L’ultimo a perdere la vita sul posto di lavoro è stato un giovane di 30 anni. Il mezzo agricolo con cui stava lavorando si è ribaltato senza lasciargli scampo. è accaduto a Ciminna, in provincia di Palermo. Una strage senza fine come raccontano i numeri dell’Inail. Se è vero che nel primo semestre 2026 l’incidenza degli infortuni mortali sul lavoro è diminuita rispetto allo stesso periodo del 2025, dall’altra parte l’Isola continua a collocarsi nella fascia di rischio più elevata e sale al terzo posto nella graduatoria nazionale. Un miglioramento, dunque, c’è, ma non è ancora sufficiente per parlare di una vera inversione di tendenza.
Secondo le elaborazioni sui dati dell’Istituto relative agli infortuni mortali avvenuti in occasione di lavoro, con esclusione degli incidenti in itinere, tra gennaio e giugno 2026 in Sicilia si sono registrati 29 casi mortali, praticamente cinque al mese, con un indice di incidenza pari a 19,5 morti ogni milione di occupati. La media nazionale si ferma invece a 14,5. Il dato siciliano è quindi superiore di circa il 34,5% rispetto alla media italiana e rientra nella cosiddetta “zona rossa”, secondo i parametri utilizzati dall’Osservatorio Vega Engineering per classificare il rischio delle diverse aree del Paese.
Sicilia terza in Italia per incidenza degli infortuni mortali
Nella graduatoria nazionale la Sicilia è terza, alle spalle della Calabria, che registra un’incidenza di 20 morti ogni milione di occupati, e della Liguria, che raggiunge quota 24,9. Una posizione che deve far riflettere soprattutto perché arriva nonostante la diminuzione registrata rispetto all’anno precedente. Nel primo semestre del 2025, infatti, l’incidenza siciliana era pari a 21, mentre nel 2024 aveva raggiunto quota 20,3. Il dato del 2026 rappresenta quindi una riduzione del 7,1% rispetto al 2025 e del 3,9% rispetto al 2024. Il miglioramento è evidente, ma la lettura della serie storica suggerisce prudenza. Nel 2023 l’indice era infatti pari a 15,6 e nel 2022 a 16,5.
Rispetto a questi valori, il 19,5 del 2026 rimane rispettivamente del 25% e di circa il 18,2% più alto. La fotografia restituisce dunque un andamento non lineare. Dopo i valori più contenuti del 2022 e del 2023, l’incidenza era tornata a crescere nel biennio successivo. Il dato del primo semestre 2026 interrompe questa progressione, ma non consente ancora di affermare che la Sicilia sia tornata sui livelli di quattro anni fa. Il miglioramento rispetto al 2025 è un segnale positivo, ma la distanza dalla media nazionale e soprattutto dai valori di alcune province resta considerevole.
Palermo è la provincia siciliana più a rischio
A rendere ancora più evidente la criticità è la distribuzione territoriale dei decessi. La situazione più grave si registra a Palermo, che con 13 morti sul lavoro raggiunge un indice di incidenza di 37,9 ogni milione di occupati. Il capoluogo siciliano è quinto nella graduatoria nazionale per incidenza e si colloca pienamente nella zona rossa. Da solo concentra 13 dei 29 decessi registrati complessivamente nell’Isola nel semestre: quasi il 45% del totale regionale. Il dato di Palermo rappresenta quindi uno degli elementi più preoccupanti dell’intera rilevazione. Non si tratta soltanto di un numero elevato di vittime in termini assoluti, ma anche di un’incidenza che supera di gran lunga la media italiana. La situazione impone di interrogarsi sulle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, sull’efficacia dei controlli e sulla capacità del sistema di prevenzione di intercettare tempestivamente le situazioni di maggiore rischio.
