoratore è informato e formato, quando il rappresentante per la sicurezza può svolgere davvero il proprio ruolo e quando gli organi pubblici hanno uomini, donne e strumenti sufficienti per controllare”.
Di fronte a 29 morti nei primi sei mesi dell’anno, quale responsabilità devono assumersi governo regionale, imprese e organismi di vigilanza? E quali iniziative la Cgil Sicilia intende mettere in campo per rafforzare la sicurezza e contrastare quella che continua a essere una vera emergenza sociale?
“Non bastano il cordoglio e le dichiarazioni dopo ogni tragedia. La Regione deve assumersi fino in fondo le proprie responsabilità sulle competenze che le sono affidate. Da troppo tempo denunciamo la debolezza dei servizi di prevenzione, la carenza di personale e l’insufficienza degli strumenti necessari per garantire una prevenzione efficace. Ma vogliamo essere altrettanto chiari anche su un altro punto: la responsabilità non è soltanto delle istituzioni. C’è una responsabilità precisa anche del sistema delle imprese e delle associazioni datoriali. Bisogna isolare chi fa concorrenza sleale, chi utilizza lavoro irregolare, chi risparmia sulla sicurezza e chi applica condizioni contrattuali peggiorative. E bisogna intervenire anche sulla catena degli appalti: non possiamo più accettare che il sistema dei subappalti diventi un moltiplicatore di precarietà, irregolarità e rischio. La sicurezza non può diventare lo strumento con cui un’impresa cerca di essere più competitiva di un’altra. La nostra battaglia non è contro le imprese ma contro un modello nel quale la sicurezza viene considerata un costo e il lavoro una variabile da comprimere. Bisogna affermare un modello nel quale il lavoro sia di qualità, nel quale le risorse pubbliche sostengano imprese rispettose delle regole, nel quale la prevenzione venga prima dell’emergenza e nel quale tornare a casa dal lavoro sia considerato un diritto, non una fortuna. Alla Regione, oggi, rivolgiamo una domanda molto semplice: quando intendete intervenire? Sulla sicurezza sul lavoro servono decisioni, tempi e responsabilità precise. E soprattutto serve farle partire adesso”.