Al secondo posto tra le province siciliane per incidenza si trova Trapani, con tre casi mortali e un indice di 23 morti ogni milione di occupati. La provincia è ventesima a livello nazionale e anch’essa inserita nella zona rossa. Seguono Messina, con quattro decessi e un’incidenza di 21,3, al 26° posto nazionale, ed Enna, con un solo caso mortale e un indice di 21,1, al 29° posto. Anche queste due province superano quindi la soglia individuata per la fascia di maggiore rischio. La mappa siciliana appare così fortemente disomogenea. Accanto alle province con livelli di incidenza particolarmente elevati, ve ne sono altre che presentano valori più vicini alla media nazionale. Ragusa registra due casi mortali e un indice di 16,5, mentre Catania conta cinque decessi e raggiunge quota 14,7, praticamente in linea con la media italiana di 14,5. Entrambe, tuttavia, restano sopra il valore nazionale. Un quadro decisamente diverso emerge a Siracusa, dove si registra un solo caso mortale e un indice di incidenza di 8,1, corrispondente al 72° posto nella graduatoria nazionale.
Infortuni mortali, forti differenze tra le province siciliane
Ancora più basso è il dato di Agrigento e Caltanissetta, che nel periodo gennaio-giugno non registrano casi mortali e presentano quindi un’incidenza pari a zero, collocandosi all’81° posto ex aequo. Le differenze territoriali mostrano quanto il fenomeno degli infortuni mortali non possa essere interpretato soltanto attraverso il dato regionale complessivo. Dietro il 19,5 della Sicilia si trovano realtà profondamente diverse, caratterizzate da differenti tessuti produttivi, livelli occupazionali, condizioni del mercato del lavoro e tipologie di attività. Per questo motivo, accanto alle politiche regionali, diventa fondamentale rafforzare gli interventi mirati nei territori dove il rischio risulta più elevato.
Morti sul lavoro, il confronto con i dati nazionali
Il quadro nazionale, nel frattempo, offre un elemento positivo. Nel primo semestre 2026 gli infortuni mortali sul lavoro sono stati 350, contro i 362 dello stesso periodo del 2025, con una diminuzione complessiva del 3,3%. Anche l’incidenza media nazionale è scesa a 14,5. La Sicilia ha quindi registrato una riduzione dell’incidenza più significativa rispetto alla media nazionale, ma continua a mantenere una distanza importante dal dato complessivo del Paese. È inoltre necessario considerare la metodologia utilizzata per la graduatoria: vengono presi in esame esclusivamente gli infortuni mortali avvenuti in occasione di lavoro, mentre sono esclusi quelli verificatisi durante il tragitto casa-lavoro o lavoro-casa. Ma attenzione, da bollino rosso c’è anche il tema altrettanto delicato delle malattie professionali. Come aveva già denunciato recentemente Francesco Piastra, presidente del comitato Co.co.co.pro. Inail, in Sicilia il numero delle malattie professionali denunciate potrebbe essere fortemente sottostimato. Il confronto con altre regioni evidenzia una sproporzione che, secondo Piastra, fa pensare a una diffusa sottodenuncia. Le aziende temerebbero l’aumento dei premi assicurativi e le sanzioni, mentre molti lavoratori, soprattutto nelle piccole imprese e nel lavoro sommerso, eviterebbero di denunciare per paura di ritorsioni. Nei primi quattro mesi del 2026 nell’Isola sono state registrate 781 denunce, contro le 558 dello stesso periodo del 2025. Praticamente lo stesso numero del Molise (764 casi), ed ancora più significativa è la distanza con altre regioni: la Campania ha denunciato 1.450 malattie professionali, la Sardegna 2.563, la Puglia 4.545 e la Toscana 6.871. Il bilancio di metà anno è dunque fatto di luci e ombre.
Sicurezza sul lavoro, servono più controlli e formazione
La domanda centrale riguarda allora le cause di questa persistente emergenza. Perché, nonostante la diminuzione rispetto al 2025, l’Isola continua a presentare un’incidenza così superiore alla media nazionale? E quali strumenti possono essere messi in campo per trasformare un miglioramento ancora parziale in una riduzione stabile e duratura degli incidenti mortali? Secondo l’Ugl Catania le priorità sono “formazione seria e verificabile, controlli più frequenti, manutenzione delle attrezzature e reale coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Anche i Documenti di valutazione dei rischi devono essere costruiti sulle condizioni effettive in cui si lavora, non ridursi a un adempimento burocratico”.Questo perché, spiega il sindacato in una nota, “non basta consegnare un attestato di formazione. Bisogna verificare che il lavoratore sappia riconoscere i rischi e che l’organizzazione aziendale sia realmente sicura, macchinari compresi”.

